L’opportunità di una transizione difficile
Il periodo di veloce evoluzione organizzativa che la Regione Lombardia sta attraversando vede svilupparsi, accanto alle tradizionali linee di lavoro, nuove sperimentazioni che provano a segnare il passo di direzioni inedite anche nell’impegno a tutela della domiciliarità, nelle sue molteplici forme.
Il tema della cura degli anziani fragili mostra, ormai da tempo, una serie di vulnerabilità importanti, su tutto il panorama regionale e nazionale, sia dal punto di vista dei modelli di riferimento adottati nell’immaginare i servizi, sia dal punto di vista della loro mera sostenibilità economica.
Al crocevia di questi sviluppi, il terzo settore ha l’occasione di interrogarsi in modo deciso sul suo ruolo, sia in relazione alle politiche assistenziali degli ambiti e dei singoli comuni, sia rispetto all’assetto tradizionale delle cure sanitarie domiciliari, offerte oggi dalle Asst locali. Anche a questo livello, infatti, i veloci sviluppi organizzativi chiesti da Regione Lombardia sembrano lasciare aperte molte strade non ancora percorse (si veda articolo precedente).
In alcune Ast, si configurano opportunità preziose per valorizzare le competenze socio assistenziali degli operatori, maturate all’interno della storia consolidata del servizio Sad e, in alcuni territori, del servizio di custodia sociale, per offrire una valida integrazione alle prassi tipicamente sanitarie dell’Adi e dei servizi ad essa connessi – Si pensi, ad esempio, agli sviluppi in corso rispetto alla nuova costituzione dei Prest e dei Pot ( si veda articolo dedicato), soprattutto nei territori più periferici, e alle sinergie non convenzionali evocate da alcune ipotesi di sperimentazione in circolazione.
Altrove, invece, si delinea la possibilità che anche l’esperienza sociale, tipica del lavoro di territorio, maturata in molti contesti soprattutto dal terzo settore, possa arricchire lo sguardo delle sperimentazioni, che sempre più si moltiplicano a cavallo tra mondi educativi e mondi marcatamente assistenziali, provando a superare nella prassi quotidiana di lavoro la dicotomia sociale/sanitario che per così lunghi anni ha segnato la natura e l’organizzazione dei servizi lombardi.
L’occasione di riflettere su questi ed altri cambiamenti in corso, all’interno del panorama regionale della cura e dei servizi in genere, può divenire un luogo privilegiato per chiamare a raccolta una serie di attori del territorio, storicamente orientati a target di servizio diversi. Solo insieme è possibile (ma non probabile) provare a costruire un pensiero e un’azione condivisi, che sappiano superare le logiche di parzialità tipiche dei mondi altamente specializzati, che tradizionalmente erogano servizi alle persone fragili anziane, favorendo la condivisione di linee strategiche comuni per il prossimo futuro[1].
Imparare questa nuova misura del pensiero e dell’azione, stabilendo relazioni continuative, interne ed esterne alle municipalità, al terzo settore e alle istituzioni in genere (Ats e Asst, in particolare, vista la fase di veloce transizione che attraversano), chiede ai singoli e alle organizzazioni di saper aprire scenari anche in ambiti di intervento non tradizionali, rafforzando collaborazioni esistenti e formalizzando nuove inedite alleanze per reggere all’urto dei repentini e frequenti cambi normativi.
Da un simile lavoro di avvicinamento e comprensione reciproca tra enti e istituzioni, sarà possibile far emergere cornici culturali e programmatiche nuove entro cui imparare a muoversi nei prossimi anni, coerentemente con la direzione dei dettati normativi, che chiedono con forza un cambiamento radicale nell’organizzazione dei servizi per le persone fragili.
In questa direzione di senso, nel febbraio del 2015 è nata l’idea di un progetto di ricerca che andasse a osservare il lavoro svolto all’interno di alcuni quartieri del comune di Bergamo, dalle figure preposte alla custodia sociale (tendenzialmente Asa e Oss) e dagli educatori coinvolti in qualità di Operatori di comunità (essenzialmente, facilitatori di processo dell’opera della custodia sociale).
