Il contributo che di seguito presentiamo ripropone alcune riflessioni emerse e sviluppate nel corso del Convegno “I Consultori familiari ed il nuovo welfare. Cosa significa diventare Centri per la famiglia” che si è svolto lo scorso 28 marzo 2014.
Il Convegno ha costituito certamente un momento importante di confronto intorno al disegno di riforma dei Consultori (alla luce anche della scarsità di occasioni pubbliche di confronto in merito) e alle domande e agli interrogativi che le sperimentazioni hanno innescato e intorno alle quali le occasioni di dibattito sono state scarse, se non nulle.

Origine e stato dell’arte delle sperimentazioni

Con il 31 gennaio 2014 si sono concluse le sperimentazioni avviate dalla Regione Lombardia di cui abbiamo già ampiamente scritto in articoli precedenti. Si apre ora la fase di valutazione delle sperimentazioni, fase che porta in sé alcune domande circa quali criteri e indicatori di valutazione la Regione utilizzerà e quali i dati quali-quantitativi che verranno analizzati.
Durante il Convegno, sono state sinteticamente richiamate le considerazioni che hanno orientato l’avvio delle sperimentazioni:

  • le famiglie esprimono domande e bisogni che non sempre trovano risposte adeguate nei territori, soprattutto nelle città più grandi dove l’accessibilità alle informazioni sui servizi e l’accessibilità ai servizi è critica e difficoltosa;
  • i bisogni delle persone e delle famiglie sono cambiati: ci sono molto più famiglie con una persona anziana piuttosto che con un minore e su una stessa famiglia (e su una stessa donna) ricadono molti e diversi compiti di cura. Questo richiede alle famiglie di ricercare nuovi equilibri e di ricalibrare le proprie mappe relazionali;
  • questi cambiamenti coincidono con uno scenario di servizi ampiamente frammentati e caotici, anche a livello programmatorio (lo Stato che chiede di attivare i punti unici di accesso, la sperimentazione dei Cead, i servizi comunali di assistenza sociale sul territorio, gli sportelli per i disabili e per l’accompagnamento alla vita autonoma delle Asl…). Questa frammentarietà ricade sulla famiglia che, di fatto, migra disorientata tra sportelli diversi e sparsi sul territorio. Si dice che la famiglia è al centro, ma la famiglia di fatto, è fuori dal sistema dei servizi.

La priorità che ha orientato l’avvio delle sperimentazioni, e che resta ancora oggi una necessità, è l’orientamento delle famiglie: le famiglie hanno bisogno di un case manager e di una équipe in grado di rispondere a bisogni differenti, ponendosi come punto unico. Da qui la scelta di potenziare la funzione di orientamento dei Consultori, alla luce anche della considerazione che il Consultorio, in quanto tale, pubblico o privato che sia, oggi è presente sul territorio regionale con una rete molto estesa: sono la rete di servizi più estesa dopo quella dei Comuni.
Dopo di che sappiamo che il territorio regionale è molto eterogeneo ed è difficile definire indicazioni univoche ed omogenee. Da questa constatazione nasce il senso delle sperimentazioni: dare alcune indicazioni, impiegare delle risorse e chiedere ai territori di individuare quali cambiamenti rispetto ai propri assetti organizzativi e professionali sono più funzionali per rispondere allo scenario descritto.
Alcuni consultori hanno così potenziato i servizi per gli anziani, altri i servizi rivolti alla persona anziana e alla sua famiglia, altri si sono invece concentrati sul lavoro con gli adolescenti. Di fatto quindi ci si è rivolti a target molto diversi. Anche rispetto alle funzioni, la maggior parte delle strutture ha potenziato quelle di orientamento, ma ci sono contesti che hanno scelto di sviluppare particolarmente il supporto psicopedagogico, altri ancora che hanno introdotto la funzione legale e il mediatore familiare. Così come per i target, anche le azioni implementate sono state molto differenti, per target, funzioni, servizi erogati.

