I provvedimenti inerenti il riparto del FNA prevedono una forte integrazione tra Asl e Comuni. Come avete affrontato questi indirizzi nell’Ambito di Garbagnate?
Va precisato che nel nostro territorio il processo è antecedente all’emanazione di tutte queste delibere. In particolare si è avviato dal secondo semestre 2013 con progetto congiunto tra i sette ambiti del territorio e la Asl Mi1 per la sperimentazione della valutazione di primo livello (il cosiddetto triage) previsto dalla rifoma Adi, nel quale hanno preso parte anche i Comuni con una sperimentazione parallela sul Sad.
Il percorso si è strutturato con laboratori periodici (circa uno al mese) alla presenza congiunta di assistenti sociali comunali e operatori dei servizi fragilità e Adi dell’Asl. Questi laboratori, più che la sperimentazione della scheda di valutazione in sé – che peraltro pone qualche elemento di criticità che dirò poi -, hanno permesso sostanzialmente di costruire una relazione tra le diverse professionalità coinvolte e superare atteggiamenti di diffidenza reciproca che persistevano da tempo.
Nel frattempo è stata pubblicata la dgr 740 e si è avviato un passaggio di informazione sui casi di SLA e stati vegetati che dovevano passare dalla competenza dell’Asl a quella dei Comuni (circa 12 casi) e su questi sono state realizzate visite domiciliari congiunte. Questa ulteriore condivisione ha rinsaldato la relazione e in parte credo che abbia avviato un processo di cambiamento anche nel modo di operare: ad esempio non di rado, nelle situazioni più complesse, ci si è accorti di qualche sovrapposizione tra gli interventi, inoltre si sta superando quella visione mutualmente esclusiva – a priori – tra sad e adi (se c’è adi non si attiva sad e viceversa).
Il percorso di costituzione del Cead non era riuscito ad avviare questo processo di integrazione, era stato soddisfatto più che altro in modo formale.
Quali sono stati, in questa prima fase di applicazioni, i punti forti ed i punti critici di questo processo?
Sicuramente il percorso di integrazione oggi sul territorio è ben avviato, le relazioni sono buone, anche se credo che questo processo non può considerarsi concluso e che anzi vada costantemente accompagnato. C’è una condivisione sulle informazioni sui casi, che potrà portare a quella indicazione di anagrafica comune così come suggerisce la stessa Regione.
Lo sforzo che si sta facendo, a mio parere vincente, è quello di lavorare sulla relazione positiva tra gli operatori.
L’altro aspetto che giudico positivo è il lavoro che stiamo facendo insieme ai comuni. Sulla non autosufficienza sul nostro territorio sono attive diverse misure (oltre alle ultime dgr regionali, al sad e adi tradizionali, siamo anche territorio di sperimentazione della misura dell’INPS Home Care Premium per i dipendenti pubblici), misure che complessivamente cubano circa 2 milioni di euro. Siamo consapevoli che l’ipotesi di un unico centro erogatore, per quanto desiderabile, è ad oggi impensabile. La vera sfida è far sì che l’operatore pubblico sia a conoscenza delle diverse opportunità che esistono sul territorio e riesca ad accompagnare la famiglia ad un loro buon utilizzo. Si tratta di una sfida faticosa, che certamente richiede un passaggio evolutivo rispetto alla funzione svolta ormai tradizionalmente dall’assistente sociale, ma penso che questa sia la strada giusta. Noi continueremo a sostenere questo passaggio con momenti di scambio e confronto e promuovendo la diffusione di questa conoscenza tra gli operatori.
L’aspetto su cui è ancora necessario lavorare riguarda invece gli strumenti dell’integrazione, in particolare sulla valutazione multidimensionale.
Le schede di valutazione, sia del triage che quelle utilizzate dagli operatori socio-sanitari per la grave disabilità, sono giudicate dagli operatori troppo squilibrate sul fronte sanitario. Sul territorio abbiamo in uso una scheda di valutazione sociale della non autosufficienza, derivata da un percorso formativo condotto qualche tempo fa, che oggi gli operatori utilizzano in modo integrativo, così da completare le informazioni sul caso anche rispetto ad altre dimensioni rilevanti, come la condizione abitativa, la rete, la copertura assistenziale…
Per favorire questo processo di integrazione, oltre al fondamentale lavoro di relazione tra gli operatori di cui abbiamo parlato, è dunque necessario lavorare ancora sugli strumenti e sulla condivisione degli stessi, dotandosi di dispositivi efficaci che non appesantiscano il lavoro degli operatori e non affatichino i beneficiari.
Che scelte avete fatto sulla destinazione delle risorse della misura che vi compete, la B2? In particolare sulla disabilità come si viete mossi?
Stante l’analisi dei bisogni presenti sul territorio dell’Ambito abbiamo deciso di ripartire le risorse in questo modo (si veda allegato):
- Buono sociale mensile finalizzato a compensare le prestazioni di assistenza assicurate da assistente famigliare/personale – 250.000 euro
- Potenziamento del SAD, erogazione do voucher per l’acquisto degli interventi da soggetti accreditati – 200.000 euro
- Buono sociale mensile per sostenere progetti di vita indipendente per persone con disabilità fisico-motorie grave e gravissima con capacità di esprimere la propria volontà, in età tra 18 e 64 anni, e che intendono realizzare il proprio progetto senza il supporto del caregiver familiare, ma con assistente personale autonomamente scelto e assunto direttamente – c.a. 35.000
Abbiamo fatto una scelta di campo molto precisa. Da una parte abbiamo voluto continuare, come fatto con altre misure anche in passato, a favorire la regolarizzazione e l’emersione del mercato sommerso e non dare risorse in termini risarcitori. In riferimento alla grave disabilità abbiamo voluto privilegiare la possibilità di attivare reali percorsi di indipendenza. Con la vecchia 162 infatti le situazioni in carico erano caratterizzate da gravissima disabilità ma non sempre i progetti erano realmente di vita indipendente, spesso erano orientati ad interventi a sostegno delle famiglie. Oggi abbiamo deciso che le persone in carico con la vecchia 162 le sosteniamo con altre misure, mentre il FNA lo destiniamo a persone per le quali questi percorsi siano realmente possibili. E’ con questo spirito che abbiamo definito il target.
La delibera 740 e le altre che condividono gli indirizzi sulla presa in carico integrata, sono state presentate come un cambio di rotta da parte dell’Assessorato alla Famiglia, una fase di avvio della riforma complessiva del welfare sociale lombardo. Quale è il suo parere e le sue aspettative in proposito?
Quando è uscita la dgr l’ho giudicata particolarmente apprezzabile per lo sforzo di codifica che vi ho letto. Andare a codificare cosa è definibile come non autosufficienza e cosa come disabilità, cercare di darne una quantificazione, lo reputo uno sforzo per nulla scontato.
Anche il rinnovato invito all’integrazione ovviamente lo considero molto positivo, soprattutto nell’interesse dei cittadini, che non possono continuare ad assumersi in solitudine questa funzione.
Quello che spero è che, definite le risorse e dati gli indirizzi di riferimento, la Regione lasci poi l’autonomia ai territori di trovare la strada più adeguata ai diversi contesti per intraprenderli.