Il Coordinamento enti autorizzati e accreditati lombardi (CEAL) è un’associazione di promozione sociale che dal 2009 riunisce una buona parte degli enti del privato sociale che operano nel settore delle dipendenze in Lombardia. Attualmente raccoglie 39 organizzazioni. Tra gli scopi statutari c’è la collaborazione con la Regione e, in particolare, “la partecipazione alla progettazione e programmazione degli interventi nel Settore a livello regionale, alla gestione del budget generale e alla verifica e valutazione dell’operato nel settore delle dipendenze, anche attraverso la costituzione di organismi misti pubblico/privato e il loro riconoscimento come strumenti attraverso i quali le istituzioni pubbliche procedono alla concertazione e alla integrazione del lavoro degli organi competenti”.
Abbiamo chiesto a Gabriella Feraboli, Presidente del CEAL, a che punto sia questo percorso di concertazione e integrazione nel settore.

Innanzitutto uno sguardo sugli enti che il CEAL rappresenta: al di là del numero delle organizzazioni  aderenti, qual è la vostra capacità di rappresentare bisogni e servizi?

Il CEAL è un’organizzazione nata nel 1999 e formalizzatasi in Aps dieci anni dopo. Rappresenta associazioni e cooperative che gestiscono tutta l’ampia gamma di servizi di cui è dotato il sistema regionale delle dipendenze: la prevenzione, le comunità pedagogiche e terapeutico-riabilitative, i centri diurni e la pronta accoglienza, le comunità mamma-bambino e i cosiddetti Sert privati, cioè i Servizi multidisciplinari integrati. Rispondiamo inoltre a tutte le nuove e vecchie domande d’intervento: dal sostegno farmacologico alle misure alternative al carcere, dall’accoglienza di stranieri all’alcolismo. Insomma, abbiamo una sperimentata capacità di accoglienza dei bisogni – senza una selezione particolare dell’utenza – e una buona attenzione alla trasformazione dei fenomeni.

Qual è la percezione generale degli enti accreditati a proposito delle politiche sulle dipendenze in Regione? In particolare, a che punto è il processo di riordino complessivo del sistema d’offerta di cui tanto spesso si parla?

In realtà il processo è totalmente fermo, mancando qualsiasi tavolo di confronto. Questa riorganizzazione complessiva del sistema è continuamente annunciata – da ultimo nelle regole di sistema 2014 – ma mancano proprio i presupposti per poter arrivare da qualche parte.

Quali sono in particolare i problemi di coinvolgimento e comunicazione?

Il settore delle dipendenze è quello meno curato dall’amministrazione regionale; basti pensare che, al contrario di altri ambiti, non ha un ufficio specifico e dedicato. Da anni lamentiamo l’assenza di punti di riferimento; i nostri interlocutori oggi sono la Direzione generale e qualche funzionario dell’amministrazione, ma manca un centro di programmazione e di concertazione degno di questo nome. Soprattutto non riscontriamo una sufficiente capacità di costruire un processo programmatorio riconoscibile e costante nel tempo. Gli enti accreditati, in pratica, sono visti come meri “enti gestori”. Si fissano incontri che poi vengono disattesi o ai quali non si invitano gli interlocutori più diretti; insomma, a nostro modo di vedere,  manca un reale interesse politico e non c’è un pensiero riconoscibile. Indubbiamente esiste un forte centralismo regionale, caratterizzato purtroppo da una visione arretrata dei fenomeni.

In cosa consiste questa arretratezza?

Ci troviamo davanti, ad esempio, a una lettura vecchia delle comunità; sia l’attuale amministrazione che la precedente hanno un’immagine poco definita dei servizi, hanno in testa le comunità di almeno dieci fa, ma nel frattempo le strutture residenziali sono molto cambiate. Basterebbe pensare a quello che facciamo a proposito della dipendenza da cocaina o dall’alcol, all’accoglienza dal carcere. La Regione ha una debole capacità di lettura reale; riscontriamo, per esempio, una scarsa rielaborazione dei dati costantemente forniti attraverso il debito informativo. Non vedono i cambiamenti. Pensano che le comunità siano il ricettacolo dei vecchi tossicodipendenti cronici, ma non è così; in una ricognizione dello scorso 3 marzo abbiamo dimostrato che i cronici ultraquarantenni all’interno delle nostre comunità sono solo 197 sugli 875 ospiti censiti.

