Una premessa d’obbligo
E’ assodato che siamo in una fase di profonde trasformazioni sociali, che rivestono un carattere epocale. Nella Modernità è già successo che ci siano state transizioni epocali così come li stiamo vivendo oggi: la prima nell’800, con l’avvento della “rivoluzione industriale”; la seconda, attorno alla metà del ‘900, con l’avvento del “fordismo”. In entrambe queste “rivoluzioni sociali” si è vissuta l’angoscia della distruzione di tutte le forme sociali organizzate, ma si è anche vissuto la fase potente del cambiamento. Fase complessa e lunga, dentro alle quale le forme organizzate della società sia a livello sociale che istituzionale, lavorativo, culturale, di aggregazione sociale (e qui dentro ci sta la “forma” della famiglia) attraversano mutamenti prima di arrivare ad una nuova forma stabile.
Noi oggi siamo qui: in una difficile fase di transizione epocale. Non abbiamo più il pavimento sicuro sul quale poggiava la nostra organizzazione sociale (basta guardare come stanno cambiando i ruoli dello Stato Nazione, delle organizzazioni del lavoro, del welfare, e venendo a noi, delle famiglie, ecc). Ci sentiamo sospesi rispetto ad un futuro che ancora non riusciamo ad immaginare ma che possiamo contribuire a creare.
Oggi la fase di trasformazione sta avvenendo dentro ad una crisi economica spaventosa, i cui processi hanno direttamente a che fare
- con una riduzione drammatica delle risorse dedicate al sistema di welfare (basta pensare alla fine dei vari fondi nazionali, ma soprattutto al cosiddetto “fiscal compact” cioè il patto sottoscritto con l’Europa che prevede, entro il 2033, una riduzione del debito pubblico sul Pil al 60% rispetto all’attuale 130% circa. Ciò significa che per i prossimi 20 anni, a partire dal 2013, ci sarà una riduzione della spesa pubblica di 49 miliardi annui)
- con un conseguente cambiamento epocale del sistema di protezione sociale così come lo abbiamo conosciuto. Sta cambiano il ruolo dello Stato (non è un caso che il “Libro Bianco” dell’ex ministro Sacconi abbia indicato che in Italia si debba andare verso un welfare residuale e caritatevole) e non è più immaginabile un welfare lineare e progressivo che risponde ai bisogni dei cittadini e delle famiglie “dalla culla alla bara “
- con una trasformazione fenomenica del soggetto “famiglia”
Niente, quindi è, e sarà, come prima.
Partendo dai dati e dalle analisi sviluppate anche nel vostro bilancio sociale, quali bisogni intercettate oggi a Lodi?
Dal nostro osservatorio dell’Assessorato alle Politiche Sociali, anche grazie allo strumento rendicontativo e valutativo che abbiamo adottato (Bilancio Sociale costruito con i partner istituzionali, del Terzo Settore, della Cooperazione sociale con cui operiamo) abbiamo iniziato a vedere e a riconoscere le trasformazioni in atto che riguardano le famiglie ed i loro bisogni. E’ aumentato il numero delle richieste, ma quello che più ci colpisce è la qualità e la complessità del bisogno portato dalle famiglie.
A Lodi su poco più di 20.000 famiglie, 7.200 sono composte da una sola persona e 5.762 da 2 componenti. Ciò significa che molto più della metà delle famiglie lodigiane non hanno figli o se li hanno sono famiglie monoparentali. Ci si sposa sempre meno e ci si separa sempre di più, soprattutto dopo i primi anni di matrimonio o convivenza, spesso con la nascita del primo figlio.
