Il problema
Le reti della solidarietà pubbliche o del privato sociale faticano a tenere il passo delle esigenze della vecchia e nuova domanda sociale e l’attuale sofferenza mette in luce insufficienze storiche del modello di welfare nazionale e locale.
Prima e oltre gli effetti della spending rewiew e del conseguente contenimento delle risorse dedicate, il sistema di welfare lombardo ha progressivamente sofferto per l’assenza di prospettive condivise, l’incertezza di scenari praticabili, la scarsa condivisione di strategie e posizionamenti; ha subìto la mancanza di strutturali sinergie con i settori salute, casa e lavoro, ha registrato il prevalere della government sulla governance, consentendo così il diffondersi del “fai da te” come modello, in assenza di meglio.
La relazione istituita nei rapporti tra Regione e Aziende sanitarie e tra queste e gli EE.LL. ha svuotato progressivamente ogni riferimento alla praticabile sussidiarietà, bloccando il sistema per contenere il rischio paventato dell’aumento di spesa o del dissesto dei conti.
In questi anni il sistema welfare ha sofferto della mancata definizione dei livelli essenziali dei servizi e delle prestazioni così come dell’assenza di atti regionali normativi sull’ISEE e sulla compartecipazione al costo dei servizi. L’introduzione del potenziale fattore famiglia lombardo, unito all’attenzione spostata dall’offerta alla domanda e alla spinta verso la funzione del titolo sociale quale strumento della libera scelta, hanno ulteriormente indebolito la programmazione locale con effetti di frantumazione del sistema, disorientamento e incertezza tra gli addetti, gli utilizzatori, le imprese sociali dedicate.
Dati ed evidenze quali-quantitativi che descrivono il problema
La recente 4a programmazione zonale di impatto regionale in materia di servizi alla persona con i suoi adottati 98 nuovi Piani di Zona è stata svuotata da effetti propulsivi, perché priva di un quadro certo di risorse, non necessariamente aggiuntive.
Attualmente quella importante fase della programmazione locale è priva di ogni azione di monitoraggio e accompagnamento regionale e rischia una conseguentemente autoreferenzialità operativa, con un forte rischio di ‘evaporazione’ delle densità progettuali, delle innovazioni di sistema, delle sperimentazioni e buone prassi che ciascun territorio ha generato come esito delle autonomie locali e del prezioso apporto della rete dei servizi e del terzo settore.
Poche sono state le riflessioni di interambito, dedicate all’analisi delle priorità di sistema su un territorio omogeneo e di area media, anche in conseguenza di scarse politiche di sostegno e accompagnamento a tale processo che, ove avvenuto, si è avvalso delle sole sintonie e sinergie tra addetti agli uffici di Piano e singoli amministratori avveduti.
I dati del grave e progressivo contenimento dei trasferimenti e della spesa sociale, periodicamente e puntualmente illustrati da Lombardia Sociale, sono ineludibili testimoni di un arretramento strutturale dell’intero sistema e con esso dell’impoverimento dell’azione condivisa che erode il fertile tessuto faticosamente costruito con gli operatori del settore e le agenzie del terzo settore.
La proposta
La strategia di programmazione locale deve essere coerente con quella regionale che può “rinascere” dal ripensamento del modello di funzionamento e di interazione tra i sistemi welfare-salute-casa-lavoro che Regione Lombardia deve saper e poter attuare.
Questo possibile nuovo modello del welfare regionale non più differibile verrà percepito come motore di un cambiamento possibile, diverrà paradigmatico ovunque, indicherà direzioni di marcia, dirà con chiarezza che il welfare non si salva da solo ma solo con una cultura innovativa, alta e profonda.
Rompere il sistema “a canne d’organo” tra sanità e servizi sociali diversi e creare vasi comunicanti veri fondati sulla necessaria attenzione alla “dimensione unitaria del problema” libera energie, crea linfa, limita sovrastrutture, ridà fiato ai percorsi di condivisa autonomia della comunità locale, quella del sistema misto pubblico e privato, quella delle responsabilità tra pari, esclusa la regia che necessariamente resta pubblica.
Da qui una programmazione locale che “ri-genera analisi e risposta ai bisogni”, che dispone di forte autonomia degli EE.LL. associati in zone omogenee razionali e ridotte rispetto alle 98 attuali, che dispone di risorse esistenti finalizzate al solo mantenimento dei servizi essenziali, concentrando le risorse aggiuntive a processi di riqualificazione e innovazione del sistema.
Le Aziende socio-sanitaria e ospedaliera devono essere partner di sistema, non più sovraordinate alle Autonomie locali, devono concorrere alla formulazione delle priorità, alla pianificazione delle risposte d’ambito, al rinvenimento delle risorse necessarie, alla generazione delle attività di monitoraggio, formazione, controllo, alla valorizzazione della comunità socialmente utile.
Le alleanze formali tra attori pubblici e della società (famiglie, volontari, organizzazioni profit e non profit, parti sociali) vengono “assunte a sistema”, rese obbligatorie e definite con Accordo di Programma per regolare i ruoli e i rapporti, valorizzare le competenze, diffondere le buone prassi, condividere risorse finanziarie e opportunità di servizio e prestazione.
La co-progettazione, lo sviluppo di Reti associative e la sperimentazione di nuove modalità gestionali sono essenziali per generare “la linfa del fare-welfare”, che diviene risorsa stabile a sostegno di ogni progetto e servizio.
L’attività di valutazione permanente deve sorgere ed essere orientata al riconoscimento e consolidamento di successi, ovvero al comprendere le criticità, per questo deve assumere rilevanza e valore la nascita di uno specifico “Osservatorio” che corregge e rigenera futuro.
Il ruolo e la capacità di community care è lo snodo che, unitamente all’impiego di luoghi di “pensiero” esterno alla stessa Regione Lombardia, costituiscono l’architrave del possibile cambiamento.
Gli EE.LL. devono poter accedere al sistema conoscitivo e alla banca dati della previdenza nazionale così da disporre di un indispensabile discrimine valutativo circa i trasferimenti diretti, che il sistema previdenziale assicura ai diretti beneficiari, anche ai fini a maggior tutela di coloro che effettivamente ne siano privi e di abbattimento delle “sovrapposizioni furbesche facilmente presenti”.
Per la scelta in materia di servizi e prestazioni sociali essenziali, previste dalla L.328/2000, deve cessare la libera interpretazione locale e sorgere un orientamento con chiare disposizioni regionali che guidano tale indispensabile decisione distintiva di ciò che deve essere assicurato anche con accesso a risorse derivate, da ciò che si potrà volontariamente assicurare con oneri propri.
Gli EE.LL., infine, siano dotati di strumenti e supporti reali per assicurare, nel quadro del mercato del lavoro e dei suoi istituti regolatori, le fasi di transizione all’impiego, quelle dell’accompagnamento alla prima occupazione, quelle dell’incontro formazione–lavoro, quelle del supporto all’economia locale e alla crescita della cooperazione sociale, strumento di inclusione e protezione della comunità.
Link alla proposta
La recente esperienza condotta in Lombardia dalle oltre 300 realtà associative che hanno generato, in ciascuno dei 15 ambiti ASL, il Progetto Amministrazione di Sostegno sono la testimonianza di una feconda attività delle responsabilità sociali e della nascita di sinergie operose con le diverse Istituzioni competenti (ASL – EE.LL. – PDZ – AO – Tribunali).
E’ piccola ma esemplare testimonianza, che insieme si può pensare, camminare, cambiare, rispettare i diritti, accogliere le aspirazioni, sostenere e includere i soggetti con fragilità diverse, prendere parte ad un loro possibile progetto di vita che non si affida solo ai servizi ma anche ad una cittadinanza attiva che oggi sostiene le famiglie, ove necessario le integra o domani surroga.
La delibera 4696 del 16 gennaio 2013 di Regione Lombardia si sintonizza con tale modello, valorizza un’esperienza, indica una prospettiva, stabilisce uniformi linee di indirizzo, chiama i soggetti diversi a condivise responsabilità, accompagna il cambiamento con un’azione di monitoraggio e sostegno.
Sarà la strada giusta ? Nella sua efficace semplicità lo è.
Altre analoghe lo siano per indicare non solo la testimonianza di prassi buone, ma “la sicura cura e presa in carico condivisa del cambiamento possibile”.
Le buone ragioni a sostegno della proposta
Cambiare si può o cambiare si deve ? Entrambe per fortuna.
Sul si deve, disponiamo di un’enciclopedia delle buone ragioni.
Sul si può: è necessario interrompere la frantumazione, ricomporre un quadro di riferimento leggero, flessibile, partecipato, capace di economia sociale, fondato sulle responsabilità delle autonomie locali con il partenariato della comunità sociale.