Di recente sono state approvate due importanti delibere sui temi delle non autosufficienze – la DGR 740 e la DGR 856. Propongo alcune riflessioni, avendo in mente aspetti che impattano particolarmente sul livello comunale.
In tema di non autosufficienza e disabilitò gravissime
Gli aspetti positivi riguardano l’approfondita lettura del bisogno e un’interessante analisi del sistema dell’offerta., che consentono di aver a disposizione dati di riferimento per la programmazione.
Alcune riflessioni critiche riguardano invece i seguenti aspetti.
In linea generale, sulla non autosufficienza, l’impostazione regionale non pare cambiata, proponendo ancora un modello dirigista che definisce, sia per la parte Asl che per la parte sociale di competenza dei Comuni, le modalità di utilizzo del fondo.
Sulla distinzione dell’operatività tra le azioni in capo all’ASL e le azioni in capo ai Comuni un primo elemento di distinguo è dato dall’assenza del requisito dell’ISEE per l’accesso alle misure a favore della disabilità gravissima, elemento che – tendenzialmente – non ritroveremo nell’attuazione delle politiche/interventi in capo ai Comuni. Su questo aspetto, ben capendo le ragioni delle organizzazioni che si muovono in tutela della disabilità, rimane comunque l’interrogativo sull’appropriatezza della mancata definizione delle soglie derivanti dall’analisi economica, in un momento di crisi e continua contrazione delle risorse pubbliche dedicate.
Dirigismo nel dare indicazioni sull’operatività, non lasciando aperta alcuna finestra per utilizzare questi fondi a sostegno dell’organizzazione, in termini di azioni per qualificare l’accesso e la presa in carico, piuttosto che la valutazione integrata. La percezione è che dal livello regionale o si dia per scontata un’organizzazione di qualità in grado di gestire anche le connessioni necessarie per un buon percorso di cura o che il dichiarato regionale non voglia corrispondere all’effettivo. Detto in altri termini, spostare tutte le risorse sull’offerta di prestazioni senza dare la possibilità ai territori di programmare un investimento sul sistema di presa in carico, mette ad alto rischio il sistema complessivo.
Entrando poi nel contenuto sulla linea d’azione ASL la direttrice di lavoro prevede domanda, valutazione, PAI e buono da € 1000 senza limiti di reddito appunto, giocato come budget di cura per compensare il lavoro del caregiver o acquistare prestazioni. In questa forma pare una sorta di indennità di accompagnamento “super”, in un momento però in cui a livello nazionale è aperto il dibattito sulla necessità di meglio orientare queste provvidenze economiche. Sulla linea di azione dei comuni la misura prevede una declinazione simile con un’entità massima di livello inferiore (massimo € 800) e un’articolazione più specifica sul potenziamento dei servizi domiciliari e di sollievo. I contenuti di lavoro, seppur condivisibili, in sé risultano molto vincolanti in termini programmatori, non lasciando spazio a possibili allocazioni differenti anche di carattere sperimentale.
Da rilevare poi che, a differenza degli anni precedenti, non è prevista nell’attuale DGR la definizione di tempi per la presentazioni di piani attuativi da sottoporre alla validazione dell’ASL, e anche questo aspetto porta con sé il potenziale rischio per i Comuni di viversi come semplici attuatori delle indicazioni regionali… come a dire “non c’è neanche più chiesto di programmare ma solo di fare ciò che ci dicono”.
Differentemente da altri commenti proposti sul sito, che pongono l’attenzione sulle possibili difficoltà gestionali in capo agli enti, che per logiche burocratiche potrebbero rallentare i processi integrati, non si ritiene che su questo aspetto possa essere richiamata una responsabilità diretta degli enti. Il problema semmai è che ci troviamo di fatto in una situazione di mancanza di un disegno regionale forte, che individui chiare prassi di collaborazione e non solo le nomini come monito. Non è pensabile chiedere, ancora una volta, che siano i territori a superare criticità non trattate dal livello regionale.
Si condivide invece la sottolineatura sull’esigenza di accompagnare gli operatori al cambiamento con una formazione adeguata, ma sarebbe opportuno che questo supporto discendesse da indicazioni specifiche della Regione.
In tema di prime attuazioni sul Fondo famiglia
Atto ricco di stimoli e indicazioni operative nel quale vengono declinate differenti piste di lavoro.
Una prima considerazione è sull’ammontare delle risorse a disposizione: 50 milioni di euro di cui 20 provenienti da nuovi stanziamenti regionali e 30 da residui in capo alle ASL. Sul budget a disposizione, sicuramente sostanzioso (pensiamo al fatto che è superiore allo stanziamento nazionale sul FNA per Regione Lombardia), due considerazioni: la prima, già illustrata in precedenti commenti, è sul fatto che è composto per il 60% da risorse residue, il che pone alcune legittime preoccupazioni sulla sostenibilità futura delle azioni previste, stante il fatto che l’arco temporale che si copre è di comunque solo 6 mesi, la seconda è che comunque stiamo parlando di circa il 3% del fondo ASSI di Regione Lombardia, cioè di una parte residuale, dal un punto di vista economico, dell’intero sistema.
Il secondo tema è la suddivisione di questo fondo fra le diverse tipologie di intervento. Complessivamente il 60% sono allocate sul tema residenzialità aperta, il 28% sulle comunità minori – in continuità con la sperimentazione dello scorso anno ricompresa nelle modalità connesse al fondo sociale regionale (dove allora i milioni erano 18 e non 14) – e le restanti quote sono allocate sulle altre misure a sostegno della residenzialità leggera, della residenzialità per minori disabili gravissimi, per le ludopatie e per la valutazione multidimensionale.
Rispetto alla parte che detiene la quota maggiore delle risorse, cioè RSA/RSD aperte, una prima riflessione è in comparazione a quanto definito nella DGR 4574 del 2012, in cui veniva evidenziato tra gli altri aspetti la forte disomogeneità nell’offerta di posti letto RSA e RSD sul territorio regionale. Di questo tema non c’è più traccia evidente ma anzi si collocano ulteriori risorse con una suddivisione nei territori a prescindere da quanto già presente (o assente). La domanda è quindi: ma quale strategia c’è? Azzardando alcune ipotesi, si vuole incentivare un maggior radicamento sul territorio degli enti gestori spostandoli a gestire le domiciliarietà complesse anche delle persone in lista d’attesa? Se questo fosse, potrebbe risultare interessante anche per sperimentare nuove modalità e risposte, ma allora perché non aprirla anche ai gestori dell’ADI forse più competenti ed esperti e meno orientati alla residenzialità? Oppure si vuole sondare la strada che gli enti gestori della residenzialità diventino più orientati a strutturarsi come strutture poli-funzionali aperte ai vari bisogni della non autosufficienza? Insomma, la strategia perseguita non è chiara.
Interessante è poi notare come il sostegno all’attuazione del sistema, con la valutazione multidimensionale, se non accolto nella DGR 740 sulla non autosufficienza, sia stato ricompreso in quest’ambito. Pare utile rimarcare che però € 1.300.000 sono forse risorse non sufficienti per produrre un cambiamento sul sistema complessivo.
In conclusione emerge un quadro dove sono presenti alcune sfumature decisamente poco chiare e che dovrebbero aprire ad un dibattito, sia a livello regionale che territoriale, che metta al centro il ruolo programmatorio degli enti locali, Comuni e ASL, insieme con i soggetti gestori dei servizi e i diversi stakeholders. L’auspicio è quindi che queste due delibera aprano ad un confronto sul futuro del welfare lombardo.