Nel vostro Piano di Zona si fa riferimento alla coprogettazione come “strumento privilegiato per la realizzazione di interventi sperimentali e innovativi …con il fine ultimo di coinvolgere l’intera comunità in processi di corresponsabilità nella realizzazione di welfare locale”. Da dove nasce e come si è sviluppata la vostra esperienza di coprogettazione?
Il riferimento è estratto dal Documento di Piano 2012-2014 redatto circa un anno fa quindi, oserei dire, già datato rispetto all’elaborazione che abbiamo sviluppato sul tema. Probabilmente oggi sostituiremmo la prima parte della frase citata indicando la coprogettazione come paradigma culturale per lo sviluppo di un sistema di welfare locale. Una definizione complessa, certamente riconducibile a scelte di ordine politico e culturale che richiedono studio, approfondimento e soprattutto condivisione. Da questa considerazione si comprende come la nostra esperienza, al momento, sia quella di un percorso di formazione e sensibilizzazione sul tema della coprogettazione, in una fase in cui stiamo lavorando sull’assetto organizzativo e sul sistema di governance del nostro Piano di Zona, coinvolgendo i diversi attori storicamente impegnati nella realizzazione dei Piani di Zona.
In particolare la riflessione sul tema della coprogettazione nasce dalla presenza di rapporti consolidati e positivi con il Terzo settore ma anche dalla necessità di ricollocarne il ruolo a più di dieci anni di distanza dall’avvio del Piano di Zona. E questo in una logica di welfare in cui la sussidiarietà orizzontale assume una valenza e un significato specifico di partnership e corresponsabilità dei vari soggetti, di reciproca valorizzazione e di ricerca di nuovi strumenti di promozione dello sviluppo locale.
Dunque l’idea di coprogettazione sociale che stiamo promuovendo non è quella di un mero atto amministrativo finalizzato alla gestione e organizzazione di servizi , ma è quella di un processo che promuove la condivisione della titolarità della funzione sociale, attraverso processi pubblici e trasparenti e l’adozione di metodologie partecipative.
L’iniziativa di formazione organizzata sul tema, con un taglio politico/culturale e non burocratico/amministrativo, potrà sostenere il processo di riordino dei pensieri e del patrimonio valoriale fin qui condiviso traducendolo anche in assetti, organizzazione, procedure, ecc., assegnando alla coprogettazione l’ampio senso che ho cercato di definire, consapevoli che se considerata e utilizzata come modalità di affidamento per la gestione dei servizi è una delle forme possibili, non la sola.
Chi è coinvolto nel percorso di sensibilizzazione e formazione sulla coprogettazione? Si è realizzato quell’ampliamento della rete tanto auspicato dalla Regione?
I soggetti coinvolti nel percorso sono tutti gli attori politici, l’Assemblea Distrettuale dei Sindaci, tutti i soggetti tecnici, non solo del settore sociale, dei Comuni attivi nel Piano di Zona (responsabili, operatori, ecc.) e per il Terzo settore tutti i soggetti che siedono a quello che abbiamo costituito come Tavolo unificato (Terzo settore e Organizzazioni sindacali territoriali), con attenzione a coinvolgere anche gli altri territori, consapevoli della necessità di ampliare il confronto e contaminare le esperienze. Lo stesso vale per il coinvolgimento della ASL. Come detto siamo a un livello di sensibilizzazione e studio: su questi temi vorremmo dedicare particolare cura nella realizzazione e nell’ampliamento della rete.
Quali aspettative avete rispetto al percorso intrapreso?
Come già accennato si tratta di mettere in ordine e sostenere un processo culturale e politico che da tempo abbiamo avviato e agito e che coinvolge riflessioni generali, a tutti i livelli e con tutti gli attori, sull’esercizio di ruoli e responsabilità nel perseguire obiettivi condivisi ispirati a un concetto e a una ricerca di welfare locale che, in una prospettiva di sistema, connetta le questioni sociali, a quelle sanitarie, del lavoro, della casa, dell’istruzione, della gestione del territorio, ecc.
Un processo che, una volta avviato con i ruoli tecnici e politici del Piano di Zona e ridisegnata la mappa delle risorse territoriali, potrà avere come conseguenza la revisione del tradizionale sistema dei servizi, un diverso posizionamento delle organizzazioni, formali e informali, attive sul territorio e una riformulazione organizzativa rapportata alle effettive risorse e potenzialità.
L’attenzione alla coprogettazione e la revisione dell’assetto di governance del Piano di Zona rispondono alla spinta data dalla Regione agli Uffici di Piano verso l’assunzione di un ruolo di imprenditori di rete e attivatori di risorse. Quanto vi siete ritrovati nelle Linee Guida regionali e qual è il loro impatto sull’andamento della nuova triennalità dei Piani di Zona?
Per quanto riguarda il nostro territorio le Linee guida regionali hanno interpretato processi, attenzioni e pensieri che già erano in corso, quindi nessuna forzatura rispetto al cambiamento di indirizzo. Oltre all’attivazione e ampliamento della rete, se penso all’integrazione delle politiche nel nostro territorio sono già stati costituiti e attivati tavoli sulle politiche del lavoro, sulle politiche giovanili, sull’housing sociale.
Abbiamo sentito maggiormente la spinta regionale sul tema della conciliazione dei tempi, perché era un tema mai trattato prima, e con cui abbiamo iniziato a misurarci proprio a seguito dell’input regionale.