Nel corso degli anni abbiamo osservato un aumento esponenziale delle famiglie che si rivolgono ai servizi sociali. Prima del 2008 le persone afferenti al servizio erano prevalentemente persone singole. Con l’acuirsi della crisi economica, e possiamo dire in particolare dalla seconda metà del 2009, abbiamo registrato un aumento del numero delle richieste che arrivano ai servizi formalmente come famiglie. Basta guardare i numeri per rendersene conto: nel 2006 le famiglie in carico erano 180; nel 2010 sono salite a 601, con un aumento vertiginoso in così pochi anni. Con l’ulteriore avanzare della crisi economica, nel 2011 le richieste di aiuto sono aumentate progressivamente. Questi dati numerici in aumento e soprattutto la lettura della complessità dei bisogni evidenziati dalle famiglie, ci hanno portato a modificare la struttura organizzativa del nostro servizio sociale professionale, andando a potenziare l’area “Minori e Famiglie” con tre Assistenti Sociali, mentre sulle altre aree ce ne sono due.
Oltre ad un aumento esponenziale delle domande di aiuto, osserviamo che dentro ad un processo di progressivo impoverimento, muta il volto delle famiglie che arrivano al servizio sociale professionale. Sempre più spesso capita di trovarsi di fronte a famiglie che appartengono alla classe sociale media, al ceto medio produttivo e commerciale: una utenza che incidentalmente incontra i servizi sociali a fronte delle difficoltà economiche dovute alla crisi. Sono famiglie maggiormente vulnerabili, meno capaci e attrezzate di fronte alle difficoltà. Arrivano spesso con il carico di una domanda alta economicamente (arrivano al servizio solo dopo aver sperimentato una serie di soluzioni fallimentari e dopo aver cercato in tutti i modi di cavarsela da soli) e complessa rispetto alle soluzioni da mettere in campo. Questa consapevolezza del mutamento della domanda familiare interpella il nostro servizio (e io penso il Servizio Sociale Professionale in genere) rispetto ad un nuovo modo di operare con le famiglie ed in particolare con queste nuove famiglie.
I bisogni più evidenti che portano sono legati ai problemi dell’oggi: la disoccupazione o l’inoccupazione, lo scarso reddito, la perdita della casa. Abbiamo chiesto formalmente al Tribunale di Lodi di conoscere l’entità del problema: da gennaio ad agosto 2012, solo in Lodi città, sono stati emessi 182 provvedimenti esecutivi di rilascio. Dato, questo, di estrema preoccupazione, che chiude il cerchio sul problema reale oggettivo: la crisi, considerato che la quasi totalità dei provvedimenti (sfratti, ritiro della casa da parte delle banche) sono stati emessi per morosità o per insolvenza del mutuo.
Le difficoltà hanno, quindi, un carattere materiale oggettivo, soprattutto là dove le famiglie hanno figli. Dentro a questo panorama, la lettura dei fenomeno sociale locale, ci fornisce un’altra indicazione: le famiglie straniere in genere sono state le prime a perdere il lavoro e sono loro che oggi hanno maggiormente il problema della morosità o dell’insolvenza del mutuo.
Quindi anche a famiglie adeguate, non problematiche, al venir meno del lavoro, succede (e succede con un certa frequenza oggi) di vedersi staccare le utenze domestiche, di vedersi sfrattare o di rimanere senza l’abitazione che magari si è già pagata in parte. Tutto questo sta succedendo di un panorama di risorse economiche e di personale sempre più scarse per il comune.. Questa dimensione della problematicità e della intensità della crisi ci interpella su un altro livello: quello dell’ equità delle risposte che devono essere date ai cittadini, siano essi lodigiani che provenienti da altri Paesi. La guerra tra poveri è tema presente nelle nostre valutazioni.
La crisi produce danni sul piano materiale, ma non si ferma a questo: nelle famiglie colpite nascono problemi sociali, identitari, di disagio psichico e relazionale, di conduzione del ruolo genitoriale.
Il Servizio Sociale Professionale incontra sempre più spesso famiglie con problemi relazionali al loro interno, con un’alta conflittualità di coppia ed un aumento di separazioni. Le Educatrici degli Asili Nido e le Assistenti Sociali, riportano che è in aumento la difficoltà a gestire il ruolo genitoriale. Particolare importanza sta assumendo la difficoltà a gestire la transizione adolescenziale, spesso caratterizzata da conflittualità tra genitori e figli.
