1. Quale futuro per il welfare sociale in Lombardia ?

“Welfare sociale Lombardia” deve fare rima con “normalità”, non dobbiamo parlare di “diversità, di sfortune a vario livello, di assistenza di spesa “fine a se stessa”, ma di rendere la vita quanto più normale possibile a persone che partono con qualche difficoltà in più. E questo passa dall’ascolto di tutti i soggetti che di queste persone si occupano.

2. Quale è il suo impegno di spesa per il welfare sociale ?

La proposta della lega è cambiare l’impostazione della redistribuzione nazionale: vogliamo che il famoso 75% (almeno il 75% delle tasse pagate in Lombardia) rimanga in Lombardia. La Lombardia merita di più e con un confronto con lo stato nazionale si può portare a casa di più. Ecco anche alcune proposte concrete che liberano risorse subito:

  • unificare i due assessorati sanità e famiglia, pur mantenendo due direzioni generali;
  • chiedere la riduzione degli oneri fiscali per i neoassunti delle cooperative sociali, per esempio in un momento di crisi del lavoro, abbattimento del cuneo fiscale diretto, subito, per liberare risorse sul territorio;
  • ridurre alcune sperimentazioni, non tutte, riducendo la discrezionalità nell’assegnazione dei fondi, equilibrando l’offerta tra pubblico e privato, incrementando alcune sperimentazioni (mentre altre potevano non partire);
  • minore ospedalizzazione, quindi dall’ospedale al territorio facendo interagire la programmazione locale con le Asl e i Comuni;
  • ultimo passaggio: le sperimentazioni che portano dall’ospedale al territorio a casa del malato. Quindi, la sperimentazione dei Creg che porta al centro il paziente e non l’ospedale e fa risparmiare risorse e diminuire la spesa farmaceutica.

3. Le priorità per gli anziani non autosufficienti

La priorità è, a fronte di anziani non autosufficienti a 90 anni, che la famiglia sia libera di scegliere: essere liberi di scegliere se accompagnare l’anziano non autosufficiente in struttura o a casa con un adeguato sostegno economico e non solo.
E valorizzare il territorio: aprire le strutture e le residenze sanitarie al territorio, al volontariato, al commercio, creare delle piccole città nelle città perché anche l’anziano non autosufficiente che vive in struttura possa sentirsi in mezzo al suo territorio, a casa sua, non rinchiuso, ma all’aperto.

4. Quale è la sua posizione rispetto al ruolo del terzo settore? Sia come soggetto della programmazione delle politiche sia come gestore della rete dei servizi e interventi di welfare sociale di qualità.

È fondamentale che il terzo settore sia coinvolto nella programmazione e nella gestione e questa Regione Lombardia già lo fa. Il coinvolgimento è fondamentale perché i bisogni cambiano e il terzo settore è capace, più di chiunque altro, di recepire questi cambiamenti.
Bisogna “ridurre gli oneri contributivi” con un abbattimento, magari a carico di Regione Lombardia, dei contributi Inps, per i nuovi contratti un 10% di abbattimento degli oneri potrebbe creare sviluppo e sostenibilità.
Non si può esternalizzare l’esternalizzato: per intendersi, una RSA gestita dal terzo settore non può a cascata subappaltare il servizio infermieristico o il servizio di assistenza. Bisogna mettere un limite alla gestione per capire con chi si sta parlando.
Un abbattimento Irap sia per le imprese che per le cooperative sociali è importante, anche perché dal 2014 aumenta l’Iva e questo rischia di essere un disastro sia per i gestori che per gli enti locali, anche se non è di competenza regionale.
L’Imu da abbattere per gli immobili usati a fini statutari, per esempio l’housing sociale; si può intervenire abbattendo alcuni oneri fiscali attualmente a carico del terzo settore che deve continuare a compartecipare alla programmazione e alla gestione.

5. Quale è la sua posizione sul rapporto tra Asl e Comuni?

È stato giusto sperimentare la separazione, ma oggi, alla luce dei fatti e delle prassi, deve tornare a unità. Come amministratore locale ho perso più tempo a riunire intorno ad un tavolo i diversi soggetti che poi a parlare di quello che questi soggetti devono fare.
Bisogna ricondurre a reale unità la gestione dei servizi, per evitare i paradossi di alcuni soggetti accreditati dalla Asl, ma non dal Comune.

6. Le priorità per le persone con disabilità

Ci sarebbero 18 priorità perché ci sono 18 mila disabilità diverse. Il soggetto a cui prestare attenzione prioritaria è la famiglia perché la famiglia si fa carico del 90% dello sforzo dell’accompagnamento, delle preoccupazioni e delle prestazioni del disabile, soprattutto con la preoccupazione del “dopo”.
O inseguiamo la frammentazione delle prestazioni e dei servizi, pezzetto per pezzetto, o ci facciamo carico della famiglia, del contesto, per riuscire a vivere nel modo più normale quella che è una situazione di disagio che potrebbe colpire tutti. La priorità è la famiglia, il contesto all’interno del quale cresce, vive e lavora, e lavora e non sopravvive, ma lavora il soggetto disabile.

