Di cosa tratta questa ricerca?

Obiettivo della ricerca è indagare il lavoro degli assistenti sociali nei servizi per la  tutela dei minori in Lombardia, attraverso un’analisi  delle forme organizzative e gestionali assunte da questi servizi e un approfondimento sul ruolo, le funzioni e le attività realizzate dagli assistenti sociali.
La scelta del campo di ricerca nasce dalla mia esperienza diretta come assistente sociale e coordinatrice all’interno di Servizi per la tutela dei minori e si è sviluppata con l’intento di colmare un vuoto conoscitivo sul tema: mi pare di poter dire che la letteratura esistente dice molto su quello che gli assistenti sociali dovrebbero fare ma poco rispetto a quello che effettivamente fanno nella pratica operativa.

Come mai ha scelto di studiare il contesto lombardo? 

Il desiderio era quello di realizzare una ricerca quantitativa che fosse rappresentativa della popolazione, così da realizzare una fotografia ampia della situazione. Guardando ai servizi di tutela e alle relative forme di gestione, il contesto e la normativa regionali risultano particolarmente rilevanti e le diverse regioni poco comparabili tra loro, per questo sono arrivata all’idea di circoscrivere lo studio alla nostra regione, anche se resta aperta l’idea di estendere la ricerca a livello nazionale.

Come si è strutturata la ricerca e quanti operatori e servizi sono stati coinvolti?

La ricerca  è pensata come un’indagine sociologica, rispetto a cui non si è realizzato nessun campionamento nel tentativo di coinvolgere tutta la popolazione interessata.
L’indagine è stata strutturata in due fasi: una prima fase preliminare a cui sono stati invitati  partecipare tutti i responsabili dei servizi relativi ai 1.544 comuni lombardi, a cui è stato somministrato un questionario con un tasso di risposta di circa il 70%, che, unitamente a un’analisi approfondita dei Piani di zona, ha consentito di ricostruire e analizzare la forma organizzativa e gestionale dei servizi.
La seconda fase ha visto invece il coinvolgimento diretto degli operatori (anche attraverso il contatto precedentemente preso con i responsabili di servizio) per indagare come si realizza il lavoro degli assistenti sociali nei servizi e nel contatto con le famiglie. In questo caso il questionario è stato testato in diverse somministrazioni pilota prima di essere sottoposto agli operatori.
Il questionario è stato somministrato per via telematica a 300 operatori, che costituiscono circa il 70% del totale degli operatori impegnati nei servizi tutela in Lombardia, stimato  intorno alle 450 unità, e si compone di tre parti:

  • Una prima parte finalizzata a raccogliere dati di tipo socio-demografico, utile a ricostruire le una rappresentazione degli assistenti sociali impegnati in servizi di tutela minorile, successivamente comparata con una medesima rappresentazione dell’universo degli assistenti sociali lombardi iscritti all’Ordine Regionale.
  • Una seconda parte volta a indagare l’opinione degli assistenti sociali in merito alle abilità e alle competenze necessarie per l’esecuzione della professione, alle attività principalmente realizzate, al fabbisogno formativo e al loro livello di benessere lavorativo.
  • Una terza parte volta a analizzare cosa fanno effettivamente gli assistenti sociali nell’incontro con famiglie, bambini e ragazzi, attraverso la registrazione delle attività svolte nell’arco di una settimana e l’analisi dei carichi di lavoro.

Quali sono i principali risultati emersi in relazione alle forme gestionali dei servizi?

Il quadro che emerge mostra un panorama molto variegato e eterogeneo , con movimenti isomorfici, quindi con aspetti molto simili presenti con ampia frequenza ma con diverse eccezioni.
La modalità largamente  prevalente di gestione dei servizi di tutela è quella associata, che caratterizza l’83% del totale,  (83%), a cui seguono la forma di gestione in economia, pari al 10% del totale e la forma di  affidamento a terzi pari al 6%. Il restante 1% dei servizi lombardi, invece, presenta forme ibride, che vedono la commistione di diversi elementi afferenti a diverse forme di gestione,ad esempio attraverso la presenza contemporanea di consulenti esterni, affidamento a terzi e altro.