Ma le sperimentazioni non dovevano servire proprio a una nuova lettura dei fenomeni e a concretizzare nuovi servizi?

Sì, ma finora hanno assorbito un sacco di tempo ed energia, senza cambiare molto. A parte il fatto che nelle sperimentazioni sono stati inseriti anche servizi che esistono da più di vent’anni come quelli di prossimità, c’è da dire che se tu fai esperimenti  indossando occhiali vecchi non hai molte possibilità di innovare veramente. In Regione continuiamo a incappare nelle solite parole d’ordine un po’ ideologiche  –  la necessità dell’appropriatezza, l’eccesso di prestazioni socio assistenziali, la tutela della famiglia – senza un costrutto veramente riformatore. Sembra un dialogo tra sordi. Tra l’altro, sull’esito delle sperimentazioni si sa poco, a parte il termine tassativo della loro fine, il prossimo 30 giugno.

A questo aggiornamento della capacità di lettura non potrebbero contribuire in maniera significativa i servizi pubblici?

In realtà esiste un forte scollamento tra i territori e la Regione, a noi pare che anche Federserd fatichi a trovare un terreno positivo di confronto. I Dipartimenti per le dipendenze in Regione sono lasciati a se stessi: alcuni funzionano, ma la maggior parte hanno una vita stentata, senza un vero sforzo di co-programmazione: si riuniscono una volta l’anno per certificare il budget annuale a disposizione delle strutture e stop. I direttori di Dipartimento non sono convocati tutti insieme in Regione da almeno due anni; da più anni si è cessato di fare formazione per gli operatori. Dalla Regione non vengono più richieste o proposte di  coinvolgimento reale e nei Dipartimenti c’è tanta demotivazione. Anche i servizi di vigilanza delle Asl vanno ognuno per proprio conto, dando ogni volta interpretazioni diverse delle nuove norme che di anno in anno vengono introdotte dalla Regione.

Insomma, non avete registrato delle differenze sostanziali con l’ingresso dell’amministrazione guidata da Maroni?

Beh, qualche differenza naturalmente c’è. Apparentemente c’è più volontà di programmare scadenze e date a cui tener fede e c’è un approccio un po’ meno ideologico, questo sì. C’è qualche interlocuzione in più, almeno con la Direzione centrale, e registriamo un positivo dialogo tra l’Assessorato alla Famiglia e quello alla Salute. Ma ci vuole un cambiamento di passo importante, altrimenti il sistema non si rianima.

Neanche la nuova legge sul gioco d’azzardo patologico ha portato nuova attenzione politica e nuove energie?

No. Si è fatta una discreta legge, che ha propri finanziamenti e questo è positivo. Ma non ha cambiato l’orizzonte più generale, nonostante la ludopatia  sia solo una tra le tante dipendenze (vecchie e nuove) che insieme, come sistema, dovremmo contrastare e curare.

Insomma, quali prospettive vedete per il prossimo futuro?

Noi siamo molto preoccupati perché, a fronte dei molti problemi sul tappeto, non vediamo la volontà di costruire risposte comuni. Innanzitutto c’è un problema di sostenibilità delle strutture riabilitative: le rette, ferme dal 2008, sono fortemente sottostimate, a fronte di una crescente domanda di nuovi adempimenti che generano oneri aggiuntivi in capo agli “enti gestori”. Ci sentiamo in balia delle circostanze e poco tutelati. Siamo d’accordo sul fatto che sia necessario riordinare il sistema dei servizi, ma tale revisione va fatta insieme e nella sua complessità. Le forme di  accreditamento sono troppo rigide e spesso non consentono di rispondere adeguatamente  ai bisogni, fin qui ci siamo; si parla di dote di cura, di flessibilità ed elasticità. Tutto bene. Ma tutto questo va collocato in un quadro programmatorio più complessivo che va costruito con una cura particolare per i soggetti del sistema e per i processi di trasformazione. In questo orizzonte, riteniamo importante dire la nostra, sia per il lavoro quotidiano che facciamo tutti i giorni  che per la trentennale esperienza accumulata.