Oggi siamo alla fase finale, ovvero alla valutazione delle sperimentazioni condotte, il cui obiettivo è quello di analizzare gli esiti generati per riuscire a standardizzare la nuova forma di offerta, individuando anche nuovi requisiti per l’accreditamento.  In questa fase dunque la Regione sta raccogliendo gli esiti delle rendicontazioni, sia da un punto di vista economico che di qualità e di servizi erogati. I passaggi dei prossimi mesi saranno quindi:  analisi degli esiti; incontro con tutti i gestori che hanno sperimentato per un confronto su problematiche e prospettive che possono immaginare; incontro con le Asl e condivisione con i tavoli istituzionali per la definizione del nuovo percorso che mira ad arricchire l’offerta consultoriale.
Il problema che oggi si pone è capire come la regione riuscità a confrontare esiti di sperimentazioni anche molto eterogenee tra loro… Come già sottolineato anche in altri contributi “è difficile apprendere dalle sperimentazioni (…) se si confrontano, nella stessa area, le mele con le pere” (si vedano articoli precedente, Link1 e Link2).

Sfide per il prossimo futuro

In generale però le sperimentazioni, al di là delle valutazioni che di esse si riusciranno a fare, hanno fatto emergere alcune questioni non irrilevanti nel ripensamento (o riforma?) dei Consultori. Proviamo di seguito a richiamarle, in modo sintetico, sapendo che nei prossimi mesi saranno aspetti centrali per il ripensamento del sistema dei servizi consultoriali.

Accompagnare più che calare dall’alto

L’innovazione dei Consultori non può essere una operazione top down che passa attraverso la deliberazione di nuove figure professionali e di nuove funzioni. I Consultori hanno una esperienza, una cultura e una competenza che si sono costruite in quarant’anni di storia e che non possono essere modificate solo “dall’alto”. Le équipe dei Consultori, soprattutto quelle pubbliche che hanno la storia più lunga e consolidata, hanno bisogno di essere accompagnate e formate per potersi “inserire” e connettere con i cambiamenti in corso. Detto in altri termini anche le équipe consultoriali hanno bisogno di essere accompagnate, così come è richiesto loro di accompagnare le famiglie a transitare nelle sue diverse fasi e crisi.

Comprendere l’ambivalenza di alcune scelte

L’introduzione della possibilità per i consultori di erogare contributi economici trasforma i consultori molto più e molto più radicalmente di tante sperimentazioni e di tante dichiarazioni. Poter erogare dei contributi economici diretti, cash, alle persone, modifica la relazione, modifica nel profondo l’identità stessa del consultorio e fa del consultorio uno strumento funzionale di un modello di welfare che non è dichiarato. È su questi cambiamenti che dovremmo puntare maggiormente l’attenzione. Più che l’identità del consultorio, sta cambiando la relazione tra il servizio e l’utenza.

Curare la qualità più che modificare il contenitore

Certamente i bisogni cambiano e aumentano, ma le persone non si rivolgono ai Consultori (così come ad altri servizi) perché si trovano in condizione di necessità, ma perché percepiscono un livello della qualità delle risposte elevato. Non sono sufficienti delle modifiche organizzative o “quantitative” (l’ampliamento dell’orario di apertura, per es.) per aumentare la fruizione di un servizio: le persone usufruiscono dei servizi non solo quando l’accessibilità è maggiore, ma se e quando percepiscono una qualità delle risposte e delle prestazioni erogate.
Le risposte alle domande che gli utenti (singoli o famiglie) portano ai Consultori deve essere una risposta di qualità. Oggi, nel panorama dei servizi, esistono competenze professionali già formate e specializzate per dare risposte a problemi specifici (per esempio a famiglie con disabili o anziani non autosufficienti): non basta potenziare le funzioni di ascolto dei Consultori per pensare che i Consultori riescano ad offrire risposte di qualità a bisogni specifici, sostituendosi di fatto ad altri servizi anche specialistici, già esistenti. Se si vuole che operatrici e operatori siano preparati e qualificati per rispondere a domande nuove e specifiche, questo passaggio richiede un grosso investimento in termini formativi e professionali sul personale.
I Consultori devono poter offrire una cura di qualità delle persone e non possono ridursi a segretariati sociali che smistano.

