Di che cosa si occupa la vostra Fondazione?
La Fondazione S. Carlo nasce nel 1994 occupandosi principalmente di housing sociale, sebbene la scelta di occuparsi anche del tema lavoro – in accordo con Caritas – si è sviluppata in stretta conseguenza, “nel momento in cui ci si occupa di casa diventa poi quasi indispensabile occuparsi anche di lavoro”.
Non lavoriamo a sportello, ma rappresentiamo un servizio specialistico di Caritas, i nostri utenti sono quindi già presi in carico dalla rete Caritas, che ci sollecita un intervento mirato nell’ambito di una progettazione personalizzata più ampia.
Nel 2012 l’Area Lavoro e formazione della Fondazione S. Carlo è stata impegnata, nello specifico, in 9 progetti i cui destinatari sono stati giovani e adulti svantaggiati, sia italiani che stranieri, tra i quali si possono ad esempio segnalare:
- donne vittime di tratta
- donne rom
- profughi dell’emergenza Nord-Africa
- rifugiati e richiedenti asilo
- minori ammessi alle misure alternative al carcere.
Nel 2012 la nostra area ha seguito 221 persone in attività di orientamento, formazione, tirocini e ricerca attiva; si tratta di un numero contenuto, che da un lato privilegia l’approccio qualitativo e dall’altro si rivolge ad una fascia di utenza che difficilmente accede ai servizi tradizionali.
Quali sono gli interventi che erogate?
Nella nostra presa in carico utilizziamo tutti gli strumenti di politica attiva ovvero orientamento, formazione, tirocinio e ricerca attiva, modulandoli in un percorso individualizzato. La formazione in aula – progettata in collaborazione con alcune aziende partner – è spesso propedeutica al tirocinio in azienda.
Nel 2012 sono state complessivamente erogate 777 ore di formazione, distribuite in:
- 5 corsi di informatica di base
- 2 corsi di cameriera ai piani
- 1 corso di operatore/trice polivalente nell’ambito della ristorazione
- 1 corso di orientamento professionale.
Qual è l’approccio che utilizzate?
La principale caratteristica del nostro lavoro è la co-progettazione con i servizi, siamo all’interno di una rete che si prende in carico la persona nel suo complesso e si preoccupa di offrire strumenti adeguati per favorire il fronteggiamento e l’autonomia.
Per quanto riguarda il nostro specifico, spesso abbiamo a che fare con persone che “non sono appetibili per il mercato”, il nostro intervento quindi è focalizzato a colmare questo gap supportando la persona nello sviluppare le capacità professionali e relazionali.
La modalità con cui ci approcciamo alle aziende è sempre in un’ottica di valorizzazione delle risorse: non chiediamo di inserire una persona perché fragile o svantaggiata, ma perché possiede abilità e conoscenze in linea con le richieste del mercato e “questo obiettivo può essere raggiunto solo lavorando insieme alle aziende”. È una modalità sempre diversa, così come le aziende con cui lavoriamo.
Abbiamo iniziato nel 2005 e da allora abbiamo lavorato con circa 300 aziende, prevalentemente nel milanese o nella prima fascia dell’hinterland; l’approccio adottato prevede che i nostri tutor contattino le aziende in funzione delle caratteristiche delle persone da inserire e non viceversa.
I percorsi di tirocinio della durata media di 6 mesi, con il sopraggiungere della crisi si sono allungati, arrivando anche a 9 o 12 mesi. Tuttavia nel 2012, su circa 60 inserimenti attivati, 25 sono stati assunti stabilmente. Le donne e gli stranieri sono coloro con cui otteniamo i risultati migliori.
A complemento dei percorsi di accompagnamento abbiamo attivato la possibilità di accedere ad un microcredito per una formazione ad hoc, presso altre agenzie; consentendo per esempio ad alcune donne di frequentare corsi per OSS, o ad alcuni giovani di perfezionare la conoscenza della lingua inglese.
Quali sono i risultati raggiunti, le difficoltà ed i margini di miglioramento che individuate?
Le persone che prendiamo in carico dimostrano le maggiori fragilità dal punto di vista relazionale, vivono storie e situazioni che le allontanano e le penalizzano rispetto al mercato del lavoro. Per questo le capacità relazionali sono quelle su cui investiamo maggiormente nei percorsi di accompagnamento e sulle quali facciamo leva anche per produrre un cambiamento culturale nel mercato, che aiuti a leggere “la persona in difficoltà come risorsa e non solo come problema”.
Per quanto riguarda i nostri utenti, spesso incontriamo persone che provengono da altri percorsi di inserimento e che – sebbene ci sia un intervento dei servizi invianti – esprimono “urgenze” e aspettative difficilmente conciliabili con i tempi del progetto. È quindi necessaria una “rinegoziazione continua”, capace infine di riconoscere alla persona la responsabilità del proprio percorso di inserimento.
Non abbiamo un follow-up sistematizzato sugli esiti dei nostri inserimenti, ma dalle aziende con cui continuiamo a collaborare abbiamo generalmente dei riscontri positivi, è molto raro comunque che le persone tornino al nostro servizio.
Gestiamo l’attività dell’area attraverso un software che consente di monitorare le prese in carico costantemente, in prospettiva ci auguriamo di poter condividere questo data-base con i servizi invianti di modo da agevolare la circolarità delle informazioni.
Siamo all’interno di una rete già di per sé capillare e strutturata, ma andrebbe comunque migliorata l’integrazione tra le risorse esistenti. Riteniamo che bisogna credere prima di tutto nelle potenzialità delle persone, altrimenti la “spaccatura tra chi è dentro e chi è fuori dal mercato del lavoro rischia di allargarsi troppo e di non essere più colmabile”.