“Welfare re-mix – Rigenerazione i legami di comunità” è il titolo di un convegno che la Cooperativa sociale Questa Generazione ha realizzato il 26 giugno scorso a Como. Al centro della riflessione contributi riflessivi (Cristiano Gori, Gino Mazzoli, Stefano Granata, Walter Tarchini e Michele Marmo) ed alcune esperienze di innovazione sociale. In specie, la cooperativa ha voluto misurarsi con alcuni dei problemi al centro del welfare tradizionale (abitare, marginalità grave, …) proponendo approcci metodologici innovativi:
- Coesione sociale: Human Library – quando i libri sono persone che si raccontano, Municipale Teatro di Torino
- Abitare sostenibile: Abito.me – condivisione di beni e servizi in condominio, CBS Trento
- ita autonoma: Case del tempo – cogestione di uno spazio per anziani Cooperativa sociale Comin, Milano
- Marginalità: Laboratorio E20 di Bologna, laboratorio di comunità, ASP Bologna, Consorzio Indaco, Bologna
Dai contributi di questa giornata di lavoro, sintetizziamo cinque spunti di riflessione sul tema dell’innovazione per chi opera nel welfare territoriale.
“Alterare l’ordine delle cose stabilite, per fare cose nuove”. La definizione di innovazione è del 1907 (Vocabolario Etimologico di Pianigiani) ma ha il pregio della chiarezza. Se il welfare mix si era connotato per l’inclusione del terzo settore nelle politiche sociali pubbliche, l’esigenza odierna è quella non solo di includere nuovi soggetti, ma di modificare i confini, le strutture, i modi di pensare del welfare che abbiamo conosciuto sin qui, per reinterpretarne al meglio le finalità in un contesto di grandi trasformazioni. Le esperienze che si sono confrontate a Como nell’ambito del convegno ‘Welfare remix” hanno evidenziato sul tema dell’innovazione alcune ricorsività che possiamo provare a sintetizzare a costo di qualche semplificazione.
Comun…isti?
La più importante ricorsività, quella che non è mancata proprio mai, è stata questa: si innova connettendo, mettendo in comune. La scomposizione di problemi in unità individuali che è così funzionale ai nostri voucher, è la pietra tombale del welfare generativo poiché segmenta ed isola, scompone un problema in prestazioni a cui risponde spesso in modo parziale, lasciando la persona sola in un contesto immutato. E’ per certi versi la lezione storica della cooperazione: se le persone imparano a condividere i loro bisogni possono farli diventare risorse per un lavoro comune.
Così, ad esempio, i condomini che sono fin troppo spesso luoghi di relazioni scarse o difficili (le assemblee di condominio sono il paradigma della conflittualità!) possono essere pensati come centrali di acquisto in cui le persone realizzando economie e risparmi comprando insieme beni o servizi quotidiani (la rete wireless per navigare in internet, le assicurazioni auto acquistate in gruppo,…) ma anche organizzando servizi di welfare (dalla baby sitter alla badante alla spesa a domicilio).
Utente o… utilizzatore?
Una seconda costante, determinante quanto la prima è stata la radicale scelta di… non avere utenti. Le persone che partecipano a queste esperienze – tutte, anche quelle più compromesse- si sentono protagoniste dell’attività, hanno la percezione di ricevere un aiuto, ma anche di darlo ad altri. Non c’è una separazione netta tra chi opera e chi fruisce di un servizio. Entrambi sono alle prese con ruoli e modalità diverse- con un obiettivi comune al gruppo che spesso arriva a coinvolgere una intera comunità. In questo senso, la capacità di chi opera non è tanto nel gestire l’offerta, ma nel costruire obiettivi condivisibili con le persone che frequentano il servizio e nell’attivare le risorse delle persone e del gruppo.
Anche l’anziano più in età che frequenta il servizio delle Case del tempo afferma di essere lì “a dare una mano a chi ha più bisogno”. La donna profuga o vittima di tratta che si racconta nella Human Library è la protagonista di un racconto, e chi ne beneficia è il cittadino che frequenta il contest per ricevere una storia, un racconto.
Fuori di qui!
