Gli elementi di contesto
Da tre anni a questa parte il lavoro domestico e il lavoro di cura familiare (regolare e irregolare) sembrano essere in crisi. Queste attività risultano meno attrattive per i flussi migratori e i dati dell’Osservatorio sui lavoratori domestici dell’Inps sembrano confermare questa tendenza: nel 2009 i contratti di lavoro erano 963.000 unità, mentre nei due anni successivi si è registrato un calo di 80.000 unità e il calo non pare essersi ancora arrestato.
In un contesto di complessiva contrazione della presenza straniera, nel 2012 la Lombardia (Regione in cui risiede quasi un quarto degli stranieri complessivamente residenti in Italia), per la prima volta in dieci anni, ha registrato un calo del 2,6% (tra presenza regolare e irregolare).
Secondo stime Irs, nella nostra Regione le badanti sono quasi 150.000, la maggior parte delle quali lavorano in modo irregolare:
Tabella 1 – Le assistenti familiari in Lombardia
| Con contratto di lavoro (36%) | 52.560 |
| Regolarmente presenti in Italia ma senza contratto (44%) | 64.240 |
| Irregolarmente presenti in Italia (20%) | 29.200 |
| Totale | 146.000 |
Fonte: Irs e Qualificare.info
In un contesto di crisi economica e di fenomeni correlati quali la riduzione dell’intervento pubblico e l’aumento dei costi delle RSA il testo di Pasquinelli e Rusmini analizza le differenti strategie di fronteggiamento che le famiglie adottano per far fronte alla cura di familiari anziani:
- Massimizzazione del lavoro di cura svolto dai componenti dei nuclei familiari e conseguente riduzione del ricorso a badanti. Le lavoratrici immigrate sembrano diventare sempre più una sorta di “ultima spiaggia” a cui ci si rivolge quando la situazione è ormai insostenibile, quasi sempre in circostanze emergenziali. Questo stato di cose fa sì che ci sia poco tempo per selezionare la lavoratrice con avvedutezza e che ci si debba accontentare di “quello che si trova”.
- Preferenza per il ricorso a badanti a ore rispetto a quelle co-residenti e conseguente diminuzione delle assistenti familiari disposte a coabitare. Questo fenomeno, già riscontrabile da anni, è dovuto al processo di insediamento nella società italiana, ai processi di ricongiungimento familiare e alla maggior possibilità, per le assistenti familiari di origine straniera presenti in Italia ormai da alcuni anni, di accesso a un alloggio. Questa minor disponibilità, sul mercato, di assistenti familiari disponibili a una co-residenzialità e i costi non sempre sostenibili delle RSA soprattutto per famiglie meno abbienti, genera una profonda divergenza tra domanda e offerta: da un lato aumenta il numero delle assistenti familiari disposte a lavorare solo a ore, dall’altro aumenta il numero delle famiglie che non sono in grado di sostenere i costi di una RSA e hanno bisogno di poter contare su una badante convivente.
- Massiccio ricorso al lavoro sommerso. Il fenomeno, non nuovo, si sta ulteriormente accentuando anche in Lombardia.
Quali politiche adottare
La Regione Lombardia è stata finora tra le regioni meno attive sul fronte delle assistenti familiari. Una parziale correzione si è avuta nel 2012 con la “Dote formazione assistenti familiari” promossa dalla DG Occupazione e politiche del lavoro, ma si è trattato di un’iniziativa estemporanea che per dimostrarsi efficace avrebbe avuto bisogno di altre azioni a integrazione.
Infatti, come dice il titolo del volume, “badare non basta”: ogni intervento individuale non può che rivelarsi incompleto, laddove la cura di persone anziane, soprattutto non autosufficienti, non solo richiede competenze specifiche ma chiama in causa anche l’intervento di cura con la famiglia e i caregiver.
La solitudine e la dimensione spiccatamente individuale del lavoro di cura sono all’origine di molti dei suoi limiti.
Ed è proprio alla luce di questa dimensioni di criticità del lavoro di cura che il testo “Badare non basta” indica la necessità di costruire una filiera leggera di azioni centrate sull’ascolto della domanda, sull’accompagnamento delle persone, sul collegamento con il sistema dei servizi sociali e sociosanitari. Occorre mettere a sistema una serie di proposte e azioni che possano rendere “allettante” il lavoro di cura al punto anche da renderlo maggiormente appetibile rispetto a una condizione di lavoro sommerso e irregolare connotato da maggior precarietà e solitudine.
Il lavoro di cura andrebbe pensato e promosso all’interno una rete di interventi che si sostengano in modo circolare: sportelli rivolti all’incontro domanda/offerta, formazione, albi delle assistenti accreditate, sostegni economici, interventi nelle emergenze.
Interessanti, a questo proposito, sono le indicazioni emerse dall’analisi dei progetti e degli interventi realizzati fino ad oggi anche in Lombardia in materia di assistenza familiare.
Tabella 2 – Le nuove direzioni per qualificare il lavoro di cura
| I limiti del passato | Le nuove direzioni | |
| Sportelli |
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| Formazione | Corsi lunghi, poco attrattivi, isolati rispetto al sistema dei servizi e al mercato del lavoro |
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| Registri/albi | Elenchi poco accompagnati rispetto ai bisogni specifici e alle aspettative delle famiglie | Strumento di lavoro dei servizi. Collegamento con i Centri per l’impiego |
| Sostegni alle famiglie | Prevalentemente contrattuale | Collegamenti con il sociosanitario e la sanità, azioni di prossimità, mutuo aiuto tra caregiver |
Fonte: S. Pasquinelli, G. Rusmini, Badare non basta, Roma, Ediesse, 2013.
In merito soprattutto alle nuove direzioni intorno alle quali dovrebbero orientarsi i servizi a sostegno del lavoro di cura e dell’assistenza familiare, la logica dovrebbe essere quella dell’one stop shop, un luogo che sappia offrire risposte diversificate, ma integrate, attraverso anche il coordinamento di istituzioni diverse che intervengono in materia di lavoro di cura: Comuni, Asl, Centri per l’Impiego.
Questa è anche la logica che guida l’esperienza realizzata nell’ambito territoriale di Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, e che ha dato il via al progetto “Agenzia di Cura” finanziato da Fondazione Cariplo per il biennio 2013-14 e gestito da una partnership tra Acli Lombardia, Ambito di Cinisello Balsamo, Ars e Cooperativa Famiglie e dintorni.
L’idea è quella di sperimentare un nuovo modello integrato di emersione e qualificazione del lavoro privato di cura, attraverso un insieme coordinato di interventi, lavorando molto sulla valorizzazione di pratiche già esistenti e attivando connessioni reciproche.
Non ultimo, il testo “Badare non basta” richiama la necessità che il Governo nazionale rimetta in agenda la questione dell’assistenza ai non autosufficienti e si concentri su alcune azioni prioritarie: il rifinanziamento del Fondo per la non autosufficienza, la definizione dei livelli essenziali di assistenza e la riforma dell’indennità di accompagnamento.