A Bergamo, infatti, dal 2009 è attivo il servizio di Custodia Sociale che, come avviene in altre realtà in particolare del nord Italia, è rivolto alle persone anziane e sole ed ai nuclei familiari che attraversano momenti di particolare fragilità. Il progetto di custodia sociale, tuttavia, si è trasformato e arricchito nel tempo, dal 2014, affiancando agli operatori dell’assistenza alcune figure con competenze prevalentemente educative, in veste di operatori di comunità.
Il progetto di custodia sociale nel Comune di Bergamo
Il progetto bergamasco prevede la presenza nel quartiere di operatori (Asa-Oss) denominati Custodi Sociali, che diventano punti di riferimento per coloro che si trovano in situazione di momentanea difficoltà, fornendo aiuto diretto e concreto ai loro bisogni quotidiani ed attivando anche altre risorse territoriali, al fine di prevenire situazioni di criticità, rafforzare la rete di solidarietà e favorire la socialità. Il Custode Sociale opera in sinergia con l’equipe territoriale del Sad, con particolare riferimento alle storie di anziani poco sostenuti dai servizi esistenti o non ancora presi in carico.
Accanto a loro, vi sono risorse informali volontarie che vivono nei condomini delle aree più fragili della città, che per comodità qui chiameremo “sentinelle” di quartiere, individuate perché disponibili o storicamente attive sul territorio, e invitate a identificarsi in questo ruolo dall’istituzione comune. La sentinella ha il compito di sorvegliare i condomini, soprattutto quelli più anziani e più bisognosi di attenzioni; più in generale, garantisce la presenza di uno sguardo costante sui bisogni del palazzo e del quartiere, connettendosi ad altre figure formalizzate, come il portiere, il custode sociale e l’operatore di comunità, attive sul territorio, offrendo segnalazioni e aiuto nel tener monitorate le necessità dei più fragili. Le sentinelle divengono a pieno titolo figure di riferimento per il Comune e vengono convocate con regolarità per un confronto e una discussione sulle necessità riscontrate[2].
Dentro la cornice di questo quadro articolato, all’interno dei quartieri del comune di Bergamo, nel 2014, grazie alla sollecitazione e al contributo del Consorzio Solco Città Aperta[3], ha preso forma l’ipotesi – abbastanza inconsueta nei servizi di custodia sociale – di introdurre una figura di tipo educativo, denominata Operatore di comunità, che si muovesse all’interno di uno specifico quartiere, lavorando in particolare attraverso una serie di strumenti di intervento consolidati in altri ambiti dei servizi (dai minori alla disabilità) con un atteggiamento altamente propositivo, orientato a favorire:
- il lavoro di rete, con un mandato non orientato a costruire tavoli di lavoro, ma a partecipare ai tavoli già attivi, rappresentando le istanze degli anziani e collegandosi ad attività del territorio già in essere;
- l’animazione di territorio, con l’obiettivo di rendersi visibili utilizzando attività che già sono programmate nel quartiere;
- il lavoro in team, per far crescere la consapevolezza di far parte di un gruppo di lavoro allargato (assistenti sociali e altre figure presenti sul territorio/quartiere, come le custodi, le sentinelle e i portieri sociali) da alimentare di continuo;
- lo sviluppo di progetto, perché non si costruiscano solo relazioni con il territorio, ma si elabori ciò che emerge nel lavoro, in direzione di una crescita di attenzione alla persona anziana e ai suoi bisogni, ma soprattutto sollecitando costantemente il quartiere verso lo sviluppo dell’idea di anziano come risorsa;
- la lettura dinamica dei bisogni, per leggere i bisogni emergenti collegandoli a ipotesi di sviluppo/innovazione concrete e puntuali.