Altri fenomeni sociali che osserviamo riguardano la diminuzione progressiva dei matrimoni, con una presenza ormai vicina al 50% dei matrimoni civili rispetto a quelli religiosi. Molte sono le coppie di fatto o allargate. Il volto delle famiglie è in modificazione. Anche i rapporti, le relazioni familiari più allargate mutano in un panorama di allentamenti delle reti parentali. Da ultimo: si registra un alto tasso di separazioni soprattutto nelle coppie giovani, con conflittualità molto forti.
Le conseguenze estreme rispetto all’aumentata difficoltà nel gestire il ruolo genitoriale ha come immediato indicatore il numero e la qualità dei provvedimenti delle Autorità Giudiziarie ed il lavoro del servizio di tTutela Minori. Un dato allarmante, in questo senso, è dato dall’aumento della spesa per la tutela minori, dato economico rilevante che mette in grossissima difficoltà il Comune, oltre a costituire un problema rilevante per i minori e le famiglie. Si tratta di una spesa che è andata via via aumentando in modo esponenziale e che fatichiamo a reggere. Si stanno sviluppando alcuni ragionamenti con il piano di zona; sono stati implementati sia l’assistenza domiciliare che gli affidi familiari e in un ragionamento collettivo di solidarietà tra i comuni del lodigiano, si sta cercando di operare attraverso un progetto di prevenzione scuola/strada. L’idea è di far partire per l’anno prossimo alcuni servizi “leggeri” per limitare gli inserimenti in comunità, cercando di individuare soluzioni condivise(istituzioni, terzo settore, ecc) il più vicine possibile ai luoghi di insorgenza dei problemi.
Lodi sta diventando una città multietnica. Che ci piaccia o no il dato riferito alla stabilità e al ricongiungimento familiare, ci dice di una comunità cittadina con una presenza significativa di persone straniere (più di 6.000 su poco più di 44.000 abitanti). Mi pare, però, che in città non si abbia una consapevolezza diffusa del fenomeno. Di fatto a Lodi la popolazione straniera è andata a stabilirsi in maniera trasversale nei vari quartieri, non ci sono forti polarizzazioni etniche nelle zone della città. Sempre di più siamo in presenza di famiglie di origine straniera che hanno scelto la nostra città come progetto di vita per loro e per i propri figli. Ci siamo interrogati come Amministrazione comunale sulle forme, sulle strategie di relazione e di comunicazione con queste famiglie e con i loro figli, giovani di seconda generazione, nati e cresciuti tra due culture e tra questi e la città nella sua interezza.
Ci è sembrato che provare ad attivare la partecipazione diretta delle persone straniere potesse essere un esercizio utile per noi come ambito di ascolto e per le persone straniere come momento di riconoscimento e proposizione. Abbiamo scelto, tra differenti formule vagliate, di creare una Consulta di Associazioni, italiane ed etniche, con la sola clausola di un impegno rivolto ai processi interculturali da portare avanti con l’obiettivo della coesione sociale in città. L’esperienza, che vede la partecipazione di 21 associazioni, ha un solo anno di vita e incontra il limite di una scarsa competenza a forme di partecipazione organizzate.
Per questo abbiamo pensato di agire, contemporaneamente, coinvolgendo le giovani generazioni, socialmente più avvezze a forme di confronto e partecipazione. Per questo abbiamo provato ad attivare un gruppo misto di adolescenti di 16/18 anni, incaricandoli ( attraverso un lavoro durato un anno con il metodo dell’autobiografia e sostenuto con delle borse di studio) di aiutarci a comunicare l’intercultura in città. I ragazzi hanno prodotto spot pubblicitari, video, hanno implementato un sito molto frequentato dai giovani. Quest’anno è partito un ulteriore gruppo di ragazzi/e che affiancheranno i giovani dello scorso anno che sono rimasti, per sviluppare maggiormente questo lavoro.
