Come si è caratterizzata, nel vostro consultorio, la sperimentazione dei Fondi Nasko e Cresco?
Il nostro Consultorio ha gestito alcune prese in carico relative tanto alla sperimentazione del Fondo Nasko quanto del Fondo Cresco. Per il Nasko abbiamo attivato un caso nella prima fase della sperimentazione e un caso nella seconda fase. Su Cresco le prese in carico sono tre.
Nella prima fase del Fondo Nasko, si è trattato di una donna che non aveva chiesto in modo esplicito di partecipare alla sperimentazione perché non ne era a conoscenza. Glielo abbiamo proposto noi. La donna aveva fatto domanda di interruzione, ma nel percorso fatto era emerso che la scelta di interruzione volontaria non era la sua volontà; è stato a questo punto che le abbiamo prospettato tutta una serie di possibilità tra cui la partecipazione alla sperimentazione Nasko. Il Fondo Nasko è stato un “segmento” di una presa in carico globale realizzata in stretta collaborazione con i servizi sociali territoriali.
Quali differenze di processo avete verificato tra Nasko e Cresco?
A gennaio 2013 è partito Cresco, ma su Cresco il processo è stato differente.
Mentre per il Fondo Nasko stiamo stati informati e sollecitati dalla Asl di Lodi e siamo stati noi a proporlo alle donne, sul Cresco sono state le donne che sono arrivate a chiedercelo.
Il Fondo Cresco lo abbiamo scoperto tramite i CAF e i sindacati che ci inviavano le donne già informate di questa sperimentazione e della possibilità di accesso al contributo previsto dalla sperimentazione. Sono stati principalmente i CAF e i sindacati a segnalarci la possibilità di accedere al contributo Cresco, tanto che le donne arrivavano da noi con i documenti necessari per l’accesso alla sperimentazione già fatti e predisposti. La Asl ci ha poi fornito tutte le informazioni necessarie per realizzare la sperimentazione, ma il passaggio di informazioni dalle Asl ai Consultori è stato più capillare nel caso della sperimentazione Nasko.
Quali connessioni avete costruito tra sperimentazioni e la presa in carico delle donne?
Quando attiviamo i progetti di presa in carico, pensiamo alla persona nella sua globalità.
Nel caso specifico di Cresco, poiché il mandato istituzionale prevede un accompagnamento della donna sui temi dell’allattamento e dell’alimentazione, c’è un aggancio molto forte anche con l’ostetrica che affianca le donne e le segue anche su altre azioni, quali la pesata, le visite domiciliari o la proposta di iniziative che realizziamo anche in Consultorio. L’obiettivo che abbiamo è di promuovere delle prese in carico globali in cui l’aspetto contributivo è uno degli aspetti e spesso è quello che attrae le donne, ma è una goccia nel mare dei loro bisogni.
Non c’è stata una informazione capillare del Fondo Nasko, non mi pare che ci sia stata una informazione territoriale, se non attraverso i servizi specialistici quali i Consultori. Non mi sembra ci siano state altre informazioni sui territori. La proposta del Fondo Nasko è avvenuta da parte del servizio, non sono state le donne a chiedercelo.
Quali modalità di verifica dell’erogazione?
Le azioni di verifica della sperimentazione prevedono un colloquio mensile con la donna e, contestualmente, un controllo degli scontrini per verificare l’utilizzo della rata in relazione anche agli accordi di spesa presi in fase di avvio della presa in carico.
La contabilità è stata tenuta dal nostro Consultorio e l’Asl ha avuto un ruolo di vigilanza, anche sulla dimensione economica.
Quale valutazione fate delle sperimentazioni in oggetto?
Una dimensione di criticità che abbiamo incontrato riguarda le risorse necessarie per attivare le sperimentazioni e le relative prese in carico: ci sono alcune prestazioni, relative soprattutto al lavoro di rete, che non sono riconosciute dal sistema di accreditamento e che rischiano di non essere rendicontabili. La presa in carico che abbiamo attivato nella prima fase del Fondo Nasko ha previsto molte azioni di rete, di contatto e relazione con gli assistenti sociali, con l’eventuale Cav, con gli educatori di altri servizi che interagiscono con la famiglia e con gli altri eventuali figli… un tempo lavoro significativo che, nella prima annualità di Nasko, non era possibile rendicontare. Nella seconda annualità c’è stato un riconoscimento di questa tipologia di lavoro, ma molto parziale.
Complessivamente, per l’impostazione del nostro Consultorio, la sperimentazione Nasko è una delle possibilità che viene proposta alla donna, ma crediamo non sia stato il Fondo Nasko il fattore deterrente che ha fatto sì che la donna scegliesse di rinunciare all’interruzione di gravidanza. Certamente è uno strumento che interviene a sostenere la decisione di non interrompere perché un contributo di 250 euro, per famiglie fragili, fa la differenza. Ma non è l’elemento scatenante che fa rivalutare la scelta di interrompere la gravidanza. Al limite, ciò che può fare la differenza è il come si gestisce questa misura che può essere uno strumento in più per articolare la presa in carico, ma da sola è una misura che ha poco senso.
Ciò che crediamo oggi sia centrale nell’accompagnamento alla scelta di proseguire la gravidanza è la progettualità sul territorio, soprattutto nel caso di famiglie con già altri figli a carico e per le quali una “nuova” gravidanza sembra insostenibile senza reti di supporto territoriali.
Un altro elemento di criticità che individuiamo è la rendicontazione economica che le sperimentazioni introducono. Il controllo sugli scontrini rappresenta una “posizione di potere” che rischia di mettere in discussione il patto terapeutico con le donne in carico al servizio. Da un lato, come operatrici, offriamo sostegno psicologico, accompagnamento, cura, ma poi chiediamo di vedere e controllare gli scontrini e quindi le spese fatte… L’alleanza terapeutica rischia di essere minata e chiede di essere pensata e gestita con grande attenzione. Fondo Nasko è stata una misura prettamente economica che ha rischiato di connotare i servizi come erogatori e controllori di risorse monetarie.
Non ultimo, crediamo che il calo delle interruzioni di gravidanza lo si raggiunga con un lavoro importante a livello preventivo. Pensare che oggi il calo delle interruzioni di gravidanza sia correlato alla sperimentazione Fondo Nasko è molto riduttivo.
Un’altra difficoltà che segnaliamo la abbiamo incontrata nell’utilizzo della piattaforma informatica di Regione Lombardia e nello specifico, nella tempistica tra inserimento dati ed erogazione dei contributi, nel senso che abbiamo avuto difficoltà a inserire i dati e a gestire i tempi di risposta del desk help a fronte di difficoltà informatiche.
È certamente anche sproporzionato l’impiego di tempo lavoro che l’adesione alle sperimentazioni richiede a fronte del loro carattere assolutamente parziale, tanto per le donne quanto per il servizio.
Complessivamente, la riflessione che facciamo è che Fondo Cresco e Nasko siano delle sperimentazioni e delle misure non particolarmente motivanti per i servizi, perché poco sostenibili da un punto di vista organizzativo e delle risorse interne, poco incidenti sulla qualità della presa in carico e non sempre coerenti con le metodologie di lavoro che il Consultorio promuove e che rischiano di essere ridotte e snaturate da queste misure.