Welfare in azione: un bando ambizioso

La metafora del sasso nello stagno non è completamente adeguata. Innanzitutto perché un sistema locale di welfare, per quanto immerso nella sua routine quotidiana, non è mai fermo come una pozza stagnante; e poi perché il progetto assomiglia più a una gragnola di pietruzze che a una unica pesante pietra. Almeno a giudicare da quanti cerchi concentrici si possono riconoscere e seguire a un anno di distanza. Già, perché tutti i progetti della prima edizione del bando “Welfare in azione”, fortemente voluti, promossi e sostenuti da Fondazione Cariplo, hanno soffiato nelle settimane scorse sulla prima delle tre candeline concesse. Un bando molto ambizioso, che ha posto agli ambiti territoriali l’obiettivo di cambiare i sistemi di welfare attraverso processi di innovazione, valorizzazione delle risorse della comunità e governance realmente partecipata tra soggetti diversi, pubblici e privati. Il traguardo vorrebbe essere quello di un welfare più comunitario e maggiormente generativo. Mica paglia.

La vulnerabilità oltre i perimetri

#Oltreiperimetri è il progetto del territorio del Rhodense, di cui Sercop (l’azienda speciale dei Comuni del Rhodense) è capofila e il consorzio Cooperho il principale partner.
Il progetto prende il nome dalla volontà – comune a tutti i progetti finanziati – di andare oltre i confini del tradizionale intervento sociale, per promuovere rinnovati legami tra le persone e tra le diverse soggettività diffuse nel tessuto dei nove Comuni del Rhodense. Per poi intervenire – insieme – sulle situazioni di impoverimento e vulnerabilità. Questo è infatti il “target” principale delle attività: un certo ceto medio in difficoltà che, pur partendo da un equilibrio economico decoroso, sta scivolando verso una condizione di disagio in ragione di eventi naturali della vita: la nascita di un figlio, l’appesantimento dei carichi di cura, le separazioni, i costi eccessivi dell’abitare, la perdita del lavoro, l’indebitamento che ne è conseguenza diretta. Tali fatti diventano degli ostacoli molto seri per persone non attrezzate alla sopravvivenza di necessità e disabituate a chiedere aiuto. Si tratta di persone che di norma non dispongono di risposte organizzate, ma hanno ancora una buona dotazione di risorse per gestire i problemi e quindi di fatto si collocano al di fuori dei perimetri operativi dei servizi tradizionali.

Allestire nuovi contesti di comunità e di utilità

L’idea centrale di #Oltreiperimetri è quella di allestire nuovi contesti per accompagnare questi cittadini a trasformare la condizione di disagio, quasi sempre sommerso e silente, in una presenza consapevole e capace di co-generare nuove risposte, da progettare e gestire in modo partecipato e condiviso, in modo da prevenire l’ampliamento del bisogno. In particolare sono stati allestiti quattro “centri civici” – chiamati #OPcafè – concepiti e realizzati come luoghi attraversabili, non riconoscibili come “servizi sociali”, in cui da un lato realizzare attività di socializzazione e attivazione comunitaria e, dall’altro, trovare contestualmente servizi di accompagnamento sui cruciali temi del lavoro, della casa, dell’indebitamento, dei carichi familiari.

Cerchi nell’acqua

Dicevamo dunque dei cerchi che si intersecano e si rifrangono sulla superficie dell’acqua. E’ infatti questa la sensazione a un anno dal varo delle attività: tante “cose” messe in movimento su una superficie molto vasta, sia dal punto di vista tematico che territoriale.
Il primo elemento da evidenziare sono le vaste reti di associazioni e gruppi informali messe in moto negli #OPcafè, attraverso i laboratori di comunità e le attività di socializzazione promosse. Si tratta di un primo livello – per certi versi basico – del progetto, relativo alla promozione di maggiore coesione sociale dei territori. Al di là della cooperazione sociale, già totalmente coinvolta come partner di progetto, le reti locali stanno dando vita a iniziative peculiari e talvolta originali, che in alcuni casi hanno già generato  piccole attività autogestite rivolte ai bisogni della collettività (ad esempio lo spazio mamme/bimbi a Pregnana o la nuova Banca del tempo di Settimo milanese). I progetti, insomma, pare riescano effettivamente a mettere…in azione o a ri-attivare energie locali e informali.
Vi sono poi attività o ambiti ”vecchi” che all’interno dei progetti “cambiano segno” perché posizionati in maniera diversa, in particolare più comunitaria e generativa. E’ il caso della riapertura, come #OPcafè, di Palazzo Granaio a Settimo milanese. Palazzo Granaio era chiuso da tre anni, dopo una lunga storia di servizi per i giovani, promossi e gestiti con un coinvolgimento limitato e carente della comunità locale. Ora le porte si sono ri-aperte e si è dato vita a un vero e proprio centro civico co-progettato e animato da decine di iniziative di associazioni e cittadini che si sono attivati come soggetti protagonisti della città. Ma è anche il caso delle attività di orientamento e reinserimento al lavoro dedicate ad over 40 disoccupati da meno di due anni (denominate con l’acronimo di Orafo); le “classiche” politiche attive del lavoro – bilancio di competenze, consulenza ad hoc per la ricerca di nuove opportunità, sostegno per i colloqui di lavoro, tirocinio di tre mesi in un’impresa – cambiano segno se sono promosse e finanziate da un Fondo cittadino di solidarietà, com’è successo ad Arese,  partecipato dalle risorse del Comune, dell’associazionismo locale, di alcune imprese e persino dalle donazioni di singoli cittadini. I progetti pare che servano a ridisegnare in un orizzonte comunitario ciò che è nato dentro schemi consolidati o addirittura invecchiati.

