Il rapporto presenta i dati di maggiore rilievo in merito al tema trattato e alcuni approfondimenti risultanti da un workshop a cui hanno partecipato diversi esperti e studiosi[1], che hanno portato il proprio contributo sia in ordine all’analisi dei dati demografici ed economici, sia all’articolazione di alcune indicazioni di policy per il sostegno alle famiglie, con particolare riguardo a quelle monogenitoriali.

Come cambiano le famiglie in Lombardia

La struttura famigliare in Lombardia, così come nel resto d’Italia, sta rapidamente trasformandosi: guardando agli ultimi vent’anni le famiglie si assottigliano e contemporaneamente si diversificano nella loro composizione e aumenta significativamente il numero delle famiglie sempre più esposte al rischio di povertà.
Il dato lombardo relativo all’assottigliamento delle famiglie è in linea con quello nazionale, con una riduzione del numero medio di componenti che va da 2,7 nel 2001 a  2,4 nel 2011, a 2,3 nel 2013[2]. All’interno del territorio lombardo, tuttavia, si evidenziano importanti differenze: le famiglie sono più circoscritte in provincia di Milano (numero medio di componenti pari a 2,1) e più numerose nelle province di Bergamo, Brescia, Lecco, Lodi Monza e Brianza (2,4).
Guardando ai dati più recenti, relativi al 2013, il panorama delle famiglie lombardo presenta queste caratteristiche:

  • Tra i nuclei familiari restano prevalenti le coppie con figli (poco oltre il 50%), seguite da un numero significativo di coppie senza figli (34,5%) e da nuclei monogenitoriali (12,8%).
  • Le persone che vivono sole costituiscono il 31,2% della popolazione  (sono il 30,2% a livello nazionale).
  • Le famiglie numerose sono il 4,7% della popolazione  e le famiglie con aggregati o più nuclei sono il 3,8%, mentre in Italia costituiscono il 4,9%.
  • I nuclei familiari monogenitore in Lombardia sono complessivamente 404.574, di cui il 39% vede la presenza di almeno un figlio minorenne.
  • Il fenomeno della monogenitorialità è fortemente connotato al femminile: le madri sole rappresentano il 12,1% del totale dei nuclei, e i padri soli il 2,5%.

Focalizzando l’attenzione, in particolare, sui nuclei monogenitoriali, il rapporto evidenzia in Lombardia, così come nel resto di Italia, il passaggio dalla “vecchia” monogenitorialità, originata soprattutto dalla vedovanza, alla nuova monogenitorialità, derivante dalle rotture dei matrimoni e dalle nascite al di fuori dai matrimoni e da madri single.
Queste trasformazioni sono connesse a importanti e ben note dinamiche socio-demografiche che stanno investendo il nostro Paese: la riduzione del tasso di natalità e il conseguente invecchiamento della popolazione, la riduzione del numero di matrimoni ma anche l’aumento dell’instabilità coniugale,  la lentezza della transizione dei giovani verso uno stato di vita adulto al di fuori della famiglia di origine e il consolidamento dei progetti familiari della popolazione immigrata.

Come stanno le famiglie monogenitoriali lombarde  

Dal punto di vista economico le famiglie lombarde stanno risentendo della crisi socio-economica, nonostante la loro condizione economica risulti migliore rispetto a quella nazionale.
Attraverso i dati dell’Indagine Istat Multiscopo  “Aspetti della vita quotidiana 2012-2014”, il rapporto evidenzia come in Lombardia il 40% delle famiglie non “ritengono le proprie risorse economiche adeguate”  e il 6,4% delle famiglie risultano in condizioni di povertà relativa (a fronte del 12,6% nazionale).
L’analisi più dettagliata di tali dati attraverso la focalizzazione sui nuclei monogenitoriali , mostra che in tale quadro questi risultano essere i più esposti al rischio di caduta in povertà, in quanto dispongono di meno risorse economiche, si indebitano maggiormente e spesso faticano a gestire le spese quotidiane legate al soddisfacimento dei bisogni primari.
Se, infatti, le strategie utilizzate per la gestione, economica  e non solo, della famiglia da parte delle madri sole sono la ricerca di autonomia economica attraverso l’occupazione e il mantenimento di uno stretto legame con la famiglia di origine, anche funzionale al sostegno per le esigenze di cura e di conciliazione, l’equilibrio così raggiunto risulta particolarmente precario in relazione alla necessità di esternalizzare a pagamento i compiti di cura ai fini di mantenere un’occupazione a tempo pieno e all’appesantimento del carico di cura che può frequentemente derivare dall’invecchiamento dei genitori.

