Il problema
Questo mio contributo propone una riflessione sul sistema di welfare lombardo, con particolare riferimento alle questioni relative ai minorenni ed alle famiglie e dunque all’esigibilità dei diritti a partire dal diritto di crescere in una famiglia, così come normativamente sancito (legge 149/01).
E’ evidente che, pur sapendo che le politiche sociali sono materia di competenza esclusiva delle Regioni (mi riferisco all’avvenuta modifica del Titolo V), la definizione del sistema di welfare regionale sta in relazione con il sistema di welfare nazionale ed in tal senso “sconta” la non definizione dei “livelli essenziali per l’esercizio dei diritti civili e sociali” (Art. 117 – Costituzione Italiana) quale obiettivo e strumento necessario per garantirne l’esigibilità, per definire conseguentemente le necessarie allocazioni di risorse professionali ed economiche e per uscire definitivamente da un sistema di interventi e prestazioni sociali disomogenee sul territorio nazionale (non rispetto del principio di non discriminazione – CRC – NY 1989 – e successiva ratifica in Italia 1991) ed impropriamente dipendenti da scelte di carattere economico ed agite “nei limiti delle risorse disponibili”.
Occorre in ogni caso ricordare che la mancata definizione dei livelli essenziali (sociali) a livello nazionale non impedisce alle Regioni di definirli comunque quale aspetto qualificante del proprio sistema di welfare regionale. Nonostante questa facoltà, la Regione Lombardia non ha ancora provveduto in tal senso confermando quindi la logica della non esigibilità del diritto.
All’interno di questo problematico scenario nazionale e regionale, il sistema di welfare lombardo evidenzia peraltro caratteristiche proprie e specifiche che – a mio parere – non favoriscono politiche attive di co-costruzione del benessere sociale , delle famiglie, dei minorenni con particolare riferimento alle situazioni di fragilità, povertà, disagio.
Mi riferisco in particolare a due caratteristiche dell’attuale sistema di welfare:
- il modello del cosiddetto “Welfare della responsabilità” (Vs “welfare dei diritti”), la cui espressione massima (e a mio avviso perversa) si realizza nel principio della “libera scelta” (e conseguentemente della voucherizzazione) a discapito del principio cardine e centrale delle politiche sociali e dei servizi alla persona quale quello della presa in carico: il paradigma del sistema di welfare lombardo si fonda sulla “Libera scelta/voucherizzazione/sistema di prestazioni” Vs la “presa in carico, definizione di un progetto complessivo, approccio sistemico-relazionale”.
Il principio della “libera scelta” – e dunque della “competizione” tra soggetti erogatori di prestazioni (l’albo dei fornitori) – propone e sostiene una logica “di mercato” impropria per il sistema sociale dove la regolazione/erogazione della risposta deve rispondere al criterio dell’esigibilità del diritto e dell’appropriatezza a partire da una valutazione e da una presa in carico integrata (irrinunciabilità della dimensione relazionale).
In tale contesto, anche la regolazione dei rapporti e delle relazioni con i “soggetti erogatori” propone un modello di sussidiarietà orizzontale sempre meno centrato sulla co-costruzione di sistemi di corresponsabilità per il “bene comune” perché la contrattazione è individuale, da cliente a fornitore e basata sul prezzo quale elemento fondante il contatto tra le parti.
Conseguentemente, la “deriva prestazionistica” della risposta sociale consegna al sistema di welfare lombardo forme improprie di “sanitarizzazione” decisamente lontane ed inadeguate alla cura del benessere relazionale dei soggetti, delle famiglie, delle comunità locali. - La prevalenza della logica “ripartiva/curativa” vs la priorità delle politiche di prevenzione e promozione delle risorse individuali, familiari, collettive quali scelte centrali delle politiche sociali pubbliche. L’attuale paradigma del sistema di welfare lombardo afferma che la cura della comunità locale, delle relazioni , delle reti e dei legami (il capitale sociale) non è di “rilevanza pubblica”, ma è responsabilità dei soggetti della società civile (una sussidiarietà intesa come delega) che devono farsene carico e trovare risposte autonomamente.