A partire dalle premesse sopra illustrate, la ricerca si è proposta sia di far emergere la natura artigianale del lavoro assistenziale di primo livello, capace di combinare pratiche diversificate per rispondere alla mutevolezza dei bisogni espressi quotidianamente dai fragili anziani, sia di delineare il ruolo prezioso della competenza educativa nel favorire processi di integrazione tra soggetti e servizi, formali e informali, tra loro e con i fragili anziani presenti nei quartieri .
La ricerca
Entrando maggiormente nel dettaglio, l’obiettivo prioritario del lavoro di ricerca[4], svolta per conto del Comune di Bergamo e del Consorzio Solco Città Aperta sulla vasta rete di figure legate alla custodia sociale, all’interno dei quartieri di Bergamo città, è stato quello di osservare in particolare le ricadute dell’azione degli operatori e delle operatrici di comunità, all’interno dei quartieri coinvolti dalla sperimentazione, mettendo in evidenza:
- i fattori di rinforzo della coesione sociale attivati all’intero di ogni singolo territorio;
- la capacità di attivare e facilitare l’azione dei soggetti preposti alla cura e all’accompagnamento di persone anziane fragili (Map, operatori Adi e Sad etc.);
- la capacità di attivare altri soggetti del territorio a prendere parte, in modo diretto o indiretto, ai processi di cura e accompagnamento di persone anziane fragili (enti, associazioni, gruppi – formali e informali, singoli, farmacie, attività commerciali di quartiere, parrocchie etc.);
- i bisogni della popolazione anziana e della rete sociale che l’accompagna;
- la natura complessa delle relazioni individuali e di gruppo instaurate tra i soggetti fragili, gli operatori e le risorse presenti nel quartiere;
- le molte forme assunte dalle reti familiari e di prossimità incontrate;
- le storie di solitudine intercettate, generate dal mancato o parziale aggancio con i servizi e le reti di sostegno presenti sui territori.
In tale direzione, le azioni messe in campo hanno provato a: osservare le iniziative in corso, affiancando gli operatori e le operatrici di comunità, con una attenzione particolare anche al lavoro delle custodi sociali; individuare e intervistare i soggetti del territorio (singoli, enti e associazioni) che hanno uno sguardo privilegiato sul mondo anziano, o che sono impegnati nella cura, nel sostegno e nell’animazione della comunità; mappare le reti di aiuto e auto-mutuo-aiuto esistenti, immaginando nuove forme di servizio che possano lavorare in sinergia con quelli formali e informali già presenti sul territorio; immaginare e proporre occasioni di progettazione partecipata, in cui le risorse incontrate possano esprimersi e sentirsi protagonisti di un cambiamento reale e duraturo per il territorio e per la comunità.
Le ricadute più evidenti del lavoro corale della custodia sociale e degli operatori di comunità, nell’esperienza bergamasca qui descritta, consentono di confermare l’importanza di una misurazione qualitativa puntuale dell’impatto di servizi di questo tipo, sintetizzabile nei termini di:
- adesione all’offerta di servizi per anziani e relativo grado di soddisfazione;
- sostenibilità nel tempo dei servizi, da un punto di vista economico e sociale;
- ottimizzazione dei processi di cura e di assistenza, dall’infanzia all’età anziana, che riguarda l’intera popolazione, grazie all’ottimizzazione della sinergia tra i MAP, le farmacie, le cooperative di servizi, le parrocchie etc.;
- attivazione e coordinamento di forme inedite di servizio, anche volontario, all’interno delle comunità;
- maggiore coesione sociale e adesione al programma di governo;
- maggiore motivazione dei medici di assistenza primaria (MAP) della città a prendere parte ad iniziative simili, cogliendo la valenza strategica della disponibilità dell’istituzione a concertare con loro un disegno complessivo della medicina di territorio dei prossimi anni, garantendo loro centralità e protagonismo nel governo della rete dei servizi, come richiesto dalle ultime direttive regionali in materia di adeguamento del sistema delle cure territoriali.