Innovazione

Ma dentro #oltreiperimetri si sono creati anche significativi spazi di innovazione, in particolare sul fronte delle attività di contrasto all’indebitamento e dell’educazione finanziaria. Questo tema si sta rivelando un vero e proprio “reagente” in grado di provocare connessioni e alchimie  interessanti. Da un lato rappresenta uno strumento operativo in grado di rispondere a un bisogno concreto del target messo al centro del progetto, e cioè quello di essere sostenuti nella lettura della propria situazione finanziaria e di essere orientati verso soluzioni praticabili per alleggerirne le criticità. Dall’altro, il tema ha un certo appeal in grado di muovere l’attenzione e la disponibilità di ambienti molto diversi tra loro: dalle società sportive ai comitati inquilini Aler, dalle parrocchie alle università per la terza età. Si tratta di relazioni che si possono tradurre, e nei fatti si traducono, anche in collaborazioni concrete: lettura del bisogno, segnalazione, promozione di gruppi di educazione finanziaria, consulenze individuali. L’educazione finanziaria, il lavoro e la casa sono temi concreti che stanno costruendo le condizioni per il coinvolgimento attivo di attori non tradizionali del welfare: l’azienda municipalizzata per i rifiuti Aser di Rho, i proprietari di casa per l’azione housing, ma anche gli imprenditori di Arese, Cornaredo e Lainate. I progetti, insomma, pare che funzionino come volani per allestire collaborazioni con soggetti non tradizionali del welfare, attivi nella comunità.
Ma l’educazione finanziaria è servita anche come reattivo per coinvolgere tutti gli assistenti sociali in un percorso laboratoriale e formativo che ha posto al centro le prassi di contrasto alla povertà e l’educazione finanziaria come nuovo strumento di lavoro. Il laboratorio ha consentito un appassionato coinvolgimento nel progetto, l’apprendimento di nuovi strumenti per la lettura delle domande e dei bisogni portati dai cittadini, ma  sta creando anche una buona base per ripensare a livello di ambito gli interventi di sostegno economico alle povertà, finora governati autonomamente dalle singole amministrazioni. I progetti sono in grado di attivare potenziali innovazioni nella gestione ordinaria del welfare locale.

Le domande e le prospettive

Dunque, attraverso l’esperienza di #oltreiperimetri possiamo già articolare qualche ipotesi sull’impatto positivo sui sistemi di welfare. Naturalmente rimane ancora pressoché intatta la sfida di far diventare questi cerchi sulla superficie delle vere e proprie correnti mulinanti sul fondo. Quelle che trasformano e cambiano realmente l’assetto dell’intero bacino.
In particolare rimangono ancora integri tre nodi che probabilmente accompagneranno tutto il restante tratto di strada dei progetti.
Il primo riguarda le nuove figure professionali che i progetti sono in grado di mettere in campo per promuovere un rinnovato welfare comunitario e generativo. #Oltreiperimetri, da questo punto di vista, ha avuto la fortuna di poter puntare su una nutrita nuova equipe di operatori incaricata di allestire e animare gli #OPcafè. Si tratta di un gruppo molto composito per esperienza, professionalità e sguardo, che finora sta lavorando in maniera molto entusiasta e positiva. Il mix generato dal progetto pare rispondere ai bisogni compositi e stratificati del progetto stesso, ma è solo all’inizio il lavoro di rielaborazione dell’esperienza per capire se si stia andando verso vere e proprie nuove figure professionali e, se sì, quali siano le attitudini e le competenze più adeguate. La sfida di tenere insieme socialità e risposte competenti ai bisogni dei vulnerabili è ancora tutta lì da giocare.

Il secondo nodo riguarda il coinvolgimento degli attori non convenzionali nel cuore dei sistemi di welfare e nella governance degli stessi. Finora l’aggancio e il coinvolgimento si è rivelato parziale e puntuale in merito ad alcune funzioni molto individuate: l’educazione finanziaria piuttosto che la messa a disposizione di case per l’housing. Il proseguo del lavoro dirà quanto si possa andare avanti nell’ingaggio di queste realtà che potenzialmente rappresentano punti di vista e risorse “altre” in grado di arricchire e diversificare i sistemi locali. E’ altrettanto vero, tuttavia che ciascuno degli enti ha mission e priorità che spesso assorbono totalmente le energie a disposizione, consentendo solo collaborazioni limitate nell’investimento di energie e nel tempo.

Il terzo nodo riguarda quello che a tutti gli effetti è il target principale dei progetti; difficile dire, allo stato attuale, quanto i quattro #OPcafè e le loro attività stiamo davvero impattando su famiglie e persone vulnerabili non conosciute dai tradizionali servizi sociali. Il dato può essere preciso solo per quanto riguarda alcuni strumenti molto finalizzati a calibrati sul target (ad esempio le attività di Orafo); per il resto è proprio l’ipotesi iniziale a rendere difficile monitorare e valutare questo elemento fondamentale. L’ipotesi di fondo è quella che gli #OPcafè, attraversabili e non  etichettabili come luoghi per i marginali, possano raggiungere più agevolmente coloro che marginali non vogliono essere e nemmeno sentirsi. Ma pescare con una grande rete fuori dai perimetri, nel mare magnum dei nostri cittadini, può solo aumentare la probabilità di contatto e aggancio, non assicurarla. D’altra parte, creare luoghi esplicitamente per vulnerabili ricreerebbe nel giro di poco la trappola dell’etichetta e del perimetro.

Possiamo dunque accontentarci di questo? Probabilmente no. Ci vorranno nuovi salti (#OP!) di creatività e di ingegnosità per diventare progressivamente sempre più efficaci ed utili. Nuovi sassolini nello stagno, nuovi cerchi (evitando, se possibile, i buchi!) nell’acqua.