Altro potente denominatore comune delle esperienze che si sono raccontate a Como è stata la scelta deliberata di uscire dai confini predefiniti del welfare. La ricerca di spazi di innovazione include soggetti diversi (imprese, amministratori di condominio,…), ma anche ad esempio ambiti fisici inusuali (palestre, teatri, librerie,…). Aprire i confini tipici dei servizi consente di smarcarsi dai perimetri e dalle identificazioni tradizionali (i non autosufficienti, i profughi, i poveri…) per ricercare spazi di convergenza trasversali che hanno a che fare con la cittadinanza prima che con il bisogno.
Tutti abbiamo bisogno di risparmiare, tenerci in forma, incontrare altre persone… tutti abbiamo piacere nel passeggiare in un parco curato. Attorno a questi obiettivi ’allargati’ possiamo far convergere disponibilità e bisogni. E’ così che, ad esempio, in una Human Library possono trovarsi, animati dallo stesso desiderio di raccontare a ‘lettori curiosi’ le loro storie di ‘riti di passaggio’, il ragazzo senegalese che ha attraversato le fatiche della migrazione e la donna italiana guarita da un tumore, l’imprenditore che ha fatto rinascere un laboratorio artigiano e la ragazza che vuole ricordare le persone che l’hanno aiutata a crescere.
Più idee che soldi
Non sempre servono grandi mezzi. Sono molto più importanti grandi idee, o meglio idee semplici ma capaci di scarti creativi, pensieri che -appunto- alterano l’ordine stabilito delle cose. Nelle situazioni che si sono raccontate a Como, il tema delle risorse non è stato praticamente mai al centro: quelle impiegate sono spesso venute da scelte imprenditoriali, da assunzione di rischi di soggetti del terzo settore, o dalla riallocazione in prospettive promozionali di risorse in precedenza destinare a progetti di tipo riparativo. Il fattore chiave dell’innovazione è stata spesso la capacità di pensare in modo creativo, connettendo soggetti diversi, o affrontando in modo diverso vecchi problemi, assumendo i limiti non come ostacoli ma come regole del gioco entro cui inventare un movimento diverso.
Un condominio allora può diventare una “cooperativa di consumo”. Un centro a bassa soglia può aprire uno spazio attrezzato che diventa una palestra a basso costo che piace molto a persone a basso reddito… e non solo a loro! Un gruppo di senza tetto può diventare una squadra attenta ed esperta nella manutenzione delle panchine del parco e del verde pubblico in cui passano molto tempo.
Abbasso le regole?
‘Forzare le regole’ è un’esperienza che molti innovatori sperimentano. Chi ha raccontato a Como la sua esperienza di innovatore ha spesso fatto riferimento alla capacità di assumersi rischi, rileggere le norme forzandole, interpretandole, cercando di piegarle ai fini del servizio.
Così ad esempio sono nate le case del tempo, appartamenti diurni parzialmente autogestiti da persone parzialmente autosufficienti, in cui ad esempio la cucina è condivisa e la cura non soggetta a vincoli di minutaggio e rigide figure professionali. Il riferimento è quasi più a scenari comunitari di condivisione di alcune ore della giornata, in un contesto che sintetizza in modo originale formalità e informalità, ed indubbiamente ridefinisce i parametri di responsabilità individuale sia per chi ci lavora che per chi li frequenta.
Quelle che abbiamo qui sintetizzato sono indubbiamente forzature, sottolineature semplificate che non definiscono regole ma spunti di riflessione. La sensazione di molti, durante il convegno comasco, è che gli spazi di innovazione siano possibili, per certi versi vicini, e molto vicini agli ambiti di intervento degli enti locali, del terzo settore territoriale e in generale prossimi alla vita quotidiana delle persone. C’è uno spazio di cambiamento che è possibile: passa in parte dalle organizzazioni ed in parte dalle persone. Sempre però, dalla capacità di costruire relazioni capacitanti, attive, in cui chi opera si identifica più con il lievito dell’attivazione che con il pane (scarso) della risposta al bisogno.
Einstein, che in fatto di creatività e superamento delle regole aveva molto da dire, ha ben sintetizzato tutto questo: “Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”.