I cambiamenti della società ci indicano la direzione da seguire[1]

In primo luogo, per interrogarsi sulle politiche può essere utile partire da alcune considerazioni che derivano dalle trasformazioni che la nostra società sta vivendo a livello sociale, economico e demografico:

  • È cruciale avere piena consapevolezza della portata dei cambiamenti. La realtà evolve più rapidamente e in modo più complesso di quanto riusciamo a misurare con gli strumenti tradizionali. Per cogliere e comprendere a fondo i cambiamenti vanno potenziati gli strumenti che rappresentano le relazioni familiari oltre le mura domestiche. La definizione statica di famiglia anagrafica intesa come coabitazione sotto lo stesso tetto è sempre meno in grado di rappresentare la realtà effettiva e il legame con nuovi rischi e bisogni.
  • Va adottata una visione dinamica dei cambiamenti, utilizzando una prospettiva del corso di vita (e familiare). Lo stesso nucleo monogenitore non rappresenta una condizione permanente ma fa parte di una fase più o meno lunga di un percorso di vita familiare che diventa sempre più vario e articolato.
  • Dopo la crisi, le condizioni delle famiglie non torneranno come prima. Bisogna guardare con attenzione l’area grigia della “quasi povertà” e tener conto della maggiore incertezza del reddito soprattutto per i giovani e le giovani famiglie per le implicazioni che può produrre anche nelle scelte di vita (autonomia, scelta di avere figli, ecc.).
  • E’ importante che le politiche pubbliche interagiscano positivamente con le risposte che la crisi ha stimolato: lo sviluppo del welfare comunitario, la sensibilità verso il benessere relazionale, l’economia sociale, la propensione alla condivisione, la riscoperta dei rapporti di vicinato.
  • Le politiche per essere efficaci dovranno, più che preordinare soluzioni rigide, favorire soluzioni adattive positive per i singoli e la collettività. La realtà sociale è sempre più complessa e sempre meno preordinabile. Le esigenze sono sempre più diversificate. Le implicazioni delle scelte individuali sono sempre meno prevedibili.

Il sostegno alla monogenitorialità in Lombardia: nodi critici e prospettive possibili[2]

Come già accennato nell’articolo di sintesi della ricerca, le misure di sostegno alla monogenitorialità presenti in Lombardia sono riconducibili a tre comparti:

  • l’area dei sostegni economici diretti ai genitori, erogati principalmente dai Comuni e dalla Regione tramite i consultori (nel recente passato i fondi Nasko e Cresko oggi sostituiti da alcune misure del Reddito di autonomia e il fondo Sostengo specifico sulla monogenitorialità);
  • l’area della facilitazione e del sostegno ai servizi di cura, per supportare i genitori nello sviluppo educativo dei figli e nella faticosa conciliazione dei tempi di vita;
  • l’area del “Low care” che comprende tutti gli interventi a sostegno del benessere delle famiglie con figli, nel normale ciclo di vita.

Gli interventi si pongono al crocevia di diverse politiche, politiche attive del lavoro e delle pari opportunità, politiche di conciliazione vita-lavoro, politiche abitative, politiche di sostegno al reddito e contrasto alla povertà. I livelli istituzionali e gli attori coinvolti sono molteplici – dai Consultori delle Asl, ai servizi sia educativi che sociali dei Comuni, sino agli interventi di comunità realizzati da terzo e quarto settore, spesso al di fuori da una specifica regolazione pubblica – e la variabilità delle esperienze territoriali è molto ampia.
Il sistema di sostegno alla (mono)genitorialità così delineato richiama l’attenzione su alcuni temi.

Equità

L’insieme delle misure descritte è molto eterogeneo e cambia notevolmente a seconda del territorio di osservazione, ponendo un significativo problema di equità territoriale. La regolazione comunale per l’accesso e la compartecipazione ai servizi, per fare solo un esempio, non ha quasi mai una dimensione sovra ambito, ma varia, talvolta anche in modo significativo, da comune a comune. L’assistenza economica poi, non solo non è regolata in modo omogeneo, ma sconta notevole discrezionalità all’interno dei servizi. Ciò significa concretamente che oggi, a seconda di dove un genitore unico vive, può ricevere supporti e sostegni molto differenti. Una prospettiva di evoluzione possibile verso una maggior omogeneità è rappresentata dall’introduzione del nuovo Isee (Dpcm 139/2013). Sia perché parzialmente migliorativo per le condizioni di monogenitorialità, prevedendo nella scala di equivalenza una maggiorazione del coefficiente, ma anche perché la revisione dei regolamenti resa necessaria dalla modifica dell’Isee, nonostante le sue vicissitudini applicative sta vedendo diversi contesti impegnati a governare questo processo a livello sovracomunale.