Quali misure rivolte alle famiglie monogenitoriali?

Oggi in Italia gli interventi rivolti ai nuclei monogenitoriali sembrano essere frammentati e diversificati in vari sensi:  da una parte le definizioni di nucleo monogenitoriale non sono univoche ma variano sulla base degli elementi considerati; dall’altra, i nuclei monogenitoriali usufruiscono in parte di servizi o interventi ad hoc e in parte di misure rivolte a tutte le famiglie; infine, le misure si diversificano tra trasferimenti economici, spesso discontinui o riservati a chi si trova in estrema difficoltà, e offerta di servizi.
Complessivamente, infatti, gli interventi  loro indirizzati si inseriscono all’interno di un modello di policy rivolto alle famiglie caratterizzato da diverse criticità e che ricalca e rinforza una suddivisione dei ruoli in base al genere di tipo tradizionale:  le misure e gli interventi per le famiglie sono infatti spesso  frammentati, caratterizzati da un forte ruolo affidato alla solidarietà famigliare nello svolgimento dei compiti di cura  e dalla circoscrizione dell’intervento pubblico alle situazioni di grave bisogno o marginalità.
Se, tuttavia, molte sono le regioni (tra cui la Lombardia) che hanno dedicato una legge quadro specifica alle politiche famigliari, la specificità lombarda è data dal fatto di essere una delle due sole regioni, insieme al Veneto, che hanno varato leggi ad hoc rivolte ai nuclei monogenitoriali.
Con L.R 18 del 2014, “Norme a tutela dei coniugi separati o divorziati, in condizione di disagio, in particolare con figli minori” la Lombardia ha destinato risorse per l’erogazione di contributi, finalizzati alla realizzazione di progetti individualizzati,  esclusivamente a nuclei monogenitoriali derivanti dalla rottura del legame matrimoniale.
Al di là, dunque, di questa specifica misura loro rivolta, le famiglie monogenitoriali lombarde usufruiscono poi di misure, servizi e interventi rivolte alle famiglie tout court, talvolta avendo a disposizione un criterio prioritario di accesso che le favorisce rispetto alle altre famiglie.
In questo senso le principali misure di sostegno alla genitorialità in Lombardia possono essere articolate in tre grandi famiglie di interventi:

  • L’area dei sostegni economici diretti ai genitori, erogati principalmente dai Comuni ma anche dalla Regione attraverso i Consultori (Fondi Nasko, Cresco, Sostengo).
  • La facilitazione e il sostegno ai servizi di cura, attraverso la definizione di criteri di accesso prioritari per tutti i servizi per la prima infanzia e tramite le misure di facilitazione della conciliazione tra vita e lavoro (doti e voucher ma anche sostegno ai piani di conciliazione aziendali).
  • Il sostegno alle famiglie con figli nel loro normale ciclo di vita, promosso nella nostra regione in particolare attraverso la L.R. 23/99 volta al rafforzamento dell’associazionismo familiare e di azioni di sostegno tra famiglie.

Con quali risorse?

