I provvedimenti inerenti il riparto del FNA prevedono una forte integrazione tra Asl e Comuni, nella governance complessiva delle iniziative e nella gestione del processo di valutazione. Quali sono stati, in questa prima fase di applicazione i punti forti ed i punti critici di questo processo nel vostro territorio?

Tra i punti più critici pongo innanzitutto la tempistica. Le DGR regionali hanno previsto tempi troppo stretti a fronte della necessità di attuare tutta una serie di passaggi  (cito, ad  esempio, il coinvolgimento del coordinamento mensile degli assistenti sociali dell’Ambito, che si è reso necessario per elaborare proposte da sottoporre all’Assemblea dei Sindaci) , da costruire ad hoc e da condividere tra diversi soggetti. I tempi ridotti all’osso hanno provocato una “stress” al sistema.  Quanto alla  governance, faccio fatica a pensare che sia possibile costruirla così, adattando a forza la realtà locale al dettato delle delibere regionali. Il tema della governance integrata tra Comuni e ASL è un tema chiave per il futuro: già nel 2010 era stata fatta una proposta di integrazione dell’ASL all’interno dell’Ufficio di Piano stesso, ma la richiesta non era stata accolta dall’Assemblea dei Sindaci. Ora la Regione ci spinge in questa direzione, ma lo fa, a mio avviso, nel peggiore dei modi. Il punto critico quindi è nel sistema territoriale: se dopo un decennio di piani di zona non è ancora maturo per un’integrazione forte della funzione programmatoria, rischia di subire le scelte programmatorie imposte dall’alto.
Un altro punto critico riguarda la valutazione multidimensionale, che implica il forte coinvolgimento degli Assistenti Sociali dei Comuni.  Qui gli aspetti di maggior impegno sono due: a) dover ripensare alla valutazione sociale per le  nuove situazioni; b) trovare il tempo (non indifferente) per svolgere le valutazioni domiciliari insieme agli operatori ASL. Il territorio non è ancora pronto, e anche questo è stato uno “stress test”. Molte AA.SS., infatti, quando hanno ricevuto la lista delle visite da parte dell’ASL hanno obiettato di non conoscere nemmeno le persone che dovevano andare a vedere: questo, di conseguenza, è stato considerato soprattutto come un “lavoro in più”.
In relazione a questo aspetto, però, l’altra faccia della medaglia emerge come un punto  di forza:  grazie alle valutazioni integrate i Servizi Sociali comunali sono venuti a conoscenza di casi bisognosi di presa in carico, che prima erano ignoti o erano noti  solo alla ASL. Ciò ha permesso  agli operatori di instaurare un lavoro sociale sulle reti che non esisteva ancora e, per diverse situazioni,  ha offerto la possibilità di effettuare “agganci” in prima persona, più forti.  Ne sono scaturite soluzioni più adeguate in termini di progettazione e di percorsi nuovi, che abbiamo riproposto anche per il bando emanato con i fondi FNA ex DGR 740  (interventi di sollievo, self-help, supporto psicologico ai caregiver).
Un altro aspetto positivo è che ora si va dalla famiglie e ci si fa vedere “uniti” come enti pubblici,  combattendo la sensazione di frammentazione (evidente, chiara e diffusa). Questa modalità di porsi e di lavorare –  più efficace, professionale e integrata – alimenta una diversa cultura dell’Ente pubblico, andando in controtendenza al flusso delle “lamentazioni”. C’è da dire che, nel nostro Ambito, l’integrazione operativa tra Enti – benché non priva di problemi – passava già attraverso il CeAD e prima ancora dai protocolli sulle dimissioni ospedaliere protette tra Ambito, ASL e Azienda ospedaliera. Come sempre, le cose funzionano se i confronti partono e si costruiscono dal basso.

