Quali azioni specifiche il Forum del Terzo Settore di Brescia ha promosso per sostenere e implementare l’accoglienza?
Il Forum del Terzo Settore della Provincia di Brescia ha promosso, negli ultimi 5 anni, azioni significative volte a incrementare quantitativamente e qualitativamente la prima e seconda accoglienza sul territorio della Provincia di Brescia.
Nello specifico, è stato avviato un Progetto di Accoglienza diffusa finalizzato alla realizzazione di una rete di prima e seconda accoglienza diffusa per Richiedenti Asilo, attraverso la collaborazione tra Comuni, Fondazioni, Associazioni e Cooperative del territorio. Da questo Progetto è anche scaturito un Accordo Territoriale Enti Locali e Comprensoriali per l’accoglienza diffusa (link file “Accordo firmato accoglienza…”) in Provincia di Brescia di Richiedenti e Titolari di Protezione Internazionale, stipulato il 5 marzo 2015.
Altra azione significativa è stata la costituzione, sempre nel 2015, del Tavolo Asilo Provinciale del Forum del Terzo Settore Brescia che riunisce oggi quindici realtà del terzo settore.
Da quali analisi ed esigenze nasce il Tavolo Asilo del Forum del Terzo Settore?
È dal 2011 che stiamo lavorando sul tema dell’accoglienza e della promozione dell’integrazione. Avevamo anche costituito il Tavolo Rifugiati, ma nel 2015 è sorta la necessità di strutturarsi maggiormente e di costituire il Tavolo Asilo (link file “Tavolo Accoglienza…”)quale soggetto maggiormente formalizzato, capace di interloquire in modo più efficace e incisivo tanto con la Prefettura, quanto con i Comuni della Provincia.
Il Tavolo nasce dall’esigenza di lavorare in sinergia, di mettere in rete risorse umane, tecniche e professionali e di facilitare i collegamenti con tutti gli attori istituzionali e non, che, a vario titolo, si occupano di asilo sul territorio provinciale e a livello nazionale. Il Tavolo si caratterizza anche per la scelta del modello dell’accoglienza diffusa quale strategia qualificante i processi di accoglienza. Priorità del Tavolo è attivare “sistemazioni d’accoglienza di qualità e dignitosi e attivare e gestire progetti di accoglienza innovativi e sperimentali (famiglie, reti volontariato) solo nel caso che rispondano agli standard di qualità ai quali tutti i propri componenti aderiscono e solo nel caso in cui, in assenza del supporto delle amministrazioni comunali, vi sia un reale e sostanziale accordo e condivisione con le realtà sociali operanti nei singoli luoghi dell’accoglienza”.
Non ultimo, ci preme monitorare e garantire l’eticità, sul nostro territorio, delle azioni e dei processi di accoglienza: ad oggi, i soggetti gestori dei CAS sono molti e molto eterogenei (terzo settore, albergatori, enti profit) ed è necessario monitorare la qualità dei servizi erogati e la loro rispondenza con le linee guida e i criteri di qualità previsti dal Bando SPRAR, ribaditi dalla Prefettura anche quali criteri di qualità nei bandi per la prima accoglienza.
Quali sono i dati, oggi, che caratterizzano i flussi nella Provincia di Brescia?
Nella Provincia di Brescia ci sono CAS gestiti da albergatori, dal terzo settore e dal privato profit. Complessivamente, ad oggi, in tutti i CAS della Provincia sono accolte circa 1650 persone, di cui:
- 700 circa accolti in strutture e appartamenti gestiti dal terzo settore (che, nella maggioranza, aderiscono al Tavolo Asilo). Queste 700 persone sono accolte in 80 appartamenti circa, con una capienza di massimo 15 persone;
- 100 persone accolte da Caritas;
- 850 persone accolte in strutture gestite da privato profit e albergatori.
Come il territorio sta fronteggiando questi numeri importanti?
Nel 2011, per l’emergenza ENA, sono arrivare sulla Provincia di Brescia 500 persone. Ci sembravano tante, ma riuscimmo a gestire bene quegli arrivi. Oggi ci troviamo ad affrontare numeri molto più elevati e ci interfacciamo costantemente con la Prefettura che preme per “avere posti disponibili”. Per questo oggi, internamente al Tavolo, si dibatte molto su quale debba essere la dimensione dei centri di prima accoglienza.