Rispetto a questo quadro quali sono gli elementi che colpiscono maggiormente?

Innanzitutto la frammentazione delle forme di gestione, rispetto a cui alcuni Comuni appaiono molto disorientati.  Troviamo un’importante dinamica di omogeneizzazione per territori adiacenti: nell’incertezza delle scelte spesso i Comuni perseguono la medesima strategia gestionale dei Comuni limitrofi. Sono presenti intere province, come quella di Monza e Brianza, dove non si trova traccia di forme di gestione associata.

Quali i principali risultati in merito al lavoro degli assistenti sociali nei servizi?

Gli esiti si possono raccontare secondo la tripartizione della ricerca sopra descritta.
Rispetto all’identità degli assistenti sociali che operano in tutela minori la ricerca descrive una popolazione quasi completamente femminile (93%) di operatori giovani, con un’età media di 36 anni e con una larga maggioranza (47%) collocata tra i 30 e i 40 anni, ma che tuttavia ha già accumulato una buona esperienza di lavoro, con una media di servizio di 11 anni, e con una durata media di presenza nei servizi di tutela minorile di 6 anni. Confrontando questa popolazione con quella della popolazione generale degli assistenti sociali lombardi, il dato di maggiore scostamento è quello relativo all’età: i dati rilevano infatti che gli assistenti sociali che lavorano nei servizi di tutela sono più giovani rispetto al totale dei colleghi iscritti all’ordine. Questo è sostanzialmente dovuto all’alto turn-over, che a sua volta si può ricondurre alle caratteristiche di complessità di questi servizi e al consistente impegno che richiedono agli operatori.
In merito alla percezione che gli assistenti sociali hanno delle proprie competenze e del proprio lavoro, le maggiori abilità e competenze che gli intervistati si riconoscono sono quelle di tipo relazionale, di valutazione e di coordinamento fra diversi professionisti e servizi, mentre tra le abilità meno percepite come rilevanti sono richiamate in particolare le abilità gestionali e di management e quelle di lavoro con i gruppi (rispetto a cui il 65% pensa si tratti di un’attività che non li riguarda per niente).
In merito alla percezione rispetto a che cosa deve fare un assistente sociale nei servizi di tutela, le attività richiamate come essenziali sono quelle a diretto contatto con minori e famiglie, quelle con operatori di servizi esterni e l’attività di scrittura. Tra le attività richiamate come meno rilevanti torna il lavoro con i gruppi, gli incontri con i politici e le attività di prevenzione.
Guardando, poi, ai fabbisogni formativi maggiormente richiamati dagli operatori, i principali temi di interesse sono l’approfondimento di strategie di intervento per il lavoro con le famiglie, lo sviluppo di capacità di lavorare in situazione di stress e le abilità di valutazione.
Per quanto riguarda, infine, il livello di benessere lavorativo degli operatori interessati dalla ricerca, emergono due diverse anime: una parte di operatori molto orgogliosi del proprio lavoro, nel quale trovano una fonte di arricchimento e rispetto al quale pensano di avere una buona preparazione e anche una buona autonomia decisionale, e una parte invece affaticata dal lavoro, percepito come un peso e come una variabile che incide negativamente sulle proprie condizioni di salute (30%) e nel quale vedono anche rischi e pericoli per la propria incolumità.
Un dato interessante, che varrebbe la pena approfondire ulteriormente, è che molti operatori si ritengono soddisfatti del proprio lavoro ma ritengono allo stesso tempo di raccogliere una scarsa soddisfazione delle famiglie.
Spostandosi poi dalle percezioni degli intervistati ai fatti , si è cercato, attraverso la compilazione di diari settimanali, di ricostruire le attività effettivamente attuate dagli assistenti sociali e di rilevarne i carichi di lavoro in relazione ai tempi di lavoro.
A fronte di una prima distinzione tra le attività di front office e quelle di back office, che sembrano occupare in modo quasi paritario il tempo di lavoro degli operatori, con un lieve vantaggio di quest’ultime  (46% del tempo a contatto diretto con l’utenza e 51% in attività amministrative, di scrittura, di formazione, etc) dalla compilazione dei diari emerge che:

  • L’attività degli assistenti sociali è varia, mobile (dentro e fuori la sede di lavoro) e diversificata (fino a 10 attività in un giorno).
  • È densa e riguarda prevalentemente le attività con i minori e le famiglie, l’attività di scrittura e la gestione delle relazioni con altri servizi, in linea con il dato percettivo raccolto nella parte precedente.

