La legge di stabilità e le risorse per il welfare [1]
Il Governo pone la fiducia al testo della legge finanziaria 2015.
Lo stanziamento complessivo previsto nel 2015 sui fondi nazionali principali ammonta a 800 milioni di Euro. 300 milioni di euro verranno destinati al Fondo Nazionale Politiche Sociali e 400 del Fondo Non Autosufficienze. Una novità dell’ultima ora è rappresentata da ulteriori 100 milioni per il rilancio degli asili nido.
Un finanziamento in crescita rispetto ai 667 milioni del 2014 ma ancora al di sotto dei 1070 del 2008 (ci si riferisce qui alla somma dei tre fondi citati), che già allora tutti gli esperti giudicarono inadeguati ad affrontare lo storico sottofinanziamento delle politiche sociali. Ciononostante, a partire dal 2009 il Governo Berlusconi ridusse i fondi statali, sino ad azzerarli nel 2012, poiché era contrario alla responsabilità pubblica nei confronti delle persone fragili. Nel 2013 è cominciata la parziale risalita fino agli attuali 700 milioni, ma intanto la debolezza del settore si è ulteriormente accentuata. Oggi, ad esempio, la spesa pubblica dedicata alla lotta contro la povertà risulta in Italia inferiore dell’80% alla media europea e quella nei servizi per le persone non autosufficienti (disabilità e anziani) lo è del 40%.
Principali fondi statali per le politiche sociali , Milioni di Euro
2008
2014
2015 – Disegno di legge di Stabilità presentato dal Governo
Fondo Nazionale Politiche Sociali
670
317
300
Fondo Non Autosufficienze
300
350
400
Fondo Nidi (ex Piani nidi)
100
–
100
Note: Il valore 2008 del Fondo Nazionale Politiche Sociali riguarda esclusivamente le risorse trasferite alle Regioni
Il nocciolo della questione, comunque, non è l’importo dei fondi nazionali bensì l’eredità della seconda repubblica. I fondi, infatti, furono allora introdotti intendendoli dichiaratamente come i primi mattoni sui quali costruire quelle riforme nazionali attuate perlopiù negli ultimi 20 anni, e a volte anche prima, in tutti i paesi simili al nostro. In Italia invece, se n’è discusso a lungo, qualche passo iniziale è stato appunto compiuto ma – come avvenuto solo in Grecia – nessuna è stata realizzata.
Si tratti di povertà, non autosufficienza o asili, l’impianto delle riforme è ovunque il medesimo. Primo, lo Stato incrementa i propri stanziamenti definendoli a partire non dai fondi dell’anno precedente ma dalle reali esigenze del settore, affiancandoli a regole che assicurino l’adeguato sforzo finanziario di Regioni e Comuni. Secondo, per chi è in condizioni di fragilità s’introduce il diritto a ricevere risposte, oggi esistente in altri ambiti – come la sanità e l’istruzione – ma non nel sociale. In Italia, ad esempio, i nuclei che vivono in povertà non hanno diritto ad alcun sostegno pubblico. Terzo, uno sforzo particolare viene dedicato a potenziare i servizi alla persona (come assistenza domiciliare per gli anziani, nidi per i bambini o servizi sociali per gli indigenti, e così via) a fianco dei contributi economici, oggi nettamente prevalenti. I servizi, infatti, mettono le persone in grado di organizzare diversamente la propria vita mentre le erogazioni monetarie servono esclusivamente a “tamponare” i bisogni.
Le riforme debbono essere introdotte gradualmente, così da spalmare su più anni lo sforzo organizzativo e l’incremento di spesa che richiedono. Si tratta, dunque, di attivare dei Piani nazionali che permettano di giungervi grazie a percorsi pluriennali che definiscano con chiarezza, sin dall’inizio, i finanziamenti e il punto di arrivo. Dell’avvio di simili percorsi non vi è, però, traccia nella legge di stabilità né in altri atti del Governo.
All’estero le riforme nazionali sono state introdotte perchè – li come in Italia – le domande sociali crescono da tempo ma gli Enti Locali non hanno le risorse e gli strumenti adeguati per rispondervi, dato che le loro funzioni sono state disegnate in un’epoca precedente, quando tali domande erano assai minori. Negli ultimi due decenni, intanto, l’incremento dei bisogni ha subito un’ulteriore accelerazione, basti pensare alla povertà e all’invecchiamento della popolazione. Le riforme nazionali, dunque, risultano oggi più necessarie che mai.