Alcune considerazioni
Alla luce dell’immagine del patchwork, tipicamente usata nella letteratura sociologica per definire le pratiche assistenziali ad alto grado di personalizzazione, è necessario partire dalla consapevolezza che qualsiasi luogo istituzionale della cura non può più oggi essere concepito meramente sulla base del paradigma aziendalistico dell’organizzazione, alla stregua di un reparto di produzione di prestazioni assistenziali rigorosamente pianificate dall’alto. Come molti colleghi in questi anni hanno sottolineato, i luoghi della cura somigliano molto più, infatti, a un laboratorio artigiano, nell’ambito del quale ci si confronta costantemente intorno alle concrete pratiche lavorative, che giorno per giorno si sviluppano attorno ai mondi privati degli individui, per rispondere alle mutevoli esigenze di ogni singola storia incontrata.
In definitiva, si riesce ad adempiere al proprio mandato istituzionale di cura se si è consapevoli della complessità etica e organizzativa che un simile processo di personalizzazione impone, ma soprattutto se si è sufficientemente coraggiosi per capire l’aderenza ai bisogni reali delle persone che questo modo di lavorare garantisce, alla larga da pericolose stereotipizzazioni dei bisogni e delle biografie.
Nell’osservazione e nella comparazione delle due figure oggetto della ricerca emerge con forza che la valorizzazione del sapere pratico acquisito dagli ausiliari sul campo, nella relazione di prossimità con i residenti, può avvenire più agevolmente se figure più specializzate (di stampo educativo, nel caso osservato) offrono loro gli strumenti teorici e le connessioni all’interno della comunità necessari a consolidarlo. In questa prospettiva, nella relazione con gli ausiliari, il ruolo di queste figure educative assolverebbe più a una funzione di consulenza e formazione continua, che non a una funzione di direzione e coordinamento[5].
[1] Un esempio di questa logica è rappresentato dalle collaborazioni virtuose di alcune RSA del territorio con soggetti del terzo settore ( e non solo) nell’attuare sperimentazioni profondamente innovative rispetto alla natura del proprio servizio, ad esempio le numerose e variegate esperienze di residenzialità leggera, RSA aperte o Centri diurni integrati.
[2] Grazie alla sentinelle vengono anche programmati momenti di convivialità e condivisione che coinvolgono gli abitanti del quartiere, oltre ad azioni specifiche sui singoli casi critici. Pur essendo figure ‘informali’ partecipano alla rete dei servizi socio-assistenziali del comune, offrendo il loro prezioso contributo in azioni che vanno dal buon vicinato, a segnalazioni attente e circostanziate sui bisogni delle persone più fragili a loro vicine.. L’età – anche molto anziana – di alcuni di loro non impedisce affatto di poter svolgere il ruolo di sostegno descritto
3] Il consorzio Solco Città Aperta lavora da anni con il comune di Bergamo all’interno di un processo di co-progettazione dei servizi, di cui è di fatto erogatore, insieme ad altri consorzi e cooperative.
[4] Il lavoro di ricerca è stato condotto da un’equipe coordinata da Marco Zanchi, composta da Antonio Censi, Alice Sivalli e Flavia Cereda. Si ringrazia in particolare Alice Sivalli per l’impegnativo lavoro di sintesi. La ricerca ha avuto la supervisione scientifica del Prof. Ivo Lizzola, dell’Università degli Studi di Bergamo.
[5] Il dettaglio del lavoro di ricerca, con la sintesi dei risultati, la voce dei protagonisti e le immagini che hanno accompagnato il delicato lavoro di osservazione etnografica svolto nei quartieri, saranno disponibili a partire dall’autunno 2016 sul sito del Consorzio Città Aperta: www.solcocittaaperta.it. Eventuali richieste in merito possono essere rivolte a: marco.zanchi@unibg.it