Un elemento di particolare interesse è la distinzione che gli operatori propongono tra il lavoro con le famiglie e il lavoro con gli operatori di altri servizi, effettuato come attività separata e quindi senza il coinvolgimento delle famiglie stesse.
I tempi di lavoro mostrano che il 65% della popolazione intervistata lavora a tempo pieno e il 35% part time. Per quanto riguarda il numero di minori in carico, dai dati raccolti è emerso che in media gli assistenti sociali lombardi hanno in carico 48 minori ciascuno, con un’alta variabilità che va da operatori che non hanno al momento nessun minore in carico a operatori che ne hanno fino a 100.
Analizzando i tempi di lavoro in relazione ai carichi, e quindi alla quantità di minori e famiglie che ciascun assistente sociale segue, si evidenzia che:

  • Il 33% degli operatori in una settimana può dedicare mediamente da 1h45 a 5h ad ogni singola situazione che sta seguendo;
  • Il 34% da 1h15 a 1h145;
  • Il 33% al massimo 1h15 alla settimana per ogni situazione.

Quali conclusioni si traggono dai dati raccolti?

Per trarre alcune considerazioni di sintesi in merito ai dati rilevati, in conclusione della ricerca si è provato a delineare la popolazione intervistata  attraverso tre assistenti sociali idealtipici:

  • “L’assistente sociale che non vuole lavorare in solitudine”: costituisce circa il 25% degli intervistati e si tratta di un gruppo di operatori molto giovani (tra i 24 e i 30 anni di età) , ma con una buona esperienza di servizio. La caratteristica che accomuna questi assistenti sociali è non voler lavorare in solitudine e credere fortemente nel lavoro di gruppo con i colleghi: i valori più alti sono attribuiti alle abilità relazionali e alla capacità di lavorare in team, le attività percepite come maggiormente rilevanti sono le riunioni di équipe, oltre a quelle a diretto contatto con i minori e le famiglie, e esprimono un bisogno formativo in relazione al compito di valutazione.
  • “L’assistente sociale con l’acqua alla gola”: questo gruppo rappresenta il 33% del totale e ha in media 37 anni di età. In questo gruppo si individua una chiara corrispondenza tra quanti hanno un carico di lavoro maggiore e chi evidenzia maggiore malessere professionale: pur dichiarandosi orgogliosi della propria attività, questi assistenti sociali pensano che il lavoro stia incidendo negativamente sul proprio stato di salute. Si sentono, in poche parole, assediati dai carichi di lavoro che hanno la sensazione di non riuscire a gestire adeguatamente.
  • “L’assistente sociale orientato a un approccio partecipativo”: è un gruppo costituito dagli operatori che svolgono attività con operatori di Servizi esterni coinvolgendo i minori e le famiglie in carico. Rientra in questo gruppo il 33% del totale, composto da operatori con un’età media di 33 anni.  Sono operatori interessati al lavoro con i gruppi e maggiormente orientati a un approccio basato sulla collaborazione con le famiglie. Si tratta anche, e questo è uno dei dati interessanti della ricerca, di operatori che non necessariamente sono meno carichi di lavoro degli altri ma che mostrano  di stare meglio dal punto di vista professionale.

Quali gli aspetti più inattesi dell’intera ricerca?

Dal punto di vista della realizzazione della ricerca non mi aspettavo un tasso così alto di risposta  da parte degli assistenti sociali, che invece hanno mostrato apprezzamento verso gli strumenti proposti.
Dal punto di vista dei risultati è da evidenziare la scarsa rilevanza attribuita al lavoro coi gruppi, la tendenza a separare il lavoro di coordinamento con operatori di altri servizi da quello con le famiglie ma anche il valore – anche in termini di benessere professionale – di assumere una prospettiva di tipo partecipativo nel lavoro con le famiglie.