Dal vostro osservatorio, come cooperativa che da anni lavora, con forme e modalità diverse, con nuclei famigliari, che cosa osservate e quali riflessioni fate nello specifico sulla relazione tra servizi e famiglie?

Mi sembra che oggi ci sia una fatica diffusa e trasversale a costruire delle visioni intorno alle politiche per le famiglie. C’è un problema sia per chi deve promuovere interventi e politiche innovative, sia per le famiglie che faticano a percepirsi come soggetti che possono partecipare alla costruzione di visioni. Come cittadini e come famiglie, è come se, a un certo punto, le persone e le famiglie avessero detto: “Non sono niente, nessuno mi dà retta, mi faccio la mia cerchia di amici, le mie piccole reti familiari o amicali funzionali ai miei bisogni e il mondo fuori è qualcosa che lascio fuori e resta lontano”.
Oggi è faticoso e complicato far riemergere le famiglie e pensare di costruire delle alleanze con loro, famiglie che sono molto diverse rispetto a quelle di dieci anni fa, ma ci sono e non possiamo dimenticarcele. Questo è un grosso problema: gli strumenti e le metodologie di coinvolgimento, di ascolto alle quali siamo stati abituati ormai lasciano il tempo che trovano. In questi anni abbiamo promosso eventi, dibattiti pubblici, ma non siamo riusciti a innovare i meccanismi di ascolto e di coinvolgimento.
Anche le analisi sociologiche sulla famiglia mostrano oggi tutti i loro limiti soprattutto laddove continuano a ripetersi e a ribadire gli stessi concetti…Sono dieci anni che si discute di politiche di conciliazione e di valorizzazione del part-time, ma i part-time non vengono dati e concessi. E cosa facciamo? Andiamo avanti ancora altri anni a dirci che il part-time deve accadere, ma non accade? Forse dobbiamo riuscire a porci il problema di come mai le politiche non sono efficaci e quali sono i blocchi nel dialogo tra chi fa le analisi e chi definisce le politiche.
E vedo un rischio ulteriore: questa paralisi delle politiche e questa loro scarsa efficacia temo generi ancora più depressione ed isolamento perché le persone, le famiglie si sentono dire come dovrebbero essere le cose, ma poi si trovano in solitudine a ricercare strategie e soluzioni che non c’entrano nulla con le previsioni delle politiche.

Un altro aspetto intorno al quale negli ultimi anni si è dibattuto molto è la centratura sulla dimensione territoriale degli interventi: l’innovazione per le politiche sociali sembrava passare inevitabilmente dalla riscoperta del quartiere, ma questo è avvenuto in modo molto parziale. Per le famiglie c’è una dimensione legata al quartiere quando ci sono dei bambini piccoli e finché i bambini sono in età da dipendere dall’adulto. Poi c’è un momento in cui questo meccanismo salta e se, fino ad allora, sul territorio non è stato possibile trovare luoghi e relazioni di senso e di appartenenza, se non si sono sviluppati dei legami, il radicamento al territorio si riduce a un mero utilizzo strumentale del territorio stesso in relazione ai bisogni che le famiglie hanno, gestire i bambini, portarli a scuola… Ma la ricerca di soluzioni ai propri bisogni organizzativi e familiari non coincide tout court con la costruzione di relazione, di appartenenza, di legami. Il bisogno di sviluppare appartenenza è proprio dell’essere umano ed è strettamente legato al processo di costruzione di un’identità. A Milano le persone si muovono su un doppio binario: da una parte il quartiere dove si abita, luogo centrale per quanto riguarda la necessità di servizi che facilitino l’organizzazione della nostra vita quotidiana (dall’anagrafe, alle poste per arrivare alle scuole, all’assistenza, ecc.) dall’altra le relazioni, i legami, gli affetti e i luoghi dell’identità culturale che non necessariamente coincidono con la dimensione territoriale del quartiere dove si abita. Questa coincidenza la si trova nelle piccole città o nei paesi dove le dimensioni son ben diverse (“città a misura d’uomo” è una classica definizione delle città di provincia). Siamo anche nell’epoca della globalizzazione e tenere insieme il “particolare” con il “generale” non è un’operazione semplice. Queste sono le contraddizioni, ma anche le opportunità del nostro vivere contemporaneo. Quello che troviamo un po’ pericoloso è che la vita di quartiere, se vissuta in termini troppo strumentali, perda il valore più profondo dell’essere comunità. Non credo sia un caso che “la solitudine” sia il principale sentimento dei milanesi.

Quali i bisogni prevalenti intercettate oggi, nei servizi e negli interventi che promuovete?

In primis, ci sono dei bisogni impellenti, di organizzazione delle vite delle famiglie e dei suoi membri e di fronte a questi bisogni si può ragionare in due termini. Una prima possibilità è continuare a fare come si è fatto fino ad oggi, produrre servizi che offrano soluzioni concrete ai bisogni più immediati ed evidenti (il baby parking, un bisogno organizzativo di vita, un bisogno concreto per l’assistenza…) fornendo un servizio quanto più individualizzato e personalizzato possibile. In questi anni abbiamo lavorato sulla centralità della persona, ma questa centralità, se stressata, rischia di avere delle derive nefaste perché da un lato produce bisogni sempre più specifici e chiede servizi sempre più personalizzati, dall’altro rischia di generare un arretramento sempre più radicale da parte delle persone che, entrate in questa logica, perdono di vista la complessità dei contesti e dei problemi, si percepiscono al centro del servizio con le loro fatiche, i loro problemi e rivendicano risposte individualizzate, personalizzate. E questo è ovvio che accada perché per anni alle persone è stato detto che questo era quello che dovevano chiedere ai servizi.
Pensando ai nostri servizi, negli ultimi due anni sono anche cambiati i profili e le problematiche che le famiglie portano, lo vediamo dal nostro centro famiglie. Le famiglie si separano più di prima e il livello di conflittualità legato alle separazioni è molto alto, probabilmente anche perché nel conflitto della separazione si riversa tutto.
L’altro dato che ci ha fatto riflettere negli ultimi tempi riguarda il nostro servizio di assistenza domiciliare. Noi siamo accreditati per l’assistenza domiciliare minori, assistenza educativa, in zona 1 a Milano, la zona più centrale e ricca della città, una zona in cui per altro, negli anni scorsi abbiamo lavorato poco perché poche erano le segnalazioni. Ultimamente arrivano invece segnalazioni di famiglie che non hanno certo un problema economico, ma che stanno attraversando separazioni con conflittualità tali che necessitano di un intervento. Gli operatori sociali sono un po’ spaesati perché non abituati a trattare e gestire situazioni di questo genere, con famiglie molto diverse, mai incontrate prima.
Altro dato è l’impoverimento che è oggettivo. Noi le famiglie le incontriamo trasversalmente con il Centro “Famiglie e dintorni” e con l’housing sociale. Abbiamo una rete di appartamenti e l’accoglienza in appartamenti l’avevamo pensata per una “fascia grigia” perché pensavamo che la fascia del disagio familiare più “conclamato” fosse presidiata. E invece oggi, quando intercettiamo delle famiglie, sono già in “fascia nera”, sono già sprofondate e compromesse. O impariamo ad agire in termini di prevenzione, che è un termine abusato ma abbandonato, o continueremo a incontrare e intercettare prevalentemente famiglie solo nel momento in cui le situazioni sono diventate insostenibili, con tutto quello che comporta, non ultimo per la spesa sociale.

Come il quadro complessivo (fenomeni, cambiamenti e bisogni delle famiglie) interroga i servizi e gli interventi realizzati fino ad oggi?

Oggi c’è maggior consapevolezza delle distorsioni e dei limiti che la logica della prestazione individuale ha prodotto. E ci si sta accorgendo dell’assenza, sui territorio, di sensori capaci di cogliere i disagi, le fatiche delle famiglie prima che le situazioni degenerino. Purtroppo non si riesce più a lavorare in termini preventivi da parecchio tempo. La frattura tra cittadino e Istituzioni ha delle conseguenze anche dal punto di vista del rapporto con i servizi pubblici e privati sul territorio. I servizi sociali sono spesso stigmatizzati e producono stigma a loro volta.
Il disinvestimento sui servizi pubblici ha determinato situazioni paradossali. Ci sono Servizi sociali, nati per tutelare, aiutare e proteggere i cittadini, che oggi necessitano della guardia armata all’entrata. Le stesse assistenti sociali, tra l’altro spesso vittime di campagne mediatiche vergognose, lavorano in condizioni molto difficili.
I sensori sul territorio, le scuole, hanno sempre svolto un ruolo molto importante nella prevenzione di situazioni famigliari difficili. La scuola è il luogo dove un bimbo passa gran parte del proprio tempo. Negli ultimi anni però hanno anche smesso di segnalare perché non c’è più una istituzione alle spalle che sostiene e legittima, tutto si gioca in una dinamica di responsabilità individuali e questo ostacola processi di responsabilità condivisa che permettono davvero di prendersi cura di chi è più fragile. Non c’è più una istituzione che protegge, che legittima e ognuno si muove individualmente, la responsabilità dei gesti sono individuali e non sono istituzionali.
Da soli non ce la si può fare e questo è vero non solo per le persone, per le famiglie, ma anche per il privato sociale. Credo molto in una funzione pubblica, non in una gestione pubblica, ma in una funzione pubblica sì. Il privato sociale conosce molto bene il territorio, si è dotato di conoscenze e strumenti che permettono una lettura attenta dei bisogni e delle risorse che un territorio esprime. Siamo una risorsa in una logica di sussidiarietà orizzontale, anzi ora si parla di sussidiarietà circolare (Claudio Bossi , il Presidente di Cordata, ne parlava già qualche anno fa) proprio perché abbiamo saputo innovarci sia nelle competenze sia negli strumenti. Ma abbiamo bisogno tutti di una funzione che orienti interventi e progetti verso una direzione unica. Nel privato sociale, tra noi, rischiamo di replicare la stessa dinamica sociale traslata su un livello organizzativo: se non do centralità alla funzione pubblica, ritorniamo a una dimensione privata per cui ognuno fa il suo pezzettino.
Noi stiamo promuovendo strategie finalizzate a ricostruire dei luoghi di legame tra le persone sui territori e nei territori di vita delle persone, in modo che anche la possibilità di chiedere aiuto e di chiedere una mano non avvengano necessariamente dentro a una logica per cui mi rivolgo a un servizio che eroga una prestazione che io pago o non a seconda delle mie possibilità.
Quando realizziamo i mercatini agricoli, per esempio, prevediamo la presenza di una collega con una professionalità che stiamo tentando di costruire e stiamo un po’ inventando: l’operatrice è presente al mercatino e da una parte, parla con i produttori per coinvolgerli nella dinamica culturale per cui loro non sono lì solo per vendere il salame (non è nostra funzione valorizzare il commercio in sé), ma sono attivatori essi stessi di una dimensione collettiva, dall’altra parte l’operatrice parla con le persone che arrivano al mercato, cercando di attivare dialoghi, piccole conoscenze… Così facendo, per esempio, siamo venuti a conoscenza della storia di una signora che stava per essere sfrattata e quella signora forse non si sarebbe mai rivolta al servizio sociale o al Centro famiglie… Il ruolo dell’operatrice è essere e fare un po’ da sentinella. I luoghi di cura per e delle famiglie devono iniziare ad essere dei luoghi non relegati, stigmatizzati, che non fanno altro che riprodurre lo stigma, ma luoghi che attraverso delle funzioni e delle professioni da inventare, siano capaci di stare nei territori, nei luoghi dove le persone vivono e praticano le loro vite. Basta con l’idea del servizio al quale bisogna accedere…Credo che il pubblico debba finanziare queste funzioni e questa crisi forse un qualche segnale positivo lo sta dando.
I servizi devono anche integrare letture, sguardi, competenze, che siano pubblici o privati, andando al di là della demagogia del lavoro di rete. Bisogna lavorare insieme. Ma chi ci dice di stare insieme? Io sono privato sociale, attivare collaborazioni e integrazioni deve essere una funzione pubblica. E il politico oggi deve anche scegliere cosa finanziare e cosa no. Di progetti e bandi non se ne può più e non ce la si fa più. Bisogna smetterla con l’era delle sperimentazioni, perché ogni volta che si fa una sperimentazione e il progetto non viene messo a regime, si chiudono delle relazioni umane, ogni volta che si chiude un progetto, si pensi alla 285, si chiudono delle relazioni, dei legami, della situazioni d’aiuto e quella chiusura diventa una ferita in più. Sono anni che andiamo avanti così e ci stupiamo della sfiducia delle persone verso le istituzioni…
C’è un’ultima questione importante sulla quale dovremmo aprire una riflessione. Un anno fa, una donna musulmana, dopo un lento processo di avvicinamento e di costruzione di fiducia, ci ha proposto di poter cucinare dei piatti tipici da vendere al mercatino che realizziamo, ma non abbiamo potuto fare nulla perché la burocrazia ci vietava di vendere prodotti cucinati al mercatino. Credo che ci stiamo facendo ammazzare dalla burocrazia e su questo dovremmo aprire una riflessione, dovremmo svelare alcuni paradossi del nostro tempo per cui teorizziamo stili di vita, scelte, promozioni di legami, ma poi c’è una burocrazia che ostacola ogni forma di convivialità, di attivazione, di legame. Quali leve ho per costruire comunità se non posso condividere dei gesti quotidiani…..l’anno scorso a Milano abbiamo avuto un inverno molto freddo. I produttori del mercato agricolo ci hanno proposto di cucinare e distribuire risotto caldo a chi veniva a fare la spesa ma anche alle persone del quartiere. Certo nulla di risolutivo, ma lo abbiamo sentito come un gesto di accoglienza e attenzione. Non abbiamo potuto perché le norme non lo consentono. Non siamo contro le regole, anzi sono necessarie proprio per regolare la vita sociale degli individui, ma le regole devono facilitare l’aggregazione, la vicinanza tra le persone e altrimenti vengono vissute come coercitive e ostacolanti. Oggi o eroghiamo prestazioni o organizziamo eventi…
Il Prof. Zamagni, in un convegno aveva sottolineato in modo molto incisivo come “alla fine il welfare state per garantire l’uguaglianza ha prodotto la burocrazia”. Se l’unico strumento che abbiamo per garantire l’uguaglianza è la formalizzazione, la burocrazia, la proceduralizzazione, dobbiamo interrogarci sulla ricaduta della burocrazia sul senso della vita quotidiana delle persone.

Quali azioni, come cooperativa, state promuovendo, a sostegno delle famiglie nei territori dove operate?

Il nostro centro per le famiglie eroga prestazioni, ma stiamo cercando di creare dei dispositivi per cui le singole erogazioni di prestazioni riescano ad essere dentro a una visione più collettiva e territoriale. Ultimamente abbiamo lavorato anche alla definizione di un nome per il Centro e abbiamo fatto molta fatica a trovare un nome che sintetizzasse i significati e i dispositivi che lo caratterizzano. Centro famiglia era fuori discussione, ma volevamo trovare delle parole che potessero esprimere dei concetti un po’ diversi, allargati. Alla fine abbiamo scelto “Centro famiglie e dintorni”, nel senso che intorno alla famiglia c’è tanto e che le famiglie sono tante.
La specificità del nostro Centro è la presenza di una operatrice con un ruolo di community working che cerca di costruire reti di legami, non progettuali, legami sul territorio che consentano ai bisogni e alle risorse di emergere in modo diverso da come emergerebbero, codificati, nel servizio e in relazione alle prestazioni che il servizio eroga. Il tentativo è di tenere insieme la staticità con la flessibilità, una flessibilità che non è contrattuale, ma una flessibilità della struttura organizzativa che consenta, di fronte alla trasformazione dei processi sociali così veloce, di avere competenze nell’intercettarli e di offrire anche alcuni “spazi vuoti” dentro ai quali possa entrare, accedere chi noi non avevamo contemplato. Non è facile, ma è molto interessante perché puoi scoprire che di fianco al Centro abita una persona che lavora in modo particolare con i bambini e il Centro può diventare un luogo dove proporre alcuni momenti di lavoro con i bambini che non avevamo previsto.
E la flessibilità va anche trasmessa, comunicata, perché le persone possano venire al Centro a raccontare delle cose, a proporre, a confrontarsi. E questa flessibilità è anche una buona strategia per evitare che l’équipe si chiuda troppo su se stessa, per evitare forme di burn-out professionale.