7. Quale è la sua posizione rispetto al presidio del percorso nei servizi di utenti e famiglie?

Il dibattito è sulla libera scelta: quanto sono in grado il singolo e la famiglia di scegliere liberamente e di essere adeguatamente informati e accompagnati? Occorre integrazione maggiore tra Asl, Comune e ospedali? Sì indubbiamente. Occorre gestire dall’alto a livello regionale il percorso che ogni singola persona e che ogni singola famiglia deve fare? No. La Regione deve mettere i soggetti in condizione di scegliere, dando tutte le informazioni e tutto il raggio di scelta possibile immaginabile, non con l’intenzione dirigistica.
Io come ente ti ascolto, ti coinvolgo, io integro servizi che ad oggi non si parlano sicuramente, però nel rispetto della facoltà di scelta, della possibilità di scelta e della abilità di scelta del singolo. Io, come ente, ti metto a disposizione una ampia gamma di possibilità, ti do consulenza sicuramente, miglioro la rete informativa, ma non sono io a decidere. È il soggetto che deve scegliere, non è la Regione che deve scegliere per lui.

8. Intende ricorrere al voucher nel welfare sociale?

Assolutamente sì, puntando sulla persona.
Il cittadino deve essere messo in condizione di scegliere avendo tutte le informazioni del caso.
Il voucher è uno strumento per arrivare a un risultato, non è una filosofia; è un mezzo, non un fine.
Il voucher è uno strumento in cui abbiamo creduto e continuiamo a credere perché riteniamo che la scelta del soggetto vada sempre privilegiata. Quindi il soggetto è proprietario del servizio che gli viene offerto, il soggetto non attende l’erogazione, vuole scegliere, vuole controllare, vuole toccare con mano e vuole spostarsi, se è il caso. Vorremmo continuare ad utilizzare il voucher e ad estenderlo nelle RSA e nei Centri Diurni con tutti i controlli del caso, per evitare che ci siano sfasamenti nell’offerta.

9. Intende intervenire in materia di rette?

Il Fattore Famiglia Lombardo e il Fattore Famiglia in generale è un diverso modo di valutare l’Isee che da’ più peso alla presenza di più figli, di più anziani a carico e di più disabili; è un diverso modo di calcolare il reddito, perché l’Isee oggi non rispecchia quella che è la società attuale.
Le rette presentate sono anche sottostimate, se vogliamo autocriticarci: magari ci fosse un massimo di 60 euro… Ci sono massimi che arrivano anche ai 100 euro al giorno e su questo sicuramente occorre intervenire, soprattutto a Milano.
Costo standard: lo applichiamo a livello nazionale, perché non applicarlo alle RSA? A fronte di standard certificati assolutamente superiori, si può discutere, però non è possibile prevedere scostamenti del più o meno 10% rispetto al costo standard in tutta Regione Lombardia.
Coinvolgere le famiglie? Sì, chiedendo a chi ha di più, ma mantenendo la centralità sull’offerta che deve essere uguale per tutti. Alle famiglie si deve chiedere una compartecipazione? Ai congiunti fino al primo grado.
Se Regione Lombardia riuscirà a trattenere sul suo territorio una maggiore parte di risorse, alle famiglie si potrà e si dovrà chiedere di meno, e non di più, rispetto a quanto si chiede oggi.

10. Le priorità nel contrasto alla povertà

Una nuova povertà sempre più evidente ed emergente è quella conseguente alla separazione e ai divorzi: in Lombardia ce ne sono quasi 300 mila, a Milano e provincia 50 mila.
Dobbiamo prendere le buone pratiche già presenti in altre Regioni: Regione Veneto ha appena stanziato 500 mila euro per il contributo dell’ex coniuge che va in povertà per l’abbattimento delle spese di mutuo e di affitto, Regione Lombardia può e deve fare altrettanto moltiplicando le risorse. A Trento l’ente locale, la provincia autonoma che trattiene il 90% delle tasse sul suo territorio, fa da garante nel caso di mancato pagamento dell’assegno di mantenimento alla mamma, Regione Lombardia deve poter fare anche lei da garante in caso di mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento.
Sempre in provincia di Trento c’è un assegno che arriva fino a 18 mensilità per l’ex coniuge che perde il lavoro in conseguenza della separazione e divorzio e che cade in povertà: se lo fanno a Trento possiamo farlo anche Brescia o a Milano. C’e’ qualcosa di concreto e simile a Rho: la casa dei padri separati.

11. Le priorità per minori e famiglie

I minori a carico dei Comuni fanno sballare i bilanci dei comuni: è necessario che i minori a carico, nell’interesse anche del minore, vadano in carico alla quota sanitaria di Regione Lombardia, altrimenti diversi Comuni non riescono proprio a intervenire. Penso sia giusto che Regione Lombardia si accolli questa voce di spesa in quota sanitaria e liberi queste risorse e queste energie per i Comuni.
Sulle rette degli asili nido occorre intervenire per calmierarle, finanziando i Comuni che non ce la fanno.
Sulla famiglia si possono dire tante cose, bisogna intendere anche qual è il concetto di famiglia, occorre dare attenzione e aiuto a tutti i tipi di famiglia, visto che ormai non ce n’è più solo uno in Regione Lombardia.

12. Che cosa differenzia le sue proposte da quelle degli altri candidati?

Il territorio su tutto: la peculiarità del nostro approccio è quella di valutare e valorizzare le differenze del territorio. La Lombardia non è una grande Milano, la Lombardia sono tante cose, sono tante eccellenze, sono tanti modelli di welfare, sono tanti gestori, sono tanti soggetti privati che fortunatamente esistono, che chiedono, a volte ottengono, a volte no, spesso propongono.
Mi differenzio per l’ascolto che c’è e ci sarà, per l’approccio assolutamente territoriale e locale, non centralizzato. Ogni territorio, ogni comune, ogni comunità ha le sue specificità e le sue esigenze di risposta non sempre uguali a quelle che vengono date da altre parti.