Federserd è un’associazione che riunisce e rappresenta a livello nazionale e regionale i professionisti dei servizi per le dipendenze. Tra i suoi scopi statutari vi è la formazione e l’aggiornamento professionale dei suoi aderenti, la promozione di ricerche sperimentali, cliniche, sociali e giuridiche nel settore delle dipendenze e la promozione di “rapporti con le istituzioni nazionali e regionali di carattere politico, al fine di garantire la coerenza scientifica e operativa delle scelte legislative e organizzative”.
Dopo aver sentito la voce degli enti accreditati, attraverso l’intervista a Gabriella Feraboli (link), abbiamo intervistato Alfio Lucchini, presidente regionale di Federserd e responsabile della funzione advocacy e organizzazione dei servizi per Federserd nazionale.
Dottor Lucchini, cosa e chi rappresenta Federserd in Lombardia?
Federserd è un’organizzazione scientifica e professionale che riunisce in Lombardia duecento professionisti sia dei servizi pubblici che del privato sociale. Siamo riconosciuti dalla Regione e da moltissimi anni collaboriamo con essa nell’ambito della programmazione generale e della riforma dei servizi. Sono nostri soci la gran parte dei direttori dei Dipartimenti dipendenze e abbiamo un approccio multidisciplinare, avendo tra i nostri associati – e, per statuto, anche nel Direttivo – tutte le figure presenti nel settore delle dipendenze: medici, psicologi, educatori, assistenti sociali, infermieri, amministrativi.
Qual è la percezione generale degli operatori e dei professionisti rappresentati da Federserd a proposito delle politiche sulle dipendenze in Regione? In particolare, a che punto è il processo di riordino complessivo del sistema d’offerta di cui tanto spesso si parla?
Diciamo innanzitutto che la Lombardia ha uno dei sistemi d’intervento e di governance più interessanti, soprattutto se messa a confronto con le altre regioni italiane. E’ la realtà regionale che ha sperimentato di più e che fin dal 2000 ha programmato, strutturato e – diciamolo – difeso i Dipartimenti per le dipendenze. E’ una Regione che ha anche istituito e promosso gli Osservatori territoriali. Insomma, non siamo in una situazione arretrata, se dobbiamo dare una prima valutazione generale. Ma proprio per questa ragione, tra gli operatori dei servizi, pubblici e privati, si vive anche un profondo rammarico.
Da dove viene questo rammarico?
Viene da un vissuto generale che tra il dire e il fare, tra gli sforzi di elaborazione e i risultati, ci sia una distanza abissale. Nei fatti tre anni fa si era intrapreso un impegnativo percorso di ridefinizione generale dell’approccio alle dipendenze, basato sull’analisi del bisogno e sulla valutazione dei diversi livelli diagnostici. Ebbene, questo lavoro è rimasto praticamente al palo. Le regole di sistema del 2013 e del 2014 hanno finalmente citato il sistema d’offerta delle dipendenze, ma alle parole non sono seguiti i fatti. Ci sono sempre delle difficoltà enormi che fanno alla fine pensare che sia impossibile passare dalla teoria alla realtà dei fatti.
Può fare qualche esempio di queste difficoltà?
Si può citare l’esempio della legge 8 sulle ludopatie: una buona legge per la quale la Regione, in attesa di una ridefinizione dei Lea nazionali, ha messo sul tavolo circa 6 milioni di euro. Ebbene, questi soldi ora non si possono spendere per una serie di incongruenze tra leggi nazionali e provvedimenti regionali; qualche disattenzione di troppo nel costruire le delibere e oggi noi ci troviamo a non poter assumere personale da dedicare all’azione di prevenzione e di cura dei problemi relativi al gioco d’azzardo patologico. Certo, la responsabilità della Regione, in questo caso specifico, è parziale, siamo in un regime di spending review e nel mirino della Corte dei conti; di fatto però l’intero sistema registra una difficoltà di consequenzialità degli atti che porta a conseguenze gravi. La governance e la capacità di programmazione dovrebbe essere più consistenti. Se no, rischiamo di restare ancora completamente fermi. Io spero che gli abbozzi di riforma maturino in fretta.
In che direzione dovrebbe muoversi il processo di riforma del sistema d’offerta?