Le principali riforme nazionali delle politiche sociali nell’Europa centro-meridionale, anno o periodo d’introduzione
Lotta alla povertà
Interventi per le persone non autosufficienti (anziani e individui con disabilità)
Servizi alla prima infanzia
Germania (1961)
Austria (1993)
Francia (1970-1975)
Austria (1970-1975)
Germania (1995)
Spagna (2005)
Francia (1988)
Francia (1997)
Portogallo (2006)
Portogallo (1996)
Portogallo (1999)
Germania (2008)
Spagna (1995-2000)
Spagna (2006)
Austria –
Italia –
Italia –
Italia –
Grecia –
Grecia –
Grecia –
Note: 1. L’assistenza alle persone non autosufficienti comprende anche i servizi socio-sanitari del Servizio Sanitario Nazionale. 2. Nei servizi alla prima infanzia in Italia fu avviata nel 2007 una riforma nazionale, il Piano Nidi, interrotta nel 2011
Quanto scritto sin qui è da contestualizzare nelle complessive vicende dei primi mesi del nuovo Esecutivo. Questo ha concentrato i suoi sforzi iniziali sulla nostra profonda crisi economica ed occupazionale, unanimemente riconosciuta come la priorità da affrontare. Coerentemente, nel welfare l’azione è stata rivolta principalmente al rafforzamento delle tutele contro la disoccupazione. In un quadro simile, i margini per un’attenzione sostanziale alle politiche sociali sono stati fino ad ora molto ristretti.
Nel prossimo futuro dunque il Governo dovrà definire la propria posizione verso il settore. Se vorrà occuparsene in modo incisivo, la strada è segnata: il punto non è destinare 100 milioni in più ma mettere in agenda le riforme nazionali.
La sfida è conciliare diritti e investimenti
Per capire se le politiche sociali diventeranno una priorità del futuro bisogna esaminare come le concepisce Renzi. Lui e i suoi collaboratori propongono da almeno tre anni una stessa visione. Analogamente alla Social Investment Strategy promossa dall’Unione Europea, il sociale è considerato un investimento per valorizzare le potenzialità dell’individuo e far sì che possa così contribuire allo sviluppo produttivo (attraverso il proprio lavoro). Non a caso, i renziani ricorrono abitualmente a due esempi: la necessità di ampliare gli asili nido e quella di realizzare contro la povertà interventi “attivanti”, in grado di rafforzare le competenze di chi vive tale condizione per consentirgli di trovare – o ritrovare – un impiego (indicazioni comunque sinora non tradotte in pratica). Si rappresenta un panorama fatto di bambini che, anche grazie ai nidi, diventeranno lavoratori adulti con migliori capacità cognitivo–relazionali, di giovani con un futuro davanti, di poveri per i quali è possibile un reinserimento occupazionale. Gli indigenti che non potranno ottenere un nuovo lavoro, le persone con disabilità, gli anziani non autosufficienti, e così via, non vi trovano posto.
Un simile orientamento è positivo perché valorizza il welfare come costruzione di opportunità ma diventa inevitabilmente critico se risulta esclusivo. Piaccia o meno, infatti, la maggior parte dei destinatari delle politiche sociali non può offrire alla società un apporto dal punto di vista produttivo in senso stretto, mentre può farlo sul piano relazionale, dello sviluppo di comunità o altro. Lo mostrano tutte le ricerche scientifiche e l’esperienza delle famiglie coinvolte. Pertanto se l’interesse si rivolge solo agli interventi che permettono investimenti sociali, come sopra definiti, la gran parte delle reali politiche sociali viene esclusa.
Renzi non ha mai precisato se ritenga debba esistere una responsabilità pubblica nei confronti delle persone fragili che non possono contribuire al contesto produttivo. Poichè la logica dell’investimento qui non è applicabile, bisogna decidere se spetti alla collettività assicurare loro uno standard di vita almeno decente e la possibilità di cercare di realizzare alcuni desideri, nei limiti dettati dalle condizioni di ognuno.
Intanto, una mole crescente di studi internazionali mostra che il welfare ha successo solo se riesce a coniugare la Social Investment Strategy e la tutela dei diritti degli individui fragili, parti complementari che funzionano bene solo insieme. Emerge, inoltre, come in diversi paesi l’enfasi posta sull’Investment strategy sia stata utilizzata a livello politico per gettare fumo sull’inadeguata salvaguardia pubblica di tali diritti.
Il Premier deve scegliere se concepire le politiche sociali solo come un trampolino per chi può inserirsi nel contesto produttivo oppure anche come uno strumento per garantire i diritti delle persone in condizione di fragilità.
[1] Il presente contributo riprende, aggiornandolo, parte dell’articolo dell’autore pubblicato su Il Sole24ore- lunedì 10 novembre 2014
Il Governo pone la fiducia al testo della legge finanziaria 2015.
