Che cos’è Piano C e in che modo vi occupate di conciliazione tra famiglia e lavoro?
Piano C è la prima esperienza in Italia e nel mondo di spazio di lavoro che nasce per cambiare il modo di lavorare.
Il progetto pilota, che è dedicato alle donne, perché gli uomini sono ammessi a piano C solo se hanno i bambini al seguito, quindi solo se sono dei papà, ha aperto a Milano in via Simone d’Orsenigo a inizio d’anno. Si tratta di circa 250 m2 con 20 scrivanie, 5 sale riunioni, le aree dedicate ai bambini e tutti i servizi che consentono a chi lavora di rimettere insieme tutto.
Rimettere insieme tutto che cosa significa? Partiamo dal nome di Piano C: Piano A di solito è dedicato solo al lavoro, il piano B è dedicato solo alla famiglia e Piano C mette insieme lavoro e famiglia. Quindi abbiamo provato a mettere insieme una serie di servizi che possano aiutare le donne e gli uomini a poter lavorare e allo stesso tempo portare con sé il proprio bambino che sarà accudito da educatrici qualificate mentre la mamma o il papà lavorano nella stanza accanto.
Inoltre, mentre si lavora qualcuno pensa per te alla spesa, servizi di lavanderia e cose simili a queste.
Piano C è stato premiato dalla Banca europea degli investimenti come miglior progetto di innovazione sociale.
Piano C è anche una associazione che ha lo scopo di ricercare modelli di lavoro alternativi e anche lo scopo di favorire l’ingresso e il reinserimento nel mercato del lavoro delle persone che sono dovute uscire dal mondo del lavoro, ad esempio a seguito di maternità, quindi per cercare di avviare nuove iniziative anche imprenditoriali. Abbiamo in mente di poter avviare nel tempo un progetto per permettere alle donne di partecipare a corsi operativi di riqualificazione per riacquisire una professionalità per poter rientrare. Questa fase ci piacerebbe realizzarla mediante finanziamenti messi in campo dalle Istituzioni.
Rispetto allo spazio di coworking, al momento quante persone frequentano Piano C?
Al momento abbiamo presso il nostro spazio di coworking una ventina di coworkers, di cui 2 papà, e circa 5 bambini che utilizzano il servizio di cobaby. Quindi una ventina di persone che vengono a lavorare e possono utilizzare il cobaby se ne hanno bisogno, affidando il bambino a educatrici specializzate che si occupano del bambino mentre la mamma o il papà lavorano nella stanza a fianco, cercando così di dare la massima serenità a entrambi.
È un’esperienza innovativa in Italia perché è il primo spazio di coworking abbinato al cobaby. Diciamo che è un progetto pilota che tenta di offrire strumenti pratici a persone che non riescono ad organizzarsi altrimenti per sperimentare la conciliazione tra vita e lavoro.
Le persone che frequentano Piano C sono per lo più liberi professionisti o sono anche dipendenti di aziende che riescono a fare degli accordi con le proprie aziende per lavorare a Piano C?
I due papà che frequentano Piano C sono dipendenti di aziende e hanno fatto degli accordi per lavorare presso Piano C. Le donne invece sono prevalentemente libere professioniste.
Stiamo pensando di realizzare un progetto da presentare alle aziende per consentire alle mamme (ma anche ai papà) di rientrare al lavoro dopo la maternità per un periodo di tempo breve per consentire alla mamma e al papà di rientrare presto in azienda, pur restando con il proprio bambino nei primi mesi di vita che sappiamo tutti essere molto importanti.
Avete in qualche modo intercettato le misure di conciliazione regionali?
Sì, noi siamo a conoscenza di un bando molto importante che la Regione Lombardia ha avviato quest’anno che si compone di due parti, la prima rivolta alle aziende per realizzare progetti di welfare e di conciliazione famiglia e lavoro e il secondo che ci ha direttamente interessato riguarda la possibilità per le mamme e i papà che rientrano al lavoro con bambini piccoli, di poter usufruire della dote conciliazione di 200 euro per un massimo di 8 mesi. Questi 200 euro possono essere utilizzati per pagare servizi di cura e anche per pagare il servizio di cobaby.
Noi ci siamo iscritti nella filiera di conciliazione di Regione Lombardia e abbiamo diversi nostri coworkers che hanno fatto domanda presso la Asl di riferimento per ottenere la dote.
Siete stati intercettati dalla rete territoriale per la conciliazione avviata, su spinta regionale, dalla Asl di Milano?
No, non l’abbiamo intercettata e anzi è una cosa di cui avremmo molto bisogno di far conoscere Piano C anche al mondo delle imprese affinché anche i lavoratori delle imprese possano usufruire dei servizi. Quindi una criticità che noi vediamo, un aspetto su cui la regione non sembra essere molto attenta, è fare incontrare la domanda e l’offerta. Noi ci siamo chiesti come andare a presentare i servizi di Piano C alle aziende. Noi non siamo molto conosciuti, siamo ancora abbastanza piccoli, quindi è un tema di cui stiamo parlando.
