Nel settembre scorso, dopo un articolato percorso di confronto partecipato con le forze sociali e la cittadinanza, sui diversi temi che interessano il welfare, è stato assunto da consiglio comunale il Piano di sviluppo del welfare per la città di Milano, ovvero la programmazione delle politiche sociali cittadine per il triennio 2012-2014.
La Fondazione Ambrosianeum ha promosso un momento di confronto su questo tema. Qui di seguito se ne riportano alcuni passaggi principali, con riferimento particolare ad alcune osservazioni proposte da Cristiano Gori e alle riflessioni offerte dall’Assessore Majorino Si rimanda all’audio dell’incontro per ascoltare gli intervenenti nella loro versione integrale.
Prima osservazione: buona partenza, ancora poco chiaro il futuro?
Il piano di zona della città di Milano rappresenta per l’Amministrazione comunale il documento programmatico che segna la direzione di marcia, la visione di politica sociale che la città intende intraprendere per i prossimi anni.
E’ l’esito di una prima fase di lavoro che si è caratterizzata per l’ampio coinvolgimento della città. A partire dal primo forum delle politiche sociali organizzato nell’ottobre 2011, sono stati realizzati decine di momenti di discussione pubblica. Questo processo partecipativo ha avuto l’indubbio merito di aver riportato al centro del dibattito pubblico milanese il tema del welfare.
L’importanza di questa operazione non è da sottovalutare. Il welfare milanese ereditato, a giudizio di molti, mostrava condizioni di difficoltà sotto molti aspetti: per la natura degli interventi realizzati e la scarsa capacità di innovazione, per il debole governo complessivo del sistema, per il sottodimensionamento del finanziamento, ma soprattutto per la scarsa relazione con le forze sociali presenti sul territorio.
Sicuramente il percorso condotto sino a qui ha rappresentato un’importante fase di semina. Ora la domanda è: qual è il progetto strategico per rendere operativa e fattiva questa operazione, perché non si riveli una grande opera di riposizionamento culturale ma con scarso impatto concreto sulla realtà? Questo è un passaggio cruciale e potenzialmente rischioso. Oggi il piano ancora non descrive quali strumenti (strategie, interventi, tempi, indicatori…) saranno messi in campo per tradurre questa visione in azioni capaci di modificare il welfare ambrosiano con cambiamenti strutturali destinati a rimanere. E’ un passaggio che rappresenta la sfida determinante per i prossimi mesi.
Assessore Majorino
Un primo punto sottolineato dall’Assessore è la rilevanza che assume nel nostro paese un’operazione di riposizionamento culturale come questa, data l’insufficiente consapevolezza e la straordinaria sottovalutazione da parte delle classi dirigenti sui temi del welfare. La necessità di articolare un serio discorso pubblico su questo tema e una riattivazione culturale complessiva sono dunque passaggi fondamentali.
Un secondo punto è il riconoscimento del fatto che ancora non si è giunti ad una definizione efficace, puntuale ed organica del processo attuativo del piano, ma l’impegno c’è: l’11 e12 gennaio prossimi, nel 2° forum cittadino sul welfare, l’Amministrazione presenterà il piano delle azioni, con declinazione di tempi e risorse.
Un terzo punto è relativo al fatto che un percorso di definizione “in continuo divenire” fa parte del processo aperto, di continuo confronto, che l’Amministrazione ha scelto di intraprendere. Questa scelta è dettata dal riconoscimento che l’Amministrazione comunale non sarà mai in grado, da sola, di avere e attuare tutte le risposte alla domanda sociale della città. La sfida non può reggersi solo sulle spalle dell’ente pubblico e non può giocarsi in un tempo breve, deve invece coinvolgere tutte le risorse esistenti e insieme a loro capire che progettualità, che azioni ed iniziative mettere in campo.
Seconda osservazione: si punta su un welfare per tutti, ma i più deboli?
Il piano di sviluppo punta chiaramente su una visione di welfare “per tutti”. Il punto di partenza del piano, esplicitato in apertura dell’incontro dall’Assessore, è molto chiaro: “ragionare di politica sociale e di welfare vuole dire affermare la questione dei diritti di cittadinanza e affermare il tema della promozione della persona e dell’inclusione, non vuol dire ragionare su come gestire quote di emarginazione, in una logica assistenzialistica e compassionevole”.
Si punta alto dunque, nel riconoscimento che un welfare solo per i poveri e gli emarginati, diviene esso stesso un welfare povero ed emarginato. L’obiettivo invece è la valorizzazione delle risorse positive esistenti, anche informali, e la riattivazione dei legami sociali e delle reti. Nel piano trovano infatti spazio alcune interessanti innovazioni di policy, si parla ad esempio di gruppi di acquisto solidale o di integrazione intergenerazionale (co-housing giovani e anziani soli)…
Questo pare certamente un modo interessante e strategico per non “chiudere il welfare in un angolo” e un ente pubblico che si dia questo orizzonte di riferimento è decisamente innovativo.
Tuttavia in questo scenario sembrano un po’ sacrificati gli obiettivi strategici per le fasce più deboli, come le povertà estreme o la grave disabilità. Questa scelta di puntare a all’innovazione e ad un welfare per tutti, sembra per certi versi un po’ decontestualizzata rispetto a questo nostro tempo storico in cui l’attenzione alle povertà e alle diverse forme di esclusione sociale sembrerebbero invece temi abbastanza cruciali.
Assessore Majorino
Le considerazioni portate dall’Assessore vertono sui seguenti punti.
Concepire dei prodotti di politica sociale che non siano solo concentrati sulla povertà e sulle marginalità estreme, è fondamentale per innovare il welfare, ma anche per generare e immettere nel sistema nuove risorse. Oggi il terzo settore nella città di Milano interviene in particolare in relazione a situazioni di grande bisogno e in particolare attraverso l’impiego delle sole risorse pubbliche. Aprire ad interventi che intercettino altri target, ad esempio il ceto medio, che in parte può concorrere direttamente alla spesa, rappresenta una possibilità strategica, oltre che di ampliamento del proprio raggio d’azione, di incremento delle risorse a disposizione per il welfare tutto, anche per quella parte che si occupa di marginalità e povertà estreme.
Una seconda considerazione è relativa all’intervento previsto sulle marginalità estreme. Da una parte si riconosce che il piano non affronta compiutamente il tema della grave disabilità, su cui si sta definendo un percorso di lavoro con le organizzazioni del terzo e quarto settore. Dall’altra, sulle povertà, si esplicita invece come l’intervento di questa Amministrazione sia raddoppiato. Dai 14,4 milioni di investimento destinati a quest’area dalla ex giunta Moratti, si passerà nel 2013 ai 35,5 milioni. Qui si riconoscono però altri limiti, o meglio, potenziali rischi, ovvero che questo incremento di investimenti sia poi capace di attivare un reale percorso di inserimento e di autonomia della persona, altrimenti rischiano, come ha anche affermato l’Assessore “di essere solo una buona risposta istantanea, ma inefficace nello stabilizzare il percorso di riscossa della persona”.
E questo è un nodo che l’Amministrazione sta vivendo anche in altre esperienze, ad esempio “siamo e siamo stati più capaci di mettere in campo il doppio di posti letto per senza tetto in condizioni di emergenza freddo, ma lo siamo meno nell’agganciare quei 300 senza tetto che non stanno in strada e che vorrebbero trovarsi una casa e un lavoro. Con questo voglio dire che siamo meno efficaci nell’agganciarli in un percorso di vera promozione ed emancipazione”.
Terza osservazione: un welfare non (solo) prestazionale ma che punta a governare la presa in carico della persona. Interessante, ma come?
Questa Giunta eredita una situazione in cui, negli anni passati, il tema del governo complessivo della presa in carico del bisogno è rimasto molto sullo sfondo. L’informazione e l’orientamento del cittadino, il governo dell’accesso, la valutazione del caso, la costruzione di una presa in carico che metta insieme risorse pubbliche e private, sono invece temi strategici del piano di sviluppo 2012-2014. Questa sembra una direzione per certi versi in controtendenza con quanto si vede accadere nella realtà di altre Amministrazioni. Il primo effetto concreto della crisi infatti è che, avendo meno risorse, si arretra proprio sulla regolazione dell’accesso e della presa in carico, mentre si cerca la tenuta sulle prestazioni, soprattutto quelle rivolte a casi gravi ed emergenziali. Dunque, in questo quadro, l’operazione che propone il piano di sviluppo è certamente interessante e molto sfidante, ma come si pensa di realizzarla?
Assessore Majorino
Le riflessioni portate vertono su due considerazioni.
Per poter erogare prestazioni e risposte efficaci è cruciale governare l’accesso e la presa in carico. L’Assessore cita un dato: due anni fa il fondo anticrisi (parte di quel 14,4 milioni euro già citati) generava un residuo non speso del 65%. Le risorse non erano molte, ma il vero problema era di riuscire a spenderle. Questo è un rischio che si corre se si attende che il bisogno si presenti direttamente alla porta dei servizi comunali, se si aspetta che la domanda sociale si manifesti da sola. Il punto centrale invece è che la domanda, che c’è già, deve essere intercettata ed è compito dell’Amministrazione costruire percorsi organizzati per individuarla, indirizzarla e organizzarne una possibile risposta. Oggi succede invece che gran parte della domanda sociale rimane inascoltata e non indirizzata e, dove riesce, la persona/la famiglia si organizza da sola.
Di fronte ad una frammentazione di questo genere, l’Amministrazione ha scelto di assumere il tema del governo della presa in carico come punto centrale del proprio welfare “cerchiamo di dare una bussola in mano al cittadino, ricomporre coralmente e collettivamente percorsi di risposta possibile”.
Come fare? Ancora una volta si richiama alla costruzione di percorsi di coprogettazione con la città. n esempio per tutti è quello relativo agli anziani non autosufficienti. Oggi il Comune prende in carico solo il 25% della popolazione anziana non autosufficiente della città, il 75% – circa 30.000 persone – non riceve nessun intervento e, per lo più si rivolge autonomamente al mercato privato delle badanti, che a Milano sono circa 32.000. La badante però spesso è in nero, poco formata, fuori da reti sociali, non conosce i servizi… L’intervento che l’Amministrazione può fare è sviluppare progetti come quello in cantiere insieme ad alcuni attori del territorio ovvero una centrale unica per l’individuazione della bandante e non più ognuno il proprio piccolo albo, a cui aggiungere percorsi professionali riconosciuti di qualificazione e nuovi modelli di erogazione delle prestazioni, come ad esempio la condivisione della badante tra due famiglie “così – dice l’assessore – da diminuire i costi per le famiglie, garantire comunque una giusta, e soprattutto regolare, remunerazione per il lavoratore e, perché no, generare nuove relazioni e legami sociali tra le famiglie”.