Dati/evidenze quali-quantitativi che descrivono il problema
E’ evidente la situazione di grave deterioramento delle condizioni di vita delle famiglie e delle comunità locali. Anche in Lombardia è in aumento il tasso di povertà delle famiglie, dei bambini e dei ragazzi, è in aumento la condizione di solitudine, di carenza di reti e legami. Emerge in modo inequivocabile la diminuita “coesione sociale” sul territorio e contestualmente emerge con sempre evidenza la solitudine quale esperienza che attraversa il quotidiano delle persone e dei luoghi abituali del vivere.
In tale contesto, segni evidenti della residualità del sistema di welfare lombardo sono il disinvestimento rispetto agli Organici del Servizio Sociale professionale (si interviene sulle emergenze, sulla riparazione, accentuando la funzione di “controllo sociale” piuttosto che di empowerment), l’ evidente diminuzione delle prese in carico consensuali e dunque valorizzando modalità collaborative e pro-attive della famiglia d’origine (vedi per esempio i dati sugli affidi etero familiari – rilevazione al 31.12.2010- Ministero welfare/istituto degli Innocenti), l’eccessivo e a volte improprio ricorso all’Autorità Giudiziaria (provvedimento TM in particolare) perché l’intervento socio-educativo sia ritenuto di “titolarità pubblica” (dell’ente locale nello specifico).
Inoltre, sempre più gravi sono i segni del disagio, del maltrattamento e dell’incuria a carico dei minorenni accolti in comunità, così come è sempre più marcato l’abbandono istituzionale dei “neomaggiorenni” (italiani e stranieri) laddove gli interventi si sospendono al compimento del 18esimo anno di età quando viene meno “l’obbligo della tutela”. Sempre meno ragazzi/e possono contare sui percorsi accompagnati di avvio all’autonomia in un contesto peraltro di grave crisi economica.
E ancora, segno evidente di marginalità delle politiche sociali in Lombardia è la non previsione di risorse economiche specifiche ed allo scopo allocate al fin e di rendere effettivamente praticabili le azioni previste nelle “linee guida” che la stessa regione approva (vedi per esempio le “linee guida per affido familiare – approvate nel 2011 – ma attuabili solo “nei limiti delle risorse disponibili”.
La proposta e le buone ragioni per sostenerla
Tenuto conto di quanto sopra sintetizzato, è a mio parere necessario che il sistema di welfare lombardo cambi paradigma di riferimento ed assuma la centralità della persona e del progetto quale dimensione necessaria e qualificante delle politiche sociali e pratichi integrazione tra le politiche e gli interventi favorendo il protagonismo territoriale (gli ambiti distrettuali – la programmazione territoriale – i Piani di zona) e riconoscendo il valore dei processi di “democrazia partecipata” quale opportunità di costruzione della corresponsabilità negli ambiti territoriali. Occorre cioè, uscire dall’attuale modalità di accentramento/centralismo regionale e di “uso” delle ASL (aziende e non organismi democraticamente eletti e dunque rappresentativi dei cittadini) per veicolare decisioni piuttosto che praticare processi di ascolto, dialogo e corresponsabilità.
Ridare senso e potere alla dimensione territoriale (delle comunità locali) è elemento proprio e fondante delle politiche e degli interventi sociali proprio perché è “a partire dal territorio” che si leggono i bisogni, ma anche le opportunità, le risorse presenti, si costruiscono relazioni e sinergie tra i diversi soggetti pubblici e privati che vi abitano, si sperimentano innovazioni, si costruisce corresponsabilità.
Occorre dunque riconoscere nuovamente priorità alle programmazioni territoriali (i piani di zona) e conseguentemente ri-disegnare il sistema delle relazioni istituzionali tra Regione – ASL – Ambiti distrettuali – enti locali (e soggetti del terzo settore, quali espressioni di sussidiarietà e non intesi esclusivamente come enti gestori, depositari di delega).
E’ altresì evidente che la modifica del paradigma del sistema di welfare lombardo richiede una chiara definizione ed allocazione di risorse economiche tali da rendere esigibili i diritti e quantomeno le stesse azioni previste dagli atti formali assunti eliminando il vincolo dell’attuazione degli interventi e dei servizi nei limiti delle risorse disponibili al fine di garantire coerenza e praticabilità tra le cosiddette “linee guida” e l’attuazione concreta di quanto previsto dalla stessa Regione, rinunciando finalmente ad una perversa ed irrisolta forma di schizofrenia istituzionale.