Una delle innovazioni introdotte dalla dgr 740 e 856 è stata la valutazione mutidimensionale. La delibera delle regole ha indicato nella Vaor lo strumento di valutazione per gli anziani non autosufficienti mentre non vi è ancora chiarezza su come si debba agire nei confronti delle persone con disabilità. Su questo punto in che modo vi siete regolati nel  vostro ambito?  

Ogni anno il nostro Ambito emanava un  bando di circa 30.000 Euro per progetti a sostegno delle disabilità gravi e della vita indipendente ex l.162.  In genere venivano accolti circa una ventina di progetti con possibilità di finanziamento piuttosto ampie. Grazie ai nuovi strumenti, siamo “ripartiti” da lì, modificando il regolamento in base alle DGR ed aggiornando la scala di valutazione sociale in uso in precedenza. Abbiamo così ridotto le tipologie di intervento finanziabili alle seguenti quattro:  1)  famiglie che si avvalgono di una badante; 2)  soluzioni di “sollievo”; 3) auto mutuo aiuto tra caregiver; 4)  supporto ai caregiver che devono lasciare il lavoro o non riescono a trovarlo a causa dell’accudimento del familiare disabile.  Accogliere le indicazioni sanitarie della VAOR ci ha indotto a spostare il focus e a orientarci verso una fascia di utenza con maggiore gravità, una zona di bisogno prima nota solo alla ASL.
Vedendo le prime applicazioni delle misure, in che misura i finanziamenti ai Comuni : 1)hanno permesso di attivare interventi verso persone non ancora in carico ai servizi sociali; 2) hanno permesso di integrare e rafforzare interventi già in atto; 3) hanno permesso ai comuni di sostenere economicamente interventi già in atto.
Nel nostro ambito abbiamo indirizzato i finanziamenti del FNA prioritariamente verso un potenziamento del SAD per anziani e dell’assistenza domiciliare educativa per minori disabili (68%);  in seconda battuta li abbiamo indirizzati all’emersione dei nuovi casi, attraverso il finanziamento di progetti individualizzati per persone affette da SLA e per persone con disabilità grave  ( 26%) e in ultima istanza ci hanno consentito di sostenere interventi di sollievo per anziani, già attivi in convenzione con una RSA del territorio (6%).

In che misura gli interventi sosterranno vecchi o nuovi progetti di vita indipendente delle persone con disabilità?

Il budget che destiniamo a questo fine é circa un quarto delle risorse totali disponibili, per metà dedicato alle persone affette da SLA e per l’altra metà a progetti di vita indipendente per persone con handicap grave, confermando il budget che annualmente veniva assegnato a questa finalità. Quello che cambia è la tipologia di bisogno intercettato, come spiegato ai punti precedenti.

Le delibere 740  e 856 sono state presentate come un cambio di rotta da parte dell’Assessorato Famiglia, una fase di avvio della riforma complessiva del welfare sociale lombardo. Quale è il suo parere e le sue aspettative in proposito?

La Regione si sta muovendo verso obiettivi condivisibili: a) lavorare sulla conoscenza per evitare di replicare un sistema non più sostenibile, non in linea con la realtà del territorio. Certe risposte, ad es. quelle per i bisogni emergenti (nuove povertà ed altri) non possono manifestarsi se le regole del gioco restano sempre le stesse; b) l’integrazione tra ASL e Comuni, che cerca di riportare ad unione ciò che le stesse politiche regionali per quasi 20 anni hanno diviso.
Prendendo a prestito un’immagine che mi ha colpito molto, io mi raffiguro l’integrazione come una mela le cui due metà sono state divise e, nel tempo, hanno cambiato colore. Ora si sta tentando di ricucirle … speriamo che, dopo tanti anni, mantenga lo stesso sapore.
In conclusione: gli obiettivi perseguiti dalla Regione sono sacrosanti e giusti. Ciò che non funziona pienamente è l’imposizione dall’alto dei processi di integrazione con tempi troppo stretti e con pochi margini di manovra, che rischiano di far perdere le peculiarità dei diversi territori.