In quale direzione stiamo andando?

Storicamente la spesa sociale dei comuni lombardi

[1] ha conosciuto una lenta espansione (nel triennio 2006-2009 mediamente +3% all’anno). La novità del 2010 è che questo sviluppo sembra arrestarsi. Nella provvisorietà dei dati sui rendiconti 2010 (ci vorrà ancora molto tempo per censire integralmente gli oltre 1500 comuni),  i primi confronti diffusi dall’Istat tra la spesa 2010 e quella 2009 (tab.1), ci dicono che nell’ultimo anno, in termini nominali, la spesa è aumentata solo dello 0,5% (molto meno dell’inflazione); secondo altre fonti, nello stesso anno la spesa sociale in Lombardia si sarebbe addirittura ridotta (0,8% secondo le stime Ifel)[2].
Di certo si sa che nel 2010 questa spesa non si è adeguata alla crescita della popolazione lombarda, vale a dire si è ridotta in termini pro-capite (secondo i dati Istat dello 0,3%, tab. 2, secondo quelli Ifel del 2,9%).

Cosa sta avvenendo nelle altre regioni?

In generale, nel resto delle regioni del Centro Nord (escluso quelle a statuto speciale), le risorse che i comuni hanno dedicato al sociale sono aumentate dell’1,6% nel 2010. La Toscana è l’unico caso in cui l’espansione è stata particolarmente sostenuta (+7%), Emilia Romagna, Umbria e Lazio crescono di circa il 2,5-3% annuo, mentre gli investimenti per il sociale subiscono una battuta d’arresto in Liguria e Veneto. In Lombardia, quindi, i freni alla crescita sono maggiori rispetto al resto del Centro-Nord, come dire che la crisi dei servizi sembra arrivare qui prima che altrove (Tab. 1).
La Lombardia resta una regione con una spesa pro-capite oltre la media delle regioni del Centro Nord (154,31 eur contro di 152 eur, Tab. 1.), ma si allarga il divario con le realtà che investono di più in questo settore (ad esempio i 197,3 eur dell’Emilia Romagna).

Quale priorità è stata riconosciuta agli interventi sociali?

Il dato  sulla sostanziale stabilità della spesa sociale del 2010 va confrontato con l’evoluzione delle risorse complessivamente gestite dai comuni: la spesa corrente dei comuni lombardi è cresciuta complessivamente del 2,7%[3], quindi più velocemente della spesa sociale, ne consegue che si è ridotto il peso del sociale all’interno dei bilanci comunali (dal 20,2% del 2009 al 19,7% del 2010, Tab. 2).
Nel resto del paese, invece,  negli anni più recenti la spesa sociale ha conosciuto una dinamica più forte rispetto al resto della spesa comunale (a livello nazionale 4% contro 2,1% tra il 2009 e il 2010 secondo i dati Istat), assumendo una funzione di ammortizzatore in tempo di crisi; anche l’Ifel ha sottolineato come negli anni più recenti  il sociale sia tra le componenti che contribuiscono maggiormente all’espansione della spesa dei comuni italiani in tempo di crisi[4].
Questo ruolo anticiclico della spesa sociale è poco presente in Lombardia, dato che i freni alla crescita sembrano interessare, oltre che i bilanci comunali nel loro complesso, anche gli interventi sociali: in altre parole il sociale non è stato risparmiato dai sacrifici per il risanamento della finanza locale.

Come si modificano le componenti della spesa sociale ? Chi sale e chi scende

Considerando separatamente i singoli interventi (tab. 2), dai bilanci dei comuni lombardi notiamo che crescono le risorse per gli asili e per i servizi residenziali per gli anziani: i primi del 2,4% – tutto sommato non molto per essere un anno che ha beneficiato delle risorse del Piano Nidi – , i secondi addirittura dell’11%. All’opposto diminuisce notevolmente la spesa per i servizi di prevenzione e riabilitazione (-17%) e quella per i servizi sociali più generali (assistenza/beneficienza, – 0,65%). Questo dualismo potrebbe significare che resistono i servizi tradizionali-consolidati, mentre i tagli interessano le componenti più innovative (strutture di prevenzione, punti di accesso, ecc).
Sta cambiando anche il modo di produrre gli interventi sociali. E’ in aumento l’acquisto di servizi-prestazioni da soggetti esterni convenzionati (+3,6%, tab. 2), mentre la produzione diretta di servizi da parte dei municipi con proprio personale non cresce quasi per niente (+ 0,6% la variazione del costo del personale dei servizi sociali). Prevale sempre più la logica del “buy” su quella del “make” (a ciò potrebbero aver contribuito alcuni interventi regionali,  come la Dgr 11152/2010 che ha previsto che le risorse del Piano Nidi dovessero essere destinate all’acquisto di posti convenzionati). Oggi oltre la metà della spesa sociale è destinata all’acquisto di servizi da soggetti profit e non profit.
Un tipo di interventi che si sta riducendo sono i trasferimenti in denaro (contributi a famiglie, associazioni, ecc). In Lombardia le prestazioni monetarie erogate dai comuni sono diminuite del 3,6% nel 2010. Un fenomeno spiegabile innanzi tutto dalle politiche regionali sui titoli sociali, che in quel periodo hanno promosso il passaggio dai buoni ai voucher. Tuttavia, il freno all’erogazione di contributi monetari è anche leggibile come uno degli effetti della crisi economica sui comuni: in epoca di austerità, i municipi hanno cominciato a tagliare sulle componenti più facilmente aggredibili, come gli interventi in denaro.

Come stanno cambiando le compartecipazioni?

Un dato su cui vale la pena riflettere è che nel 2010 sono aumentate significativamente le entrate proprie dei comuni lombardi per i servizi sociali (+12%, Tab. 1); considerando che questa voce è costituita prevalentemente dalle compartecipazioni ai costi richiesti dagli utenti, sembra diventare questo il principale motore per la sostenibilità dei servizi sociali. Addirittura nell’ultimo anno in questione, di fronte a un aumento della spesa sociale di meno di 8 milioni, le entrate proprie sono aumentate di ben 20 milioni, quindi oltre il doppio. Nel 2010 il 12,5% della spesa sociale lombarda è stata finanziata dalle compartecipazioni degli utenti, una quota decisamente elevata rispetto al resto delle regioni del Centro Nord, dove la quota a carico delle famiglie è circa il 9,8% Tab. 1).

Quali messaggi per le prospettive future?

Lo stop alla crescita della spesa sociale lombarda del 2010 solleva fondate preoccupazioni sulla sua evoluzione degli anni successivi. Se queste tensioni emergono per un esercizio, come quello del 2010, in cui ancora si poteva confidare su una serie di finanziamenti nazionali (Fnps, Piano Nidi, Piano Famiglia, Fondo Nazionale per la non Autosufficienza), è ragionevole aspettarsi che nel biennio 2011-2012, le sofferenze per questo settore si siano acutizzate, poiché i finanziamenti nazionali si sono esauriti e il Fondo Sociale Regionale è stato significativamente ridimensionato; per di più, dopo il 2010 tutte le manovre di finanza pubblica hanno inasprito gli obiettivi finanziari per i municipi, richiedendo a questo livello di governo contributi sempre maggiori al miglioramento dei conti pubblici e tagliando i trasferimenti generali. I segnali emersi per il 2010 potrebbero essere solo un assaggio di una più intensa crisi odierna dei servizi.

 


[1] Si considera la spesa corrente per la funzione sociale dei comuni al netto del servizio necroscopico e cimiteriale.
[2] Sia l’Istat che l’Ifel hanno diffuso dati provvisori sui rendiconti dei comuni al 2010 (Istat, I bilanci consuntivi delle amministrazioni comunali e Ifel, Il quadro finanziario dei comuni); entrambe le fonti traggono origine dalla banca dati dei rendiconti del Ministero dell’Interno dei certificati dei comuni, le differenze di risultati dipendono dal fatto che non sono ancora integralmente disponibili i dati dell’intero universo dei municipi. In questa analisi si è preferito fare riferimento ai dati Istat perché forniscono un maggior livello di dettaglio.
[3] Al netto del servizio viabilità e trasporti. E’stato necessario considerare il bilancio al netto di questa partita per avere dati omogenei tra i due anni; altrimenti i confronti sarebbero stati alterati dal fatto che  solo dal 2010 il Comune di Milano ha inserito in bilancio il costi dell’azienda di trasporto pubblico locale, una partita davvero ingente.
[4] Ifel, Il quadro finanziario dei comuni, anni 2012 e 2011