Alcuni enti gestori sembrerebbero più propensi a strutturare centri di prima accoglienza per 30/40 persone, dove immaginare una prima permanenza di un mese per predisporre i documenti necessari e per la prima accoglienza sanitaria per poi a progetti personalizzati e a un inserimento delle persone in strutture e appartamenti tra i 4 e i 15 posti, maggiormente più orientati alla micro accoglienza, dove avviare percorsi di alfabetizzazione e corsi professionalizzanti. Dopo 6/7 mesi, le persone potrebbero poi procedere verso l’autonomia negli appartamenti presenti nei territori.
Questa ipotesi però, è solo parzialmente condivisa nel Tavolo, perché molti enti gestori sono contrari a gestire strutture di prima accoglienza con numeri così alti (30/40 persone) e sostenitori della micro accoglienza come strategia anche per la prima accoglienza.
La micro accoglienza regge di fronte ai numeri importanti di arrivi di questo momento storico?
Il problema oggi, è capire se la micro accoglienza è “compatibile” con le dimensioni dei flussi, perché di fatto, continuano ad arrivare numeri importanti e le strutture sono al collasso.
Crediamo che il terzo settore dovrebbe osare di più, accettare la sfida e prendere in mano con più determinazione la gestione della prima accoglienza per cercare di governarla secondo i criteri di qualità individuati dal Tavolo. È vero che la micro accoglienza è la strategia da privilegiare, ma ad oggi, con i numeri che dobbiamo fronteggiare, con la Prefettura che spinge per “avere posti” e a fronte della scarsa collaborazione di molti Comuni, il rischio è che “perdiamo la partita” e che la prima accoglienza venga gestita prevalentemente da albergatori, privati for profit e cooperative di altri territori poco attenti alle comunità, alla coesione sociale, all’integrazione e più interessati a fare profitto con i grandi numeri.
Oggi, di fatto, il sistema dell’accoglienza nel vostro territorio sembra caratterizzarsi per la copresenza di enti gestori con identità, statuti, competenze molto differenti. Che lettura fate di questa situazione?
Oggi Brescia ha un sistema di accoglienza “misto” e il maggiore numero di posti per l’accoglienza è gestito da privati profit. Anche a fronte di questa eterogeneità e complessità nel sistema gestore, crediamo che il Tavolo debba essere un interlocutore politico importante.
Non ci interessa certamente fare la guerra agli albergatori che di fatto, sono i soggetti che stanno rispondendo alle necessità della Provincia di Brescia, ma ci preme monitorare la qualità e il rispetto di standard dell’accoglienza.
Ci sono albergatori che stanno facendo davvero solo speculazione e noi continuiamo a fare segnalazioni alla Prefettura. Il problema è che la Prefettura è oberata e non riesce a fare controlli nelle strutture. E soprattutto, anche laddove la Prefettura riscontri delle non conformità, non è nelle condizioni di chiudere le strutture perché così facendo, le persone accolte resterebbero per strada con tutte le conseguenze che possiamo immaginare in termini di ordine pubblico.
Come sfida, avevamo anche proposto, come Tavolo, alla Prefettura di non riconoscere la stessa quota indistintamente a tutti i soggetti gestori della prima accoglienza, ma di differenziare le quote in relazione ai servizi offerti. Crediamo sia profondamente diverso, in primis in termini economici e di costi, offrire solo vitto e alloggio o offrire altri servizi quali la consulenza legale, percorsi di alfabetizzazione, percorsi educativi…
Che ruolo oggi ha il terzo settore nella relazione con gli Amministratori, in materia di accoglienza?
I sindaci oggi sono molto preoccupati del consenso. Anche quando troviamo, nei territori, dei privati cittadini disponibili a offrire i loro appartamenti in affitto per la prima accoglienza, spesso abbiamo i sindaci contro o le comunità locali che immediatamente si mobilitano per contrastare il progetto di accoglienza.
Malgrado per la prima accoglienza, l’ente locale non abbia voce in capitolo, come terzo settore, cerchiamo in tutti i modi di avviare strutture e appartamenti in accordo e collaborazione con l’ente locale, cercando di costruire consenso e di evitare conflitti o scontri. Questo anche perché non è immaginabile un vero progetto di integrazione senza la collaborazione dell’Ente Locale e della comunità locale: parlare oggi di accoglienza e di integrazione significa promuovere, per le persone accolte, l’accesso ai servizi sociali e sanitari, processi di socializzazione, percorsi di integrazione professionale e di inserimento occupazionale, tutte azioni che avvengono nella e con la comunità locale.