Identità dei Consultori o adesione al codice sanitario?

I Consultori non possono perdere la loro identità quali servizi radicati nei territori e a bassa soglia. Alcune delle indicazioni previste nelle dgr 3540 e 4597 vanno nella direzione contraria.
La dgr 3540 introduce uno standard sanitario in un servizio ad altra integrazione socio sanitaria e schiaccia il socio assistenziale sul sanitario (per esempio, nell’indicare 30 giorni quale arco temporale massimo per la definizione del progetto sulla persona. 30 giorni sono un tempo congruo per quelle unità d’offerta, come le RSA, che vedono un utente in modo molto consistente nell’arco del mese. Un consultorio, in un mese, incontra la persona una, forse due volte…). Non ultimo, la dgr. 3540 ha generato un appesantimento burocratico del lavoro di operatrici e operatori, relativamente alla tenuta contabile.
D’altro canto, la dgr 4597 oltre ad aver promosso l’accesso diretto, amplia il “pacchetto d’offerta” dei consultori e bilancia il rapporto tra prestazioni tariffate e non tariffate.
Una riflessione importante, nella direzione di quanto appena descritto, riguarda la gratuità delle prestazioni. Di fatto, la gratuità delle prestazioni sta facendo aumentare i no show: le persone, “non vincolate” da una compartecipazione al servizio non si presentano, non vengono agli appuntamenti e non avvisano, con la conseguenza non irrilevante che se le persone non si presentano, l‘operatore è comunque in sede, ma non si può rendicontarne l’attività e non è possibile retribuirne il tempo lavoro. È necessario prevedere una maggior flessibilità nei criteri di funzionamento dei Consultori, perché flessibili sono i percorsi delle persone.

Guardare la luna o la punta del dito? Alla ricerca della cornice…

Una riflessione importante è emersa dal dibattito che si è sviluppato durante il Convegno, e che vale la pena rilanciare perché è una questione centrale per i Consultori, ma che interroga in generale il modello di welfare lombardo.
Parlare oggi di riforma dei Consultori, significa interrogarsi, in primis, su quale sia il disegno di welfare dentro al quale si vorrebbero collocare i futuri Centri per le famiglie. Cosa significa diventare Centro per la famiglia? Su questa domanda si è animata la parte conclusiva del Convegno.
Forse bisognerebbe dire che cosa è un Centro per la famiglia e in quale modello di welfare il consultorio familiare va a collocarsi. Se il modello di welfare non sembrerebbe cambiare in questo momento storico, la sensazione è che si cerchi di cambiare il modello di welfare cambiando una unità d’offerta. È importante quindi, che il dibattito attuale sui Consultori non si concentri sui meccanismi operativi (la burocratizzazione, le tariffe, i soldi che ci sono e non ci sono, le équipe), perché il rischio è di perdere di vista la cornice e di non riuscire a comprendere in quale cornice e scenario di welfare si colloca la ridefinizione di questi meccanismi operativi. Se il modello, la cornice di riferimento resta il modello della mercificazione e si fonda su una sussidiarietà che si presta ambiguamente a essere interpretata come logica di mercato, si potrà certo cambiare il consultorio familiare, ma ci si imbatterà sempre e comunque con la burocratizzazione, con le carte da riempire, perché quei meccanismi sono funzionali e necessari a sostenere e mantenere un modello di welfare mercificato. O ci si orienta verso una de-mercificazione del welfare, o si possono introdurre tutti i cambiamenti possibili nell’unità d’offerta dei consultori, ma i vincoli che oggi denunciamo come elementi di criticità e di ostacolo resteranno tali e si riproporranno, identici a se stessi.