Invece rispetto all’utilizzo della dote avete trovato difficoltà?
No, devo dire questo ha funzionato benissimo perché anche il meccanismo di Regione Lombardia è molto chiaro, quindi abbiamo acquisito i crediti per iscriverci e seguendo la procedura di iscrizione siamo stati inseriti nella filiera per la conciliazione.
Questo vi ha consentito di intercettare nuove persone?
No, siamo noi che abbiamo segnalato questa opportunità ai nostri coworkers, distribuendo anche una comunicazione a tutti quelli che potevano essere interessati. Non abbiamo ricevuto richieste da persone che ci hanno trovato nella filiera della conciliazione.
A partire dalle vostre riflessioni in merito a che cosa favorisce la conciliazione e a cosa permette di sviluppare una cultura della conciliazione, qual è la vostra valutazione delle misure messe in campo dalla regione?
La mia valutazione è che al di là del bando con tutte le informazioni, manca proprio tutto il processo a seguire, nel senso di sapere quante aziende hanno ricevuto il finanziamento, per quale disegno,quali sono le criticità evidenziate dalle aziende stesse, in modo tale da poter perfezionare il servizio e poter trovare insieme alle aziende nuove modalità di sperimentazione della conciliazione.
PianoC vuole far conoscere i suoi servizi alle aziende per consentire alle aziende stesse di mettere in atto gli strumenti di conciliazione e stiamo lavorando per questo. Purtroppo quello che stiamo sperimentando in questi mesi è che c’è poca informazione.
Quindi c’è un potenziale molto alto, molto importante che Regione Lombardia mette in campo, ma poca comunicazione delle informazioni. Invece sarebbe importante mettere insieme tutte le persone che lavorano su questo settore.
Il nostro è uno spazio fisico dove si sperimenta la conciliazione, ma noi vorremmo portare fuori da Piano C come un modello, che pensiamo sia assolutamente replicabile anche da parte delle aziende stesse che potrebbero aprirsi al territorio, magari aziende che hanno già strutture di asili nido, potrebbero aprirsi al territorio come servizi di conciliazione sul modello di Piano C.
Manca proprio un lavoro di connessione, anche pensando al bando di Finlombarda per individuare consulenti che supportino le aziende nella costruzione di progetti di conciliazione. L’hanno fatto senza mettere insieme altre informazioni, mentre si potrebbero connettere le diverse misure, coinvolgendo i soggetti che fanno parte della filiera per la conciliazione, anche perché spesso le aziende si limitano a fornire bonus economici per l’utilizzo di servizi mentre si potrebbero sperimentare altre cose.
Anche perché si potrebbero avviare contemporaneamente le due misure: le aziende, ad esempio, potrebbero realizzare il coworking con il finanziamento di Regione Lombardia e i genitori potrebbero utilizzare la dote conciliazione per coprire parte delle spese. Così sarebbe un progetto molto interessante da poter sperimentare. In questo modo l’azienda riavrebbe il proprio dipendente e consentirebbe alla mamma o al papà di rientrare al lavoro con una tranquillità che altrimenti non avrebbero.
La misura della dote, così come prevista dalla Regione, è efficace nel favorire il rientro delle donne al lavoro e la conciliazione dei tempi tra vita e lavoro oppure si vedono delle criticità?
Secondo me è una delle misure che consentono un rientro più agevolato dopo la maternità ma non è l’unica misura.
Come dicevamo prima ci vorrebbe un disegno a 360° che consideri tutti i bisogni che ci sono per capire quali interventi possono essere fatti. Quindi la dote è una buona misura ma non è la misura perniante che fa scattare il rientro al lavoro, è uno degli elementi.
Se dovessimo, in conclusione, individuare una misura aggiuntiva da proporre a Regione Lombardia?
Da una parte connettere maggiormente i diversi interventi messi in campo, dall’altra sarebbe promuovere tanti Piano C, ma non perché è Piano C, ma di promuovere tanti spazi di coworking con spazi di baby parking su tutto il territorio, in modo che possano essere utilizzati dal maggior numero di persone possibili.
Una delle criticità che stiamo osservando è che strutture come queste hanno dei costi, è un business di tipo sociale che lascia davvero poco margine quindi bisognerebbe che le istituzioni iniziassero ad aprire nuovi spazi.
Per poter avere nuovi strumenti di conciliazione dovremmo avere servizi con una diffusione capillare in modo che tutti possano utilizzarli.
Questo abbinato a un lavoro di diffusione di una cultura tra le aziende che possano avere un approccio aperto a questo tema, consentendo ai propri lavoratori anche di uscire dall’azienda e frequentare questi spazi.
È necessario molto lavoro di diffusione e comunicazione per far vedere che un altro modo di lavorare è possibile.