Innanzitutto va ricomposta la frattura tra Asl e aziende ospedaliere. In questa scelta, fondante del sistema sanitario e sociosanitario lombardo, c’è la radice dei problemi che abbiamo di fronte: la distinzione si è rivelata un grandissimo errore per le dipendenze, che hanno finito per essere il sistema più sanitario all’interno dell’organizzazione delle Asl. Si è così rotta ogni continuità assistenziale che è invece la chiave vera, oggi, per innovare il sistema d’offerta; noi immaginiamo un lavoro integrato e continuativo, a seconda delle fasi e dei cicli di bisogno, tra servizi territoriali, risposte ambulatoriali e servizi ospedalieri. La settorializzazione invece è stata esiziale per le dipendenze, scotomizzando da un lato la parte più squisitamente sociale (pensiamo ai servizi sociali dei Comuni o ai consultori) e, dall’altro, la dimensione più ospedaliera. Stanno circolando da più parti dei progetti di legge per riformare la sanità lombarda e per rivedere il modello verso una maggiore continuità assistenziale; la prospettiva è condivisa al di là dell’appartenenza politica e questo ci fa sperare in un possibile miglioramento della situazione.
Perché è così importante questo nuovo approccio?
Guardi, abbiamo bisogno tutti di capire che viviamo in una “società dipendente”; cioè oggi per comprendere davvero i consumi di sostanze dobbiamo allargare lo sguardo sull’intera società e sui suoi modelli generali; in pratica ci troviamo di fronte a fenomeni sempre più in espansione perché sono legati alla dinamica stessa della società, consumista e individualista. Bisogna dunque smetterla di guardare alle dipendenze come a un settore, o a un sotto-settore, specifico e periferico; bisogna invece investire per aprire, per far crescere un sistema integrato territoriale di risposta, declinato secondo livelli di gravosità: un primo livello di base aperto al sociale e al territorio, studiando diversi punti e forme di accesso, individualizzando e personalizzando meglio i percorsi; un secondo livello specialistico ambulatoriale e un terzo livello, più ridotto, di tipo ospedaliero per le situazione di vera gravosità (riutilizzando magari nei piccoli ospedali spazi o reparti sottoutilizzati). Dovremmo poi promuovere unità funzionali insieme, ad esempio, alla psichiatria, per affrontare in maniera integrata fenomeni come la doppia diagnosi. La vera riforma che attendiamo e per la quale lavoriamo è questa apertura, è questa ridefinizione per livelli di gravosità.
Ma non c’è anche un problema di risorse dedicate?
Parto da un dato: nel 2006 nel settore lavoravano 1.100 operatori pubblici, ora ce ne sono 750 e il turn over è completamente bloccato; da questo punto di vista siamo in una situazione davvero grave e non siamo in grado di lavorare in sicurezza. Oltre che delle 40.000 persone in carico nei Serd, ci occupiamo anche dei lavoratori sospesi dalle mansioni a rischio e di coloro che hanno problemi per la patente di guida a causa dei loro consumi. Fino a qualche anno fa il sistema, a livello nazionale, era alimentato anche dal Fondo ad hoc di 1 miliardo di lire che andava a finanziare le sperimentazioni. Ora tutto questo non c’è più ed è naturale che ci sia un problema di risorse. Tuttavia, io dico che una strada nuova si può intraprendere anche a Isorisorse, spendendo molto meglio i 120 milioni di euro che si impiegano ora per tutto il sistema dipendenze regionale. La strada è quella che ho indicato prima e che passa per la ridefinizione degli stretti confini del sistema delle dipendenze; un risultato che si può raggiungere attraverso una nuova collaborazione tra lo Stato e le regioni per la definizione dei livelli di assistenza e poi una collaborazione vera tra Assessorato alla famiglia e solidarietà e quello alla salute.
E’ fiducioso per il futuro?
Diciamo che le potenzialità sono molte e le cose da fare altrettante. C’è una prospettiva da ribaltare. E per questo mi piacerebbe che la Regione avviasse finalmente un percorso serio e condiviso, concreto e operativo per arrivare a un vero e proprio Piano obiettivo regionale, coinvolgendo in questo tutti i potenziali attori.