Priorità e scelte

Quanto si investe su questo specifico asse di policy? Purtroppo le evidenze ci parlano di una progressiva retrocessione all’interno dell’agenda pubblica del sostegno alla genitorialità.
Un primo dato ci viene fornito dallo stato del finanziamento. La spesa sociale dei Comuni lombardi oltre ad essere già significativamente inferiore a quella delle altre regioni comparabili, sta vivendo in questi ultimi anni una progressiva flessione negativa rispetto agli interventi sull’area famiglia, contrariamente a quanto invece accade ad altri settori (es. disabilità). Inoltre, diverse iniziative che nel tempo hanno concorso a promuovere il sostegno della genitorialità, stanno vivendo importanti decurtazioni o addirittura progressivi azzeramenti. Ad es. la l. 285/97 oggi finanzia solo le città riservatarie, dunque solo Milano e la l.r. 23/99 ha visto dimezzata la sua dotazione finanziaria e per il 2016 non pare nemmeno prevista.
A questa evidenza se ne aggiunge un’altra. Nella flessione negativa della spesa pubblica, le istituzioni sono spinte a concentrare il proprio intervento in risposta al disagio conclamato, all’emergenza e al sostegno della cronicità. Ad es., all’interno della spesa comunale, cresce il peso degli interventi di tutela e tipicamente quelli rivolti al pagamento delle comunità per minori allontanati dalle famiglie. Anche nelle politiche regionali si osserva la medesima tendenza: indubbiamente in questa legislatura si è investito sulla famiglia, introducendo dotazioni finanziarie aggiuntive anche di un certo rilievo (il “Fondo famiglia” istituito dalla dgr 116/2013), ma in grande prevalenza orientate a sostenere famiglie in situazioni di importante disagio (minori con gravissime disabilità, ludopatia, famiglie con minori allontanati e collocati in strutture,…).
Le scelte di policy in atto stanno sacrificando il sostegno della famiglia nel normale ciclo di vita, abbandonando progressivamente la logica di un intervento pubblico preventivo, in supporto alle famiglie in fasi critiche che, se lasciate in solitudine, potrebbero poi facilmente scivolare in situazioni di disagio e marginalità. Una questione cruciale oggi nella definizione di una politica per la famiglia riguarda la scelta sul suo orientamento: il ripiegamento del welfare intorno ad un profilo unicamente riparativo o, diversamente, l’investimento in direzione preventiva e promozionale.

Progettualità, sperimentazioni o politiche?

Nel welfare sociale lombardo “l’agire per sperimentazione” è una pratica molto diffusa. Anche tante esperienze di sostegno alla (mono)genitorialità sono sostenute da progettualità a termine: si realizzano grazie alla vincita di bandi e finanziamenti puntuali, promossi da varie organizzazioni, ma che non si basano su alcuna garanzia di continuità nel tempo (recentemente anche una parte del Fondo sociale regionale 2015 è stata destinata a sostenere interventi strutturali anche rivolti a soluzioni abitative per genitori separati).
Certamente la questione è complessa. Da una parte richiama la capacità, o meno, delle istituzioni di saper trasformare i propri sistemi di welfare locale, alla luce delle progettualità sperimentate. Dall’altra la sperimentazione può essere utile solo se fondata su obiettivi chiari da sottoporre a verifica, dunque con la previsione di monitoraggi e valutazioni conseguenti, che poi siano in grado di fornire indicazioni sulla bontà o meno di quanto sperimentato, per decidere su quali di queste investire per una messa a sistema, su tutto il territorio e con che ricadute trasformative sugli assetti di welfare.
In conclusione, molteplici sono gli aspetti su cui il decisore pubblico si deve interrogare per rendere efficaci e mirate le politiche di sostegno alla famiglia ed in particolare alle famiglie monogenitoriali. Tre prospettive di rilievo che emergono dal workshop del rapporto di ricerca Éupolis riguardano:

  • garantire l’equità nell’accesso al sistema di welfare locale, attraverso la definizione di criteri di accesso omogenei a livello locale e regionale per contrastare la tendenza alla differenziazione/arbitrarietà territoriale nell’accesso al diritto;
  • promuovere politiche che abbiano un effetto preventivo sulla caduta in povertà e non solo di carattere “emergenziale”, adottando una visione “dinamica” e basata “sui corsi di vita”;
  • la messa a punto di un rigoroso piano di monitoraggio e valutazione, delle sperimentazioni, indispensabile per identificarne i fattori critici, e viceversa di successo, e favorire la messa a regime di interventi efficaci rispetto agli obiettivi di policy ed efficienti dal punto di vista della spesa.

[1] Il presente contributo è tratto dall’intervento di Alessandro Rosina, Università Cattolica del Sacro Cuore, al workshop di riflessione sulle indicazioni di policy, parte integrante della ricerca Éupolis La famiglia oggi
[2] Il presente contributo è tratto dall’intervento di Valentina Ghetti, vicedirettore di LombardiaSociale, al workshop di riflessione sulle indicazioni di policy, parte integrante della ricerca Éupolis La famiglia oggi