Le famiglie, quindi sono differenti: sono lodigiane, sono straniere con figli stranieri e con figli italiani (negli ultimi tre anni il 25-26% dei nuovi nati a Lodi hanno genitori entrambi stranieri). Questa complessità va vista, curata, aiutata a confrontarsi, a crescere. Le giovani generazioni di ragazzi/e stranieri hanno difficili compiti da affrontare: l’incontro e spesso lo scontro tra la cultura familiare e la cultura locale; la costruzione faticosa della propria identità: di quale Paese sono? A quale cultura appartengo? Anche questi sono compiti che un servizio sociale oggi incontra e deve saper affrontare.
Di questi cambiamenti strutturali c’è ancora scarsa consapevolezza. Invece stiamo andando verso un modo nuovo di essere città.
Per questi motivi abbiamo deciso come città di Lodi di aderire al “Network delle Città del Dialogo Interculturale”, un programma coordinato dal Comune di Reggio Emilia nell’ambito di un progetto della Commissione Europea che si pone l’obiettivo di promozione delle buone prassi interculturali.
Un altro problema che i servizi educativi e scolastici segnalano riguarda l’aumento delle difficoltà e del disagio psichico nei bambini, complessità che le famiglie fanno fatica a gestire (come pure i servizi e la scuola) Da qualche anno la Neuropsichiatria Infantile segnala un aumento esponenziale di queste situazioni. Con l’ausilio dell’Ufficio di Piano si sta lavorando con la scuola e la UOMPIA su questa tematiche cercando di restituire alla scuola le competenze necessarie per affrontare queste difficoltà.
Altra questione è l’aumento del disagio psichico che attraversa le famiglie, o meglio i membri (uno o più di uno). Abbiamo provato a discutere di questa questione con il Dipartimento di Salute Mentale dell’Azienda Ospedaliera. C’è stata una conferma dell’ipotesi tracciata dal Servizio Sociale comunale, confermando che una parte dell’aumento del disagio psichico è conseguenza del dramma della disoccupazione. Per questo, mutuandola da una esperienza milanese, abbiamo fatto partire in collaborazione con la CGIL ed una psicologa volontaria, un gruppo di “auto aiuto lavoro” per disoccupati, non con l’idea di trovare il lavoro, ma con la finalità di aiutare le persone colpite così drammaticamente dalla crisi di ricostruire la propria identità ed una sufficiente competenza per riuscire a rimettersi in gioco, per cercare lavoro e per cercare di reggere la fase di crisi, anche quella spesso profonda che si crea nelle relazioni familiari. Per dare riconoscimento a questo intervento abbiamo deciso che la sede delle riunioni del “gruppo di auto aiuto lavoro” sia la sala della giunta comunale, ad indicare che il luogo delle decisioni che riguardano la città, è anche il luogo delle decisioni per riscostruire un sé di cittadino.
Il problema economico sta poi mettendo in difficoltà l’utilizzo dei servizi da parte delle famiglie: abbiamo gli Asili Nido pubblici strapieni con le liste d’attesa, ma la rete dei nidi privati è in sofferenza perché la gente non ce la fa più a pagarseli. Nei nostri nidi pubblici, ormai da tre anni, abbiamo una grandissima quantità di famiglie collocate nella prima e seconda fascia di reddito, avendo sostenuto come amministrazione comunale una politica di costi calmierati, politica che purtroppo incontrerà qualche difficoltà nell’immediato futuro.
Un altro fenomeno che osserviamo, insieme ai partner del Terzo Settore, la Caritas, con cui collaboriamo, riguarda la grave emarginazione. Molti uomini, dopo la separazione, finiscono nei circuiti dell’assistenza: salta la famiglia salta tutto. Sempre più incontriamo uomini separati negli asili notturni, nelle mense cittadine. Si tratta anche qui di esperienze nuove che hanno a che fare sempre di più con persone che arrivano dai nostri territori con un carico di difficoltà alta.
