Quale è la situazione attuale in termini di assegnazione del FSR per il distretto di Treviglio, in comparazione con lo scorso anno?

Nel 2011 il FSR per il nostro ambito ammontava a oltre 712mila euro, di cui una minima parte andava per l’area disabilità, circa 40mila euro per sfa, cah e sadh e circa 30 per il nil (oggi non più finanziabile dal fondo regionale).
Il finanziamento sulla disabilità è dunque tradizionalmente basso, in relazione al fatto che nel nostro territorio manca offerta. Non ci sono CSE, è presente un solo sfa e 2 comunità alloggio. Inoltre è da sempre bassa anche la compartecipazione alla spesa da parte degli utenti, sono servizi che vengono sostenuti direttamente e in gran parte dai comuni.
L’assegnazione di quest’anno cambia radicalmente gli equilibri.
Il finanziamento “tradizionale” del fondo  è di circa 407 mila euro, quindi 42% in meno rispetto allo scorso anno, e questo produrrà significativi impatti su alcune aree di servizio.
A queste si aggiungono le risorse che deriveranno dall’integrazione del fondo secondo la dgr 3850, a valere sulla disabilità, e che andranno ad incrementare notevolmente quanto tradizionalmente destinato a quest’area di servizi.  Facendo una prima stima, in riferimento alla popolazione con disabilità del nostro distretto, potrebbero arrivare circa 300 mila euro, da ripartire tra comuni e utenza, una quota quindi decisamente superiore ai 71mila euro destinati nel 2011.

Qual è l’impatto principale di queste  risorse sull’area disabilità?

Il nostro ambito è caratterizzato per una compartecipazione bassissima dell’utenza al costo dei servizi, l’onere è quasi totalmente dei comuni, che hanno da sempre un’esposizione importante sui servizi per la disabilità. Sul comparto socio-assisitenziale la spesa sociale del 18 comuni per il 2011 è stata di oltre 300mila euro, contro una compartecipazione dell’utenza di circa 60mila euro. E’ ipotizzabile quindi  che gran parte delle risorse della dgr  vadano a costituire per i comuni un’occasione di recupero delle risorse che spendono sulla disabilità.
Un impatto positivo è dunque per i comuni, che, proprio  in un momento di tagli generali che stanno fortemente penalizzando gli enti locali, con queste risorse vedono la possibilità di compensare una quota consistente della propria spesa sociale.
Non c’è invece grande impatto per l’utenza, perché già compartecipa molto poco e quindi non si vedrà rimborsare molto dai voucher

[1], ma direi neanche per i gestori. Con queste regole nulla va più ai gestori direttamente, ma l’impatto è nullo perché, come detto, sul nostro ambito già prendevano molto poco e l’azzeramento dei trasferimenti sul costo non produrrà su quest’area di servizi grandi stravolgimenti.

E sul resto delle unità d’offerta sociali? Quelle per la prima infanzia, tutela, domiciliarità anziani e minori?

Su questo l’impatto è forte e negativo. Dicevo che le risorse si sono quasi dimezzate (-42%) e l’assemblea ha dovuto scegliere se effettuare un taglio lineare su tutti i servizi oppure scegliere per priorità. Si è deciso per la seconda strada:

  • scegliendo di finanziare solo i servizi comunali o a gestione associata
  • e privilegiare la domiciliarità anziani e minori (sad e adm)  e, anche se con alcune riduzioni,  le comunità educative
  • sono invece stati tagliati in maniera decisa i finanziamenti ai 3 nidi comunali
  • e si sono azzerati tutti i contributi ai gestori privati.

Dunque l’impatto negativo è certamente rilevabile per i comuni, in particