ACI welfare Lombardia è il coordinamento delle tre principali centrali di rappresentanza della cooperazione sociale e sociosanitaria della Lombardia.  Complessivamente le tre centrali contano circa 1500 cooperative sociali attive con oltre 70.000 lavoratori.
I dati riportati nel Rapporto 2015 sull’accoglienza di migranti e rifugiati del Ministero dell’Interno collocano la Lombardia tra le prime tre regioni per numero di migranti, rifugiati e richiedenti asilo accolti e le danno il primato nazionale rispetto all’attivazione di Centri di Accoglienza Straordinaria, strutture attivate secondo indicazioni e regolamenti spesso disomogenei in merito agli standard di qualità da garantire alle persone accolte.
La cooperazione sociale lombarda, attraverso l’organismo che riunisce le principali centrali cooperative, ha così deciso di dotarsi di un codice della buona accoglienza, che presenta alcune richieste, riassunte in nove punti, da porre alle istituzioni in merito alle politiche nazionali ed internazionali ed articola i parametri che definiscono la “buona accoglienza cooperativa.”
Ne abbiamo parlato con Omar Piazza, coordinatore del gruppo Aci welfare Lombardia sul tema delle migrazioni.

Da dove è nata l’esigenza di definire un codice della buona accoglienza dei migranti?

L’esigenza di definire il codice della buona accoglienza nasce dalla volontà delle centrali cooperative di favorire uno sforzo di trasparenza e corretta gestione della accoglienza dei migranti. Rappresentando cooperative che da anni con passione e qualità si occupano di accoglienza dei cittadini migranti, ritenevamo fondamentale definire un sistema di regole, appunto, della buona accoglienza.
Tale sistema di regole vuole essere un impegno vincolante per le realtà della cooperazione sociale che si impegnano sul tema, evitando l’uso strumentale dello strumento cooperativo per affrontare un tema così importante e cogente come quello della accoglienza dei migranti.
Volevamo potere affermare con forza ancora una volta che la buona cooperazione sociale rispettosa delle regole produce benessere per le comunità e con le comunità.

Il codice, per i punti e le questioni che tratta, sembra essere rivolto a diversi interlocutori. Come è stato diffuso fino ad adesso e quali reazioni avete registrato?

Fino ad oggi è stato diffuso a mezzo stampa ed inviato ad ACI Lombardia. Stiamo predisponendo la seconda fase della diffusione del codice che sarà inviato alle Prefetture per il tramite delle Federazioni territoriali.
Abbiamo avuto un crescente interesse da parte di più interlocutori istituzionali e della cooperazione. Recentemente abbiamo incontrato una delegazione del CESE (Commissione Europea per Economia Sociale) abbiamo sottoposto il codice riportando anche un loro interesse ed una ipotesi di lavoro anche in sede europea sulle questioni da noi evidenziate dal codice stesso. Le cooperativa hanno dato una buona adesione alla iniziativa. Ad oggi hanno dichiarato la loro adesione circa 40 cooperative impegnate complessivamente nella accoglienza di circa 7000 rifugiati.

La prima parte del codice è focalizzata in particolare su questioni legate alla politica nazionale e internazionale in tema di accoglienza. Guardando al sistema di accoglienza italiano risultano di particolare rilevanza i temi dell’ampliamento dello SPRAR, della redistribuzione obbligatoria e premiante dei migranti tra i Comuni e la qualificazione dell’intero sistema di offerta.  Quali sono le riflessioni da cui scaturiscono queste richieste e quali sono i problemi che riscontrate oggi nella gestione dell’accoglienza in riferimento a questi temi?

Il sistema dello SPRAR è indubbiamente un buon esempio di modalità di accoglienza volta alla integrazione e non solo ad una logica di gestione della situazione di emergenza. Un grande valore del sistema SPRAR sta proprio nel suo essere agito da diversi attori (enti locali e del privato sociale), cosa che consente una dimensione spiccatamente comunitaria della accoglienza.
La proposta sulla obbligatorietà del sistema SPRAR sui comuni, con conseguente ridistribuzione dei migranti attraverso la individuazione di indici di appropriatezza territoriale, nasce dalla costatazione che oggi costruire questa alleanza è molto complesso. In questi giorni scade il Bando emanato dal Ministero dell’Interno per l’ampliamento di 10.000 posti dello SPRAR. Negli scorsi giorni in un incontro del gruppo di coordinamento abbiamo visto che solo in pochi territori è stato possibile costruire l’alleanza tra soggetti pubblici (che sono gli unici titolati a presentare la domanda) ed il privato sociale. Il motivo? La delicatezza in questa fase di farsi promotori di progetti di accoglienza da parte dei Comuni a seguito dell’elevato tasso di emotività che connota il dibattito politico su questo tema. Recentemente il Prefetto Morcone ha indicato in una circolare l’intenzione di prevedere una particolare attenzione ai Comuni su cui sono attivi progetti SPRAR in relazione alla accoglienza a cura delle Prefetture. Nei fatti è un passo nella direzione desiderata ma si scontra con la necessità di garantire da parte delle Prefetture stesse l’accoglienza del numero di rifugiati “assegnati” ad ogni territorio sulla base dei riparti a livello nazionale. Allo stesso tempo, auspichiamo che lo SPRAR  possa essere rivisto per limare alcuni aspetti di eccessiva burocratizzazione e ridefinire regole e modalità di lavoro.
Il tema è molto complesso e forse occorrerebbe pensare ad un sistema a filiera nella accoglienza: centri di prima accoglienza di medie dimensioni come luogo per la gestione della fase di prima accoglienza ed una rete di appartamenti sul modello SPRAR per la seconda accoglienza. Questo implica il coordinamento delle politiche di accoglienza a livello nazionale ma anche regionale e territoriale. Ad oggi i modelli sono invece paralleli e non è semplice farli dialogare. In particolare in una Regione come la nostra che non gioca nessun ruolo nella regia del processo di accoglienza.

La seconda parte del codice, invece, elenca i tratti distintivi della buona accoglienza cooperativa richiamando le modalità concrete con cui è possibile produrla. A quali strutture vi rivolgete nel fornire queste indicazioni?

Questa parte del documento è rivolta alla gestione della cosiddetta accoglienza prefettizia. Ovvero a quei Centri di Accoglienza Straordinari che sul territorio sono stati attivati per accogliere i rifugiati. Il sistema dello SPRAR ha un preciso modello che norma la qualità della accoglienza e quindi dentro tale sistema i parametri di qualità, e la verifica degli stessi, è garantita dal Servizio Centrale (che è il servizio del Ministero dell’Interno che ha il compito di promuovere e verificare l’apertura di progetti SPRAR nonché di validare la rendicontazione dei costi sostenuti entro tali progetti). La richiesta che facciamo con questa parte del documento è quella che tutte le nostre cooperative che si impegnano nella accoglienza si impegnino a fornire i servizi previsti dal codice della buona accoglienza anche al di là delle indicazioni inserite, in modo peraltro disomogeneo, nei singoli bandi territoriali di affidamento dei servizi di accoglienza.

Alcune di queste indicazioni possono sembrare piuttosto elementari  e sono prassi che forse speravamo  acquisite (pensiamo ai tre pasti al giorno nel rispetto delle tradizioni religiose e culturali, per esempio, o alla necessità di fornire un kit per l’igiene personale). Qual è il panorama dell’accoglienza dei migranti in Lombardia che vi ha spinto a dettagliare queste specifiche? 

Certamente molti degli elementi sono dati per scontati in particolare da chi da anni è impegnato nella accoglienza dei migranti. Dal nostro osservatorio possiamo affermare che le cooperative che hanno risposto partono da standard di qualità che superano quelli indicati. Riteniamo però importante fissare anche il livello minimo come monito per tutti, per evitare il rischio della speculazione fatta offrendo scarsi e pessimi servizi. Quando un fenomeno assume le dimensioni che ha assunto l’accoglienza dei migranti sui nostri territori il rischio di comportamenti che non esitiamo a definire criminali c’è. Il documento vuole essere un monito in questo senso: le centrali cooperative non tollereranno opportunismi su questa vicenda.
In particolare nella accoglienza di emergenza fatta dalle diverse prefetture i livelli minimi dei servizi da erogare e le attività di monitoraggio non sono omogenee sui territori. Riscontriamo sia sulle richieste che sui monitoraggi atteggiamenti molto diversi, che seppure sempre più definite non sono paragonabili al sistema di monitoraggio dello SPRAR. In alcuni territori l’attività di accoglienza è aperta anche a soggetti che non necessariamente sono ONLUS come alberghi e/o privati, con l’aumento del rischio di un utilizzo strumentale delle risorse.
Le nostre centrali ammoniscono con questo documento al rispetto della autenticità del valore cooperativo e si impegnano a rappresentare unicamente chi agisce in tale logica.

Altre invece sono indicazioni che con evidenza spingono verso una maggiore attenzione alla creazione di percorsi di integrazione (investimento in formazione, presenza di personale socio-educativo, accompagnamento alla conoscenza dei servizi del territorio). Nel panorama lombardo, per il vostro osservatorio,  le strutture di accoglienza riescono a lavorare anche per la creazione di percorsi di integrazione? Quali sono i presupposti perché questo possa accadere?

Alcuni sforzi e risultati in tale direzione sicuramente si registrano seppure a macchia di leopardo. Il presupposto per tale azione di integrazione è ancora una volta la costruzione di una rete di soggetti diversi (associazioni, Comuni , enti di formazione, etc). In questo modo ciascuno è in grado di svolgere al meglio il proprio compito e si moltiplicano le occasioni e le opportunità. Penso ad alcuni protocolli che vedono la possibilità di costruire percorsi di formazione professionale per i rifugiati, oppure ad esperienze di micro accoglienze nelle quali in tanti hanno contribuito a costruire un clima positivo e delle occasioni di integrazione possibile.

È particolarmente interessante il richiamo a un’azione di coinvolgimento dei territori in cui avviene l’accoglienza: che cosa si intende e quali sono dei buoni esempi di questa attività?

L’accoglienza dei rifugiati interroga la comunità nel suo insieme rispetto alla sua capacità di integrare e di includere. Se l’accoglienza è un tema che riguarda solo gli addetti ai lavori, la comunità non potrà essere il luogo della elaborazione della esperienza ma rischia solo di subire un afflusso di persone senza farsi permeare dalla logica dell’incontro con l’altro, anzi rischiando di reagire con la paura e l’insofferenza.
Pensiamo che l’accoglienza sia invece una occasione per tutti di riflettere ed immaginare in modo diverso il proprio essere comunità.
Vi sono molti buoni esempi in tal senso: penso ad esempio al grande lavoro fatto a Brescia dove è stato sottoscritto,  sebbene soltanto da alcuni  Comuni, e dal Forum del Terzo settore un importante protocollo che impegna tutti quanti nella costruzione di un modello di accoglienza diffusa.
Penso anche alle molteplici iniziative che nei paesi e nei quartieri hanno visto molte persone e molte associazioni condividere un pezzo di quotidiano con i rifugiati. In alcuni centri vi sono operatori che hanno come specifico compito quello di costruire reti con i territori affinché si possano aprire i centri alla comunità e le comunità locali alle persone rifugiate.

Quali sono i livelli di governo che in Lombardia sono effettivamente coinvolti, insieme alla cooperazione sociale, nella promozione e nella realizzazione di percorsi di integrazione? Quale possibile sviluppo  vedete per il ruolo dei Comuni e della Regione stessa in questo senso?

Come detto, la Regione Lombardia è completamente assente su questo tema. A livello locale vi sono diversi accordi che prevedono il coinvolgimento di Comuni, associazioni, cooperative e mondo ecclesiale al fine di condividere una governance diffusa del fenomeno. E’ evidente che la capacità dei diversi territori di fare squadra varia a seconda della storia e delle esperienze pregresse.
Appare evidente che più si ha una integrazione dei diversi attori in gioco e maggiore è la possibilità di un territorio di costruire importanti azioni, anche innovative, nell’affrontare il tema della accoglienza.
Penso che occorra avere presente che quella che si continua a definire emergenza è in realtà un fenomeno strutturale che coinvolgerà i nostri territori per ancora molto tempo.
Ci appare quindi miope la scelta di chi si ferma alla polemica quotidiana e non costruisce le condizioni per governare un fenomeno che cambierà sicuramente la fisionomia delle nostre comunità locali.

In conclusione, qual è l’impegno di ACI Lombardia  per fare in modo che a questo codice seguano delle ricadute e dei cambiamenti concreti?

Come primo punto abbiamo deciso di creare un coordinamento costante con cadenza mensile tra le diverse cooperative impegnate nella accoglienza. In questo modo sarà possibile avere un luogo in cui condividere le buone prassi ma anche confrontarsi sulle fatiche.
Stiamo lavorando anche in collaborazione con ACI Lombardia rispetto alla fase di verifica del codice della buona accoglienza. Ovvero come verificare e certificare che chi ha dichiarato di aderire alla buona accoglienza lo faccia realmente. Immaginiamo una sorta di percorso di verifica sul campo, incontrando le diverse cooperative nei territori.
E’ importante dare credibilità alla nostra proposta ed alle realtà che vi aderiscono,  per questo pensiamo che la “certificazione” della buona accoglienza sia fatta anche con i Comuni che sono i nostri principali alleati nella costruzione delle politiche di accoglienza.
Infine, abbiamo invitato i singoli territori ad interloquire con le Prefetture al fine di inserire nei nuovi bandi per l’accoglienza standard di gestione come quelli previsti nel codice.
Terremo anche molto alta l’interlocuzione aperta con la Federazione nazionale per contribuire con l’esperienza lombarda ad uno sguardo nazionale sulle politiche di accoglienza. Come detto, abbiamo aperto una interlocuzione con l’Europa, sia il CESe che con l’On. Toia, affinché sia possibile tenere aperto l’orizzonte europeo nel nostro agire quotidiano.

Allegati

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