Rispetto ad un panorama in così ampia trasformazione, io penso che la nostra struttura e la nostra organizzazione sconti la necessità di mettersi al passo con fenomeni nuovi prospettati dalla crisi. Con onestà, penso che questo sia un limite del Servizio Sociale Professionale in genere (non solo quello locale), concepito ancora con la logica del welfare fordista, dentro al quale il pensiero si sviluppa attorno all’idea del bisogno di “un cittadino astratto”, avulso dalle emozioni e dalle relazioni, dalla capacità di essere soggetto attivo. Abbiamo bisogno di ripensare ad un servizio sociale oggi, con meno centratura sulla relazione di aiuto . Un servizio sociale che cambi il setting professionale: il territorio è il luogo, la sede dove nascono i problemi, ma dove si fanno incontri interessanti per la costruzione di relazioni significative di aiuto, mutualismo, partecipazione. Questo modo di affrontare la nuova complessità presuppone un ripensamento degli schemi organizzativi, un lavoro sugli snodi, le relazioni da intessere con le altre organizzazioni pubbliche e del privato sociale, della cooperazione. Presuppone una nuova capacità che oggi ritengo ineludibile, di promozione della cittadinanza partecipativa. Penso che il focus vada spostato dalla sede degli uffici alla comunità, in un esercizio sicuramente difficile che presuppone competenze nuove e una formazione che sia all’altezza del nuovo panorama sociale.
Il nostro servizio sociale comunale ha un’alta competenza professionale, soprattutto nella relazione d’aiuto. Abbiamo intrapreso un lavoro interno di riorganizzazione per lavorare in maniera prospettica Anche nel lavoro con le famiglie, dobbiamo fare qualche passo in avanti, legarci e allargarci maggiormente ad altri interlocutori e settori. I problemi delle famiglie interrogano i nostri modi e le forme di relazione con gli altri servizi. Questo è un problema vero che ci siamo posti. Quando si lavora con le famiglie, le complessità sopra descritte, hanno la necessità di ricomporsi in un lavoro sinergico e coordinato con tutti i servizi C’è una necessità di connessioni che è più alta oggi, se vogliamo essere efficaci nella soluzione dei problemi.
Quali azioni state promuovendo e sostenendo come amministrazione?
Nella logica di provare a sostenere economicamente le famiglie ( perché pensiamo che il tema della mancanza di reddito oggi concorra a far saltare le relazioni familiari) abbiamo adottato un “Piano Sociale anticrisi” dentro al quale si sviluppa l’idea forte che le persone e le famiglie vanno sostenute con una serie di strumenti ordinari, accanto ai quali vanno aggiunti strumenti innovati e/o complementari che abbiano a cuore il sostegno al nucleo familiare, ma anche alle identità delle singole persone. “Il Piano Sociale Anticrisi” prevede che l’ assistenza economica ordinaria sia utilizzata per evitare (là dove è possibile) gli sfratti o il rilascio delle abitazioni, il ripristino delle utenze domestiche soprattutto là dove sono state tolte per insolvenza da parte di famiglie con figli. E’ stato istituito un Fondo comunale di solidarietà per disoccupati che ha visto l’erogazione di 400€ al mese per tre mesi a 33 disoccupati. Si è utilizzata una quota del fondo per l’assistenza economica riconvertendola in “borse lavoro” utilizzando la competenza dell’equipe per l’inserimento lavorativo del Piano di Zona. Attraverso questo strumento, in parte si è sostituito il contributo essenzialmente assistenziale con una forma di impegno lavorativo attivo che per qualche unità è andata a buon fine, per altri ha avuto il significato di affrontare la situazione di difficoltà attraverso la dignità di un lavoro. Per alcune persone ciò ha significato l’alleggerimento della presa in carico assistenziale, soprattutto nel caso di persone “nuove”, che si sono avvicinate da poco ai servizi sociali. L’ipotesi, verificata come positiva, è stata quella che attraverso una opportunità lavorativa, anche minima, è possibile ricostruire capacità nuove per rimettersi in gioco.