Lo stanziamento complessivo previsto nel 2015 sui fondi nazionali principali ammonta a 800 milioni di Euro. 300 milioni di euro verranno destinati al Fondo Nazionale Politiche Sociali e 400 del Fondo Non Autosufficienze. Una novità dell’ultima ora è rappresentata da ulteriori 100 milioni per il rilancio degli asili nido.
Un finanziamento in crescita rispetto ai 667 milioni del 2014 ma ancora al di sotto dei 1070 del 2008 (ci si riferisce qui alla somma dei tre fondi citati), che già allora tutti gli esperti giudicarono inadeguati ad affrontare lo storico sottofinanziamento delle politiche sociali. Ciononostante, a partire dal 2009 il Governo Berlusconi ridusse i fondi statali, sino ad azzerarli nel 2012, poiché era contrario alla responsabilità pubblica nei confronti delle persone fragili. Nel 2013 è cominciata la parziale risalita fino agli attuali 700 milioni, ma intanto la debolezza del settore si è ulteriormente accentuata. Oggi, ad esempio, la spesa pubblica dedicata alla lotta contro la povertà risulta in Italia inferiore dell’80% alla media europea e quella nei servizi per le persone non autosufficienti (disabilità e anziani) lo è del 40%.
Principali fondi statali per le politiche sociali , Milioni di Euro
| 2008 | 2014 | 2015 – Disegno di legge di Stabilità presentato dal Governo | |
| Fondo Nazionale Politiche Sociali | 670 | 317 | 300 |
| Fondo Non Autosufficienze | 300 | 350 | 400 |
| Fondo Nidi (ex Piani nidi) | 100 | – | 100 |
Note: Il valore 2008 del Fondo Nazionale Politiche Sociali riguarda esclusivamente le risorse trasferite alle Regioni
Il nocciolo della questione, comunque, non è l’importo dei fondi nazionali bensì l’eredità della seconda repubblica. I fondi, infatti, furono allora introdotti intendendoli dichiaratamente come i primi mattoni sui quali costruire quelle riforme nazionali attuate perlopiù negli ultimi 20 anni, e a volte anche prima, in tutti i paesi simili al nostro. In Italia invece, se n’è discusso a lungo, qualche passo iniziale è stato appunto compiuto ma – come avvenuto solo in Grecia – nessuna è stata realizzata.
Si tratti di povertà, non autosufficienza o asili, l’impianto delle riforme è ovunque il medesimo. Primo, lo Stato incrementa i propri stanziamenti definendoli a partire non dai fondi dell’anno precedente ma dalle reali esigenze del settore, affiancandoli a regole che assicurino l’adeguato sforzo finanziario di Regioni e Comuni. Secondo, per chi è in condizioni di fragilità s’introduce il diritto a ricevere risposte, oggi esistente in altri ambiti – come la sanità e l’istruzione – ma non nel sociale. In Italia, ad esempio, i nuclei che vivono in povertà non hanno diritto ad alcun sostegno pubblico. Terzo, uno sforzo particolare viene dedicato a potenziare i servizi alla persona (come assistenza domiciliare per gli anziani, nidi per i bambini o servizi sociali per gli indigenti, e così via) a fianco dei contributi economici, oggi nettamente prevalenti. I servizi, infatti, mettono le persone in grado di organizzare diversamente la propria vita mentre le erogazioni monetarie servono esclusivamente a “tamponare” i bisogni.
Le riforme debbono essere introdotte gradualmente, così da spalmare su più anni lo sforzo organizzativo e l’incremento di spesa che richiedono. Si tratta, dunque, di attivare dei Piani nazionali che permettano di giungervi grazie a percorsi pluriennali che definiscano con chiarezza, sin dall’inizio, i finanziamenti e il punto di arrivo. Dell’avvio di simili percorsi non vi è, però, traccia nella legge di stabilità né in altri atti del Governo.
All’estero le riforme nazionali sono state introdotte perchè – li come in Italia – le domande sociali crescono da tempo ma gli Enti Locali non hanno le risorse e gli strumenti adeguati per rispondervi, dato che le loro funzioni sono state disegnate in un’epoca precedente, quando tali domande erano assai minori. Negli ultimi due decenni, intanto, l’incremento dei bisogni ha subito un’ulteriore accelerazione, basti pensare alla povertà e all’invecchiamento della popolazione. Le riforme nazionali, dunque, risultano oggi più necessarie che mai.
