Ennio Ripamonti e Stefano Laffi sono di recente intervenuti come relatori al convegno di presentazione del primo rapporto IRS sul welfare collaborativo, sono inoltre direttamente impegnati nella conduzione delle Comunità di pratiche legate al programma Welfare in Azione di Fondazione Cariplo . Un osservatorio interessante sulle aree di innovazione del welfare che si stanno sperimentando sul territorio lombardo. Abbiamo chiesto di mettere a fuoco alcuni elementi ricorrenti circa le condizioni più favorenti e i fattori maggiormente ostacolanti, sulla generazione di nuove forme di collaborazioni comunitarie.
Uno degli elementi comuni alle esperienze di welfare comunitario è l’attivazione di nuovi spazi di collaborazione: relazioni collaborative inedite tra pubblico e privato sociale, con il privato profit, con i gruppi informali di cittadini…. Ma collaborare è facile? Dal vostro osservatorio, quali paiono essere le condizioni che più favoriscono la possibilità di una buona collaborazione?
Intanto cominciamo col dire che la collaborazione è un processo sociale altamente sofisticato. Anche se il principio, di per sé, appare intuitivo e semplice (è difficile cioè non essere d’accordo con l’utilità del collaborare) la sua concreta realizzazione non è affatto facile, soprattutto se i soggetti (persone, gruppi, organizzazione) che si intende “far collaborare” sono numerosi e variegati.
Se dovessi indicare alcune delle condizioni necessarie per sviluppare una buona collaborazione direi questo:
Relazioni “calde”. La collaborazione non si crea come processo a tavolino, basato unicamente su razionalità e cognitività, ma richiede empatia, ascolto, comunicazione. È un processo da curare e accompagnare e che dunque richiede una certa disponibilità verso l’altro da sé.
Tolleranza. L’altro (o gli altri) con cui diciamo di voler collaborare è portatore di punti di vista sul mondo che possono essere anche molto diversi dal nostro. Per questo la collaborazione richiede un certo grado di tolleranza e la capacità di allineare interessi non sempre convergenti.
Cum-laborare. Al cuore della collaborazione c’è il lavorare insieme su un obiettivo comune. Non si tratta cioè di un semplice scambio di opinioni, di un confronto, di un dialogo. È richiesta la messa in campo di un processo di natura organizzativa, centrata sul “fare assieme”, con la necessaria negoziazione sugli obiettivi, la divisione dei compiti e la pianificazione delle azioni.
Nuove governance. Saper coordinare intenzioni diverse in prospettiva di un obiettivo comune è un aspetto rilevante del processo collaborativo. In molte situazioni che vedono lavorare insieme più organizzazioni abbiamo bisogno di forme di leadership che superano i modelli della direttività tradizionali. È richiesto un particolare modo di coordinare le azioni, che non può basarsi sulla classica forma del ricorso alla gerarchia, cioè quella che più conosciamo. Ci servono leadership cooperative, basate sul coinvolgimento.
Contesto sintonizzato. Un sistema di regole, di leggi, norme e linee guida che legittimano la collaborazione (es. co-progettazione), sono un fattore assolutamente favorente e che consente alla pratica collaborativa di rimanere nel tempo. Il contesto determina un ambiente favorevole alla collaborazione, che la ricerca e la legittima.
Nella comunità di pratiche che state conducendo quali sono i principali apprendimenti che vanno maturando?
Innanzitutto abbiamo imparato che per lavorare in ottica comunitaria deve cambiare radicalmente la comunicazione. Un cambio di approccio complessivo: cambiano gli strumenti comunicativi, cambiano i messaggi, ma cambiano anche le parole stesse. La trasformazione riguarda certamente le modalità (sono altri i canali con cui si comunica, i social network, il cinema, il teatro…) ma abbiamo imparato che esistono delle parole che non vanno usate, e altre decisamente preferibili. Delle black-list e delle white-list insomma. In estrema sintesi, l’operatore sociale è professionalmente formato a decodificare la realtà mettendo al centro il “problema” e i vocaboli che lo connotano (criticità, limite, mancanza…), mentre il ribaltamento richiesto è quello di focalizzare l’attenzione sulle “risorse”.
L’altro aspetto che sta emergendo è che l’azione comunitaria, diversamente dal servizio di welfare tradizionalmente inteso, è una azione che “consuma suolo”. Perché l’incontro con la cittadinanza possa funzionare – per attivare interesse e contatto, sino a generare coinvolgimento – è necessario uscire dalla logica dello “sportello” ed è invece necessario andare e occupare fisicamente lo spazio pubblico (parchi, farmacie, negozi …). Certamente questo implica un cambio di ottica rispetto al tempo del lavoro, che è sempre meno quello canonico dalle 9 alle 18 e sempre più quello dei weekend e degli orari serali. E questo per chi ha scelto come propria la professione sociale potrebbe non essere un cambiamento da poco.
Un altro apprendimento è che nei processi di welfare comunitario non conta tanto il denaro, conta di più lo scambio, e attraverso lo scambio, la relazione. Non funziona l’acquisto di una prestazione ma funziona lo scambio che mobilità competenze, attiva disponibilità, favorisce l’incontro…
Infine abbiamo appreso che il coinvolgimento dei cittadini è un’operazione delicata. Sia per gli operatori, perché è necessario superare le diffidenze nei confronti di possibili “nuove professionalità”. Bisogna mettersi occhiali diversi per riconoscere che come cittadini, tutti noi, possiamo essere risorse e non solo fruitori, utenti…E, d’altro canto, quando attivi i cittadini non sai bene cosa può succedere dopo. In fondo non siamo abituati all’attivazione, nè come professionisti né come cittadini. Le persone possono scoprire di non essere pronte al coinvolgimento proposto, possono attivare resistenze. E’ certamente un processo lungo, che necessita tempo e accompagnamento.