Nel nuovo mandato elettorale accanto alle deleghe sociali, ho ricevuto la delega come assessora alla famiglia. Abbiamo inteso sviluppare un lavoro di formazione congiunto, sindaco, giunta, dirigenti comunali, finalizzato ad una formazione specifica sui temi di politica familiare. Obiettivo: la creazione di una struttura trasversale di tipo tecnico-politico che lavori in maniera coordinata su questi temi. Per il momento abbiamo fatto le prime riunioni formative congiunte, ma onestamente le difficoltà a lavorare insieme per processi condivisi non si rivela un compito facile. Analogamente si è sviluppato un intervento per lavorare sugli stessi temi e con le stesse modalità con la società civile. Si è deciso di istituire la Consulta delle famiglie, organismo composto da 20 associazioni cittadine, pensato per permettere una maggiore e più attiva partecipazione delle ai processi politici, decisionali e di costruzione partecipata del welfare familiare. La Consulta è uno strumento consultivo e propositivo per l’Amministrazione.
Dopo la stesura del “Libro verde – Verso un piano di politiche familiari nel Comune di Lodi”, nel maggio del 2012, abbiamo avviato i lavori per un Libro bianco delle politiche familiari e abbiamo il progetto ambizioso di aprire la “La casa dei bambini e delle famiglie”, un Centro dentro al quale ci sarà un asilo nido, uno spazio gioco e tutta una serie di servizi per l’infanzia e la famiglia, contenitore che ha il compito di dare stabilità ad un lavoro datato dal 2006, che vede coinvolte una decina di associazioni con le quali si organizzano iniziative nei fine settimana per le famiglie ed i bambini (rassegna “Cresciamo Insieme: Bambini e Famiglie in gioco). Il Comune mette a disposizione le sedi e un piccolo contributo, il coordinamento. Da novembre a maggio, in città c’è sempre qualcosa per le famiglie e per i bambini.
Per cercare anche di spostarci dall’assistenzialismo alla normalità, abbiamo iniziato a ragionare, attraverso un percorso di supervisione, sulla costruzione di alcune mappe di lettura e comprensione un po’ più articolate delle persone e delle famiglie. È importante per noi provare a distinguere tra le famiglie che sono ormai entrate nel circuito assistenziale da tempo e le famiglie invece, entrate da poco in questo circuito, ipotizzando che con loro sia possibile investire in maniera significativa cercando di farle uscire dai percorsi di aiuto. Le famiglie che arrivano oggi ai nostri servizi sono sempre più famiglie di ceto medio, commercianti e artigiani, che hanno subito un impoverimento progressivo. Ci arrivano con un parterre di debito altissimi che hanno cercato fino all’ultimo di sanare. Arrivano con dei debiti pazzeschi e con maggiore carico di fragilità e complessità rispetto agli utenti ai quali siamo stati abituati negli anni.
Quali priorità individuate oggi per la vostra città?
Stante l’attuale situazione di incertezza rispetto alle risorse, non è facile parlare di programmazione.
Penso che in un panorama di crisi acuta come quella attuale, o si registra una inversione di rotta a livello nazionale (e conseguentemente a livello regionale) o in assenza di questi provvedimenti e di soluzioni che diano respiro sul piano generale, al comune non resta che agire sull’emergenza.
Penso che l temi della casa e delle opportunità lavorative siano fondamentali per la tenuta delle famiglie, come pure sia venuta l’ora di perseguire una politica fiscale a favore della famiglia con figli come del resto esiste già da tempo in moltissimi Paesi europei.
In queste condizioni non potremo far altro che cercare di continuare con la logica di lavoro di quest’anno: sostenere le persone e le famiglie economicamente, affiancando a questo compito, un lavoro paziente e di lunga lena per la costruzione dei nessi e dei raccordi con gli altri servizi. Ma soprattutto sono interessata a sviluppare un lavoro che abbia al centro l’attenzione per la ricostruzione di legami comunitari, promuovendo ambiti di partecipazione attiva. Anche in questo caso si tratta di un impegno di lunga lena che deve vedere una riorganizzazione del nostro modo di operare. Alludo a processi nuovi, di mutualismo e solidarietà leggera che in tempi di crisi possono prefigurare un cambiamento epocale nel sistema di welfare, che possa in qualche modo sostituire l’idea del “cittadino astratto” a cui dare risposte preconfezionate, ad una ipotesi di welfare relazionale, in cui il cittadino si fa parte attiva.