Gli ultimi dati pubblicati dal monitoraggio del Piano di sviluppo dei servizi socio-educativi per la prima infanzia, pubblicato nel 2013, mostrano una linea di tendenza incrementale dell’ultimo quinquennio rispetto ai tassi di copertura, ma anche una lieve riduzione dei posti disponibili.
Dal punto di osservazione di un soggetto privato che gestisce servizi per la prima infanzia, quali sono le principali tendenze e cambiamenti che rilevate nell’andamento di questa area di servizi?
La cooperativa sociale “Pianeta Azzurro” gestisce circa 27 Nidi, su territorio di Milano e Provincia, alcuni in regime di accreditamento, altri in regime di appalto. Ad oggi, le forme contrattuali che incontriamo tra Milano e la provincia sono quattro: accreditamento per la gestione in toto del servizio educativo, acquisto di posti in nidi privati accreditati, gara d’appalto (specialmente in Provincia, con forme e requisiti diversi da Comune e Comune), regime di concessione che prevede la concessione del servizio con oneri completi di gestione a carico del conduttore del nido. In particolare, in questa fattispecie contrattuale rientrano con molta frequenza la gestione totale del personale educativo, ausiliario, il servizio di ristorazione, la presa in carico della gestione delle rette e delle manutenzioni ordinarie delle strutture affidate.
Negli ultimi cinque anni abbiamo constatato da una parte, una progressiva riduzione delle risorse (dovuta alla riduzione delle risorse erogate dai Comuni) e dall’altra un aumento di richieste di competenze e requisiti tecnico – organizzativi con progressivi e costanti aumenti dei costi gestionali che, in taluni casi, rischiano di mettere in serio pericolo il mantenimento del servizio e i livelli occupazionali. Molti Comuni stanno scegliendo infatti, la via dell’appalto, ma con una esternalizzazione di tutti i servizi oltre quello strettamente educativo: le quote delle rette sono di fatto invariate da anni (o hanno subito leggeri ritocchi), ma sono cresciuti i costi aggiuntivi di gestione ordinaria e in parte straordinaria (dal taglio dell’erba agli interventi di manutenzione delle strutture). Il complesso di oneri paralleli incide in modo importante sulle spese di gestione, soprattutto nei servizi le cui strutture sono in grado di accogliere numeri di iscritti inferiori a 30. Un nuovo fenomeno è inoltre costituito da forme di esternalizzazione dei servizi nido comunali che prevedono il distaccamento o il passaggio del personale dipendente dagli enti pubblici verso il gestore: se questa esternalizzazione non è molto diffusa, rappresenta però un’ulteriore indicazione della sofferenza degli enti locali in costante ricerca di forme di contenimento della spesa.
In questo quadro si inserisce anche la fotografia delle strutture architettoniche che ospitano i nidi comunali, per la maggior parte costruiti tra il 1978 e il 1995, con un’età media che oltrepassa abbondantemente i trenta anni. Questo accenno alle strutture, se da un lato rimanda alla necessità di prevedere interventi straordinari di manutenzione, dall’altra però deve richiedere una valutazione dei costi di gestione delle relative utenze che gravano in modo considerevole nella composizione del costo diretto e indiretto dei servizi.
Un’altra riflessione importante nasce dall’analisi dei bandi di gara e degli affidamenti in concessione dei servizi per la prima infanzia degli ultimi anni: la strutturazione dei bandi di gara e le componenti relative alla formulazione del budget spesso si riferiscono a parametri economici e contrattuali vecchi di tre e più anni e ciò mette a rischio la dimensione di congruità economica dei bandi o comunque riduce la possibilità di garantire un servizio di qualità. Soprattutto i Comuni più piccoli e con scarse risorse, mettono a bando servizi nido non tenendo conto pienamente di tutte le componenti che formano i costi di gestione (ad esempio gli oneri amministrativi diretti e indiretti, di coordinamento, di formazione sulla sicurezza e formazione professionale) e le cui voci sono sì richiamate nei bandi, ma i loro costi sono genericamente ricompresi nella base d’asta in forma spesso minimale. Questa “non congruità” genera differenze evidenti tra i costi di un posto nido nelle diverse città e comuni: 700 euro al mese in un Comune, 500 euro in un altro Comune; sino ai casi estremi di appalti che prevedevano costi inferiori ai 500 euro a posto nido. E’ evidente come budget molto bassi non consentano una corretta gestione dei servizi, riducono la libera concorrenza e restituiscono alla comunità servizi che faticano a mantenere le promesse di qualità richiesta.
Un altro dato molto interessante ai fini della lettura dei dati sulla Lombardia si riferisce alla fascia di popolazione dei bambini figli di immigrati. In alcune zone della città di Milano ci sono nidi d’infanzia in cui i bambini di origine straniera sono prossimi o superano il 50% degli iscritti. Soprattutto nei quartieri periferici e nell’hinterland delle grandi città, questo fenomeno si riflette sui costi di gestione dei servizi poiché una gran parte delle famiglie immigrate presentano un ISEE molto basso con conseguenti quote di contributo minimo e minore introito nelle casse dei comuni. Questo dato deve essere oggetto di riflessione e attenzione nella programmazione e nella individuazione di strategie di investimento sui servizi.
Stiamo effettivamente assistendo a un rischio di arresto della diffusione dei servizi per la prima infanzia a cui abbiamo assistito in questi anni? Vedete altri rischi rispetto allo sviluppo di questi servizi?
Seppur a macchia di leopardo, di fatto “tengono” i nidi gestiti direttamente dai Comuni o in concessione: di fatto, non c’è stata una riduzione dei posti gestiti da nidi comunali o dei posti accreditati, mentre si è verificata certamente una riduzione dell’acquisto, da parte dei Comuni, di posti presso i nidi privati (a fronte di un calo della domanda, il Comune pianifica le iscrizioni nei propri nidi e in seconda battuta, programma l’acquisto di posti nido dai nidi privati).
Le domande ai nidi comunali o accreditati non sono calate, mentre sono calate le domande ai nidi privati per un evidente problema di rette, le cui tariffe sono anche connesse alla lievitazione dei costi di gestione: i nidi privati devono sostenere costi molto alti per affitti, riscaldamento e utenze, devono prevedere ammortamenti dei costi d’investimento e adeguare le strutture alla normativa vigente. E mentre al nido comunale ciò che determina il costo di frequenza al nido è l’appartenenza alle differenti fasce ISEE, è del tutto evidente che il nido privato deve richiedere la tariffa uguale per tutti e spesso è più elevata del costo al nido Comunale.
I Comuni medio piccoli hanno maggiormente risentito della crisi e dei minori contributi Statali, con conseguente minore investimento sulla promozione dei servizi all’infanzia. I Comuni più piccoli sotto i 15.000 abitanti, devono fare fronte a una riduzione della domanda di posti nido che in non rari casi oltrepassa il 25% degli iscritti e alcuni Comuni hanno ridotto del 50% i posti lattanti. Le cause di queste riduzioni vanno ricercate certamente in una difficoltà delle famiglie monoreddito a sostenere le rette del Nido, ma anche nella diversa organizzazione della rete parentale dei piccoli centri rispetto alle grandi città e nelle ridotte capacità di questi Comuni ad aumentare i contributi a sostegno delle spese dei servizi.
Altro fenomeno che osserviamo e che dà evidenza della difficile contingenza del settore è che non solo non si aprono nuovi servizi, ma non pochi operatori privati mettono in vendita i loro nidi e molto alta è la disponibilità di educatrici sul mercato. Il nostro ufficio del personale riceve circa 200 curriculum al mese e molti arrivano da educatrici con esperienza in nidi privati i quali restringono l’organico o sono in via di chiusura.
Non ultimo, nella dinamica tra pubblico e privato, è importante avviare una riflessione anche sul personale dei servizi. Oggi diverse migliaia di persone che lavorano nei Nidi comunali delle città lombarde hanno più di cinquant’anni. Parallelamente, si è affacciata a partire dagli inizi degli anni novanta, una generazione nuova di educatrici che hanno trovato occupazione nei fiorenti nidi privati (vedi sviluppo delle diverse catene di nidi in franchising) e nei nidi gestiti dalle cooperative sociali in regime di appalto o di accreditamento per i Comuni. Stiamo assistendo a un cambio generazionale molto delicato: da una parte il contingente di educatrici quaranta/cinquantenni con un profilo esperienziale molto alto, ma spesso con bassa specializzazione; dall’altra parte generazioni di educatrici laureate con esperienze frammentarie (dovute anche alla precarizzazione del lavoro) e con minori tutele economiche. Siamo di fronte a un ricambio generazionale che sta avvenendo lentamente, ma a condizioni peggiorative per il personale che, a causa di contratti di categoria differenti rispetto ai dipendenti pubblici, percepisce un salario d’ingresso inferiore del 15 – 20% se assunto con il contratto delle cooperative sociali e le differenze aumentano considerevolmente in relazione alle tipologie contrattuali che i gestori dei nidi privati possono applicare. Queste riflessioni richiamano la necessità di una riflessione di carattere politico sui servizi dell’infanzia: poiché si tratta di servizi alla persona il cui maggior onere è costituito dai costi del personale, occorrerebbe assicurare standard minimi uguali o almeno simili tra loro per l’intera categoria, indipendentemente dalla forma giuridica che assume l’ente gestore.
Quali vi sembra siano i principali esiti del Piano Nidi nella sua “versione lombarda”? Quali ricadute si possono evidenziare sia sul fronte dell’utenza sia sul fronte dei servizi?
Il Piano Nidi versione “lombarda” ha contribuito a rallentare la crisi del settore e a contenere, in parte, gli esiti catastrofici che la crisi del settore poteva prefigurare. Ai contributi del Piano Nidi hanno potuto però accedere famiglie la cui situazione ISEE era contenuta nei parametri minimi, mentre la stragrande maggioranza delle famiglie (in cui lavorano tutte e due i genitori) non rientra nei parametri. Si delinea così un quadro di sostegno meritorio per le famiglie con scarsa ricchezza ISEE, ma nel contempo una sostanziale esclusione del cosiddetto ceto medio impoverito, ma non impoverito a sufficienza per consentirgli di usufruire di un contributo pubblico lenitivo dell’impoverimento progressivo cui le persone sono soggette. Questa situazione da una parte, ha tamponato la minor richiesta di accesso ai servizi attraverso una crescita costante della domanda da parte di famiglie immigrate, dall’altro ha generato un contestuale ridimensionamento dell’accesso di famiglie italiane.
I territori stanno esaurendo ora le risorse messe a disposizione dal Piano Nidi: come vi prefigurate il futuro dei servizi in Lombardia? Quali rischi, quali opportunità e quali raccomandazioni vi sembra utile evidenziare?
È importante avviare una riflessione intorno alla necessità di uniformare le diverse forme contrattuali che i Comuni adottano: accreditamento, cessione, appalto… Uniformare e individuare regole comuni consentirebbe di stabilire un costo retta medio e riconoscerlo come punto di partenza minimo a garanzia della qualità dell’offerta. Sarebbe anche importante avviare unioni tra i Comuni afferenti i diversi Piani di Zona, per dare uniformità all’offerta dei diversi territori con la raccomandazione di un esercizio di controllo affinché non si creino situazioni di monopoli locali.
D’altra parte, oltre alla situazione di difficoltà gestionale che il settore si trova a dover fronteggiare e di cui abbiamo già detto, siamo di fronte a uno scenario che richiede un ripensamento più ampio del sistema educativo che sempre più dovrà orientarsi in senso multiculturale, dovrà investire per innovare tecniche gestionali, contenere i costi, formare il personale adeguatamente, implementare le sinergie tra pubblico – privato sociale e privato nella direzione dello sviluppo di reti locali di welfare capace di attrarre contributi di più attori. Bisogna riuscire a pensare strategie complesse per affrontare la fase di transizione da un sistema di gestione a prevalenza pubblico a un approccio multi centrico che dovrà attrarre sempre più attori impegnati ad affrontare la sfida di rimodernare e adeguare le strutture per la prima infanzia, garantire un passaggio generazionale tra le educatrici aumentando le occasioni formative e di confronto professionale, agire affinché la regia pubblica delle politiche per la prima infanzia e le famiglie non declini dalle responsabilità costituzionali che le competono.