Quali difficoltà o rischi si possono ipotizzare rispetto all’esperienza intrapresa?
Nello studio per la realizzazione del Sistema Integrato Gestione Associata (assetto giuridico organizzativo previsto per la realizzazione dei fini e degli obiettivi del Piano di Zona) con i tecnici e i politici abbiamo condiviso come i valori e i fini espressi dall’articolo 3 della nostra Costituzione siano linee di pensiero e indirizzo a cui la nostra azione deve ispirarsi coinvolgendo la comunità locale, nelle diverse espressioni e organizzazioni:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Difficile non acquisire condivisione su quanto espresso dalla Costituzione; difficile invece utilizzare anche la coprogettazione, nei termini valoriali descritti, per raggiungerne il fine e l’obiettivo.
Prevedo difficoltà perché molte sono le questioni aperte che richiedono approfondimenti nei contesti specifici, perché non c’è un modello standard applicabile a qualsiasi contesto, perché mettendo in gioco storie individuali e collettive si dovrebbero abbandonare schemi e modelli storicamente costituiti: cosa significa e come si agisce la corresponsabilità? e la titolarità, come concetto e azione, esiste ancora? dove si collocano e come agiscono i ruoli di direzione politica, tecnica, gestionale, organizzativa? come si interfacciano e integrano? ha ancora senso parlare di gerarchia? e le risorse? e altro ancora….
Rischi ne intravedo nel ridurre la coprogettazione a uno strumento per il superamento dell’attuale fase storica di crisi economica e sociale: non si tratta tanto di unire forze e risorse (economiche, strumentali, di esperienze, competenze, ecc.) quanto di ridefinire un sistema anche in termini di integrazione, sviluppo, impiego di un capitale sociale presente nel territorio, non sempre adeguatamente utilizzato e promosso.
Sempre per riprendere il tema degli input regionali: l’attivazione di risorse aggiuntive è praticabile in questa fase storica?
Sì, ma nei termini che ho già detto. Integrare, fare rete porta a ragionare su dove sono le risorse, quante sono e come si possono utilizzare meglio. Quando penso alla rete includo i soggetti pubblici, Regione, Asl, Provincia, con cui prima o poi dovremo fare i conti.
A chiusura della prima annualità di questo triennio dei Piani di Zona, qual è un primo bilancio dell’andamento in relazione alla riduzione delle risorse ma anche delle aree di azione promosse e, viceversa, sacrificate?
In merito alla riduzione delle risorse sicuramente in questa fase ci si trova a navigare a vista rispetto a quanto è già in corso e a non attivare nessuna nuova progettualità. Premesso che dalla precedente triennalità tutte le risorse trasferite sono da noi utilizzate per finanziare il costo dei servizi e non della struttura (leggi Ufficio di Piano) e considerato che la contrazione di risorse riporta in primo piano il ruolo di pianificazione e programmazione dei Piani di Zona, alternativo a quello di realizzazione di servizi, nel nostro territorio stiamo procedendo su tre fronti.
Il primo strettamente correlato alla riduzione dei finanziamenti:
- utilizzare le risorse trasferite per mantenere e garantire alcuni servizi ritenuti prioritari attivati con i trasferimenti assegnati al Piano di Zona in questi anni (Adozioni e Affidi, Spazio Neutro, Mediazione Linguistico culturale e Prevenzione alle dipendenze nella scuola, Inserimenti lavorativi, Sportelli Orientastranieri, Accoglienza in strutture per situazioni di fragilità), servizi che non erano presenti nei Comuni e di cui i trasferimenti coprono completamente i costi;
- avviare una diversa modalità di utilizzo delle risorse trasferite per finanziare i costi dei servizi relativi a organizzazione, coordinamento, formazione, monitoraggio, valutazione, attribuendo invece la spesa relativa alla progettualità specifica al singolo comune competente della “presa in carico”. Al di là degli aspetti finanziari ed economici questa modalità da una parte garantisce il coordinamento centralizzato del servizio nei suoi aspetti di contenuto e organizzazione (Ufficio di Piano/ Tavolo Tecnico), dall’altra responsabilizza i singoli comuni sull’impiego delle risorse.
Il secondo concentra l’attività delle diverse parti, politici e tecnici, sulla governance e sulla creazione di regole comuni, di organizzazione, di accesso, ecc. (es.: abbiamo approvato nel 2009 il Regolamento distrettuale per la concessione di benefici economici a persone fisiche) con l’obiettivo di un allineamento dei livelli di prestazioni e servizi (rinvio al citato art. 3 della Costituzione).
Infine il terzo fronte ci sta impegnando nella definizione della struttura organizzativa e della forma giuridica della gestione associata. Dopo un lungo e complesso percorso formativo la proposta progettuale portata all’attenzione dell’Assemblea Distrettuale dei Sindaci consiste in un modello per funzioni a cui dovrebbe afferire l’organizzazione dei servizi sociali dei nostri otto comuni. Si è fermi sulla forma giuridica più adeguata al nostro contesto territoriale e alle differenze esistenti sul piano organizzativo tra i comuni (dotazioni e servizi). L’alternativa possibile in questa fase sembra essere tra proseguire con la Convenzione in atto o sperimentare una forma più spinta e impegnativa come quella dell’Unione dei Comuni.