In tale quadro, la principale fonte di risorse utilizzata per sostenere le famiglie è data dalla spesa sociale dei Comuni. In Lombardia, infatti, la spesa sociale è finanziata per quasi l’86% da risorse proprie dei Comuni , dato di molto superiore al dato medio nazionale (67,2%). E all’interno di queste risorse, l’area Famiglia e minori è quella a cui è complessivamente dedicata la quota più alta di risorse, pari al 41,4% del totale.
Per questa area, in cui rientrano gli interventi e i servizi di supporto alla crescita dei figli e alla tutela dei minori, per l’anno 2012, la spesa procapite è stata di 130 euro, di molto superiore alla media nazionale (113 euro), ma inferiore a quella del Nord Ovest (136 euro)[3].
A fronte di questi dati sembra utile, tuttavia, specificare alcuni trend in merito a questo dato di spesa:

  • L’area famiglia e minori, dopo l’andamento espansivo dal 2003 al 2009 (da 94,6 euro a 150 euro procapite) è stata caratterizzata da una progressiva contrazione che l’ha portata ad arrivare al dato 2012 di 130 euro procapite, seguendo in questo senso, l’andamento di tutta la spesa sociale dei Comuni.
  • La spesa in quest’area è stata sempre più dedicata a fronteggiare le situazioni di grave disagio sociale e include al suo interno i costi delle strutture di accoglienza dedicati ai minori fuori famiglia.
  • Si tratta di una spesa che è altamente variabile tra le diverse province lombarde con un enorme gap tra Milano che ha una spesa procapite di 198 euro e Lecco e Bergamo, al polo opposto, con una spesa procapite inferiore agli 80 euro.

All’interno di questa quota di spesa sociale una parte rilevante è dedicata agli asili nido e ai servizi integrativi per la prima infanzia, che costituiscono, nel loro insieme, una delle principali misure di sostegno per le famiglie, sia in ordine alla promozione dei diritti per la prima infanzia, sia in relazione al sostegno alle responsabilità genitoriali e al supporto all’occupazione femminile.
Su questo fronte la situazione lombarda è complessivamente positiva dal punto di vista dell’aumento dell’offerta nel tempo: i Comuni che offrono il servizio di asilo nido (anche in forma associata) è passata dal 53,8% del 2003 all’87,6% del 2012 ed è di gran lunga superiore al dato nazionale (52,7%).
Anche il tasso di copertura della popolazione 0-2 anni è superiore al dato nazionale (14,7% verso il 11,9 % italiano) ma ancora molto lontano da quello stabilito dagli obiettivi di Lisbona (per il 2010), pari al 33%, e ancora insufficiente rispetto alla domanda potenziale.
Un altro fenomeno preoccupante che investe questa area di servizi è relativo al calo delle iscrizioni, che dal 2011 al 2012, dunque in un solo anno,  è stato pari al 5,6%. Esso è spiegato in parte dal calo del tasso di natalità ma anche da doppio fenomeno di riduzione della capacità di spesa dei Comuni per sostenere l’accesso ai servizi delle famiglie e l’aumento delle famiglie che, in conseguenza della crisi, hanno ridotto il loro reddito o hanno perso l’occupazione.
Come riportato nella ricerca “il rischio è che sull’incastro tra aumento delle tariffe per i servizi, rigidità dell’adeguamento delle tariffe alle reali condizioni familiari, rinuncia da parte delle famiglie più fragili a usufruire del servizio, si innestino percorsi di progressiva esclusione sociale, soprattutto per la componente femminile della popolazione[4]”.
Problematiche che, come già sottolineato, rischiano di amplificarsi ulteriormente per le donne sole con figli, e che richiedono sempre più un ripensamento delle politiche rivolte a questa fascia di popolazione.


[1] Gli esperti che hanno partecipato al workshop sono, oltre al vicedirettore di LombardiaSociale Valentina Ghetti, Alessandro Rosina, Carla Facchini e Gisella Bassanini.
[2] Dati censuari 2001 e 2011 e Indagine Istat 2013 Multiscopo sulle famiglie. Aspetti della vita quotidiana.
[3] Istat, Indagine sugli interventi e i servizi sociali dei Comuni singoli e associati del 2012, Istat, 2015

[4] Rapporto di ricerca, p. 48