Quello che è importante che i Sindaci capiscano è che se anche decidono di non collaborare con il terzo settore, prima o poi arrivano i privati profit che hanno una visione dell’accoglienza molto strumentale (creare posti, più che accompagnare i processi di integrazione) e sono certamente poco interessati alla promozione del benessere della comunità locale e della coesione sociale.
Quali criticità leggete oggi, nel sistema di accoglienza sul vostro territorio?
Dinieghi e diritti
Se è vero che da aprile 2015 a Brescia si è insediata una nuova Commissione territoriale e questo ha certamente velocizzato le procedure per il riconoscimento o il diniego della protezione internazionale, noi oggi a Brescia paghiamo lo scotto di una Commissione con il più alto numero dei dinieghi in tutta Italia (70%).
Detto ciò, le persone ospiti hanno diritto di rimanere in prima accoglienza fino all’ultimo grado di appello, ma in alcuni Centri, dopo l’esito della Commissione, che sia positivo o che sia un diniego, le persone vengono dimesse.
Oggi, non in tutte le Prefetture questo diritto è garantito.
Nei nostri appartamenti e Centri, stiamo ospitando ragazzi che hanno fatto ricorso al diniego e ad alcuni di loro, paradossale, in tribunale gli è stata riconosciuta protezione internazionale.
Si sono verificati anche casi in cui la Commissione territoriale ha fatto ricorso al Tribunale.
Competenze
In questa confusione e parzialità nell’esigibilità del diritto, c’è anche un problema di competenze. Attualmente, a Brescia ci relazioniamo con un togato esperto in diritto delle migrazioni. Ma fino a qualche mese fa, erano gli stessi giudici del tribunale civile a doversi occupare dei ricorsi e non sempre erano giudici con una competenza specifica in diritto delle migrazioni, competenza necessaria per entrare nel merito di sentenze e ricorsi così specifici.
Assenza di visione
L’albergatore dà 1000 euro di buono uscita e libera il posto per far entrare altre persone. Se lo vediamo dal punto di vista della Prefettura, questo può essere una buona strategia perché si liberano posti. Ma le persone che escono dalla prima accoglienza, si rischia di ritrovarle in stazione, irregolari, all’asilo notturno, alla mensa della Caritas… Stiamo pagando la mancanza di una visione e la gestione dell’accoglienza come procedura meramente amministrativa e burocratica per cui ci si preoccupa del numero di posti disponibili e si continua a ragionare in termini di emergenza, senza una visione più articolata e di lunga durata del processo di integrazione. Sull’integrazione a lungo termine oggi non c’è un pensiero e una visione e non c’è una prospettiva per le persone accolte.
Assenza di partnership e coordinamento istituzionale
Gli SPRAR sulla Provincia di Brescia coinvolgono oggi 17 Comuni (su un complessivo di 206 Comuni) e i posti disponibili nella seconda accoglienza SPRAR passeranno a brevissimo da 157 a 275.
Oggi molti progetti SPRAR sono esito di un lavoro importante del terzo settore di accompagnamento e sollecito dei Comuni ad essere capofila di progettualità SPRAR.
Tra l’altro, molti Comuni si sono anche dichiarati disponibili tanto per appartamenti di prima accoglienza, quanto per progetti SPRAR, ma quando si vedono arrivare sul loro territorio, senza nessun preavviso o consultazione, CAS con 50 persone… i Comuni ritirano immediatamente la disponibilità e non si attivano sulla seconda accoglienza.
Non ultimo, oggi, alcuni finanziamenti SPRAR sono rimasti inevasi perché i Comuni non aderiscono al Bando SPRAR perché sui loro territori la Prefettura ha già autorizzato l’apertura di alberghi e CAS con anche 40 persone accolte sui loro territori.
Oggi, paghiamo sicuramente una scarsa collaborazione e pianificazione tra Prefettura ed Enti Locali e come Tavolo abbiamo sollecitato in tutti i modi la collaborazione di Prefettura per una pianificazione, insieme ai Comuni, dell’accoglienza, di prima e seconda accoglienza.
Manca completamente una pianificazione della prima e seconda accoglienza.
C’è stato un inserimento selvaggio, non pianificato e dall’indubbia qualità, di albergatori nei territori. I Comuni e le Comunità Montane devono unirsi e farsi forti con la Prefettura, per contrastare, regolamentare e governare l’accoglienza.
Se nessuno governa, c’è l’insediamento selvaggio…