Le principali riforme nazionali delle politiche sociali nell’Europa centro-meridionale, anno o periodo d’introduzione
| Lotta alla povertà | Interventi per le persone non autosufficienti (anziani e individui con disabilità) | Servizi alla prima infanzia |
| Germania (1961) | Austria (1993) | Francia (1970-1975) |
| Austria (1970-1975) | Germania (1995) | Spagna (2005) |
| Francia (1988) | Francia (1997) | Portogallo (2006) |
| Portogallo (1996) | Portogallo (1999) | Germania (2008) |
| Spagna (1995-2000) | Spagna (2006) | Austria – |
| Italia – | Italia – | Italia – |
| Grecia – | Grecia – | Grecia – |
Note: 1. L’assistenza alle persone non autosufficienti comprende anche i servizi socio-sanitari del Servizio Sanitario Nazionale. 2. Nei servizi alla prima infanzia in Italia fu avviata nel 2007 una riforma nazionale, il Piano Nidi, interrotta nel 2011
Quanto scritto sin qui è da contestualizzare nelle complessive vicende dei primi mesi del nuovo Esecutivo. Questo ha concentrato i suoi sforzi iniziali sulla nostra profonda crisi economica ed occupazionale, unanimemente riconosciuta come la priorità da affrontare. Coerentemente, nel welfare l’azione è stata rivolta principalmente al rafforzamento delle tutele contro la disoccupazione. In un quadro simile, i margini per un’attenzione sostanziale alle politiche sociali sono stati fino ad ora molto ristretti.
Nel prossimo futuro dunque il Governo dovrà definire la propria posizione verso il settore. Se vorrà occuparsene in modo incisivo, la strada è segnata: il punto non è destinare 100 milioni in più ma mettere in agenda le riforme nazionali.
La sfida è conciliare diritti e investimenti
Per capire se le politiche sociali diventeranno una priorità del futuro bisogna esaminare come le concepisce Renzi. Lui e i suoi collaboratori propongono da almeno tre anni una stessa visione. Analogamente alla Social Investment Strategy promossa dall’Unione Europea, il sociale è considerato un investimento per valorizzare le potenzialità dell’individuo e far sì che possa così contribuire allo sviluppo produttivo (attraverso il proprio lavoro). Non a caso, i renziani ricorrono abitualmente a due esempi: la necessità di ampliare gli asili nido e quella di realizzare contro la povertà interventi “attivanti”, in grado di rafforzare le competenze di chi vive tale condizione per consentirgli di trovare – o ritrovare – un impiego (indicazioni comunque sinora non tradotte in pratica). Si rappresenta un panorama fatto di bambini che, anche grazie ai nidi, diventeranno lavoratori adulti con migliori capacità cognitivo–relazionali, di giovani con un futuro davanti, di poveri per i quali è possibile un reinserimento occupazionale. Gli indigenti che non potranno ottenere un nuovo lavoro, le persone con disabilità, gli anziani non autosufficienti, e così via, non vi trovano posto.
Un simile orientamento è positivo perché valorizza il welfare come costruzione di opportunità ma diventa inevitabilmente critico se risulta esclusivo. Piaccia o meno, infatti, la maggior parte dei destinatari delle politiche sociali non può offrire alla società un apporto dal punto di vista produttivo in senso stretto, mentre può farlo sul piano relazionale, dello sviluppo di comunità o altro. Lo mostrano tutte le ricerche scientifiche e l’esperienza delle famiglie coinvolte. Pertanto se l’interesse si rivolge solo agli interventi che permettono investimenti sociali, come sopra definiti, la gran parte delle reali politiche sociali viene esclusa.
Renzi non ha mai precisato se ritenga debba esistere una responsabilità pubblica nei confronti delle persone fragili che non possono contribuire al contesto produttivo. Poichè la logica dell’investimento qui non è applicabile, bisogna decidere se spetti alla collettività assicurare loro uno standard di vita almeno decente e la possibilità di cercare di realizzare alcuni desideri, nei limiti dettati dalle condizioni di ognuno.
Intanto, una mole crescente di studi internazionali mostra che il welfare ha successo solo se riesce a coniugare la Social Investment Strategy e la tutela dei diritti degli individui fragili, parti complementari che funzionano bene solo insieme. Emerge, inoltre, come in diversi paesi l’enfasi posta sull’Investment strategy sia stata utilizzata a livello politico per gettare fumo sull’inadeguata salvaguardia pubblica di tali diritti.
Il Premier deve scegliere se concepire le politiche sociali solo come un trampolino per chi può inserirsi nel contesto produttivo oppure anche come uno strumento per garantire i diritti delle persone in condizione di fragilità.
[1] Il presente contributo riprende, aggiornandolo, parte dell’articolo dell’autore pubblicato su Il Sole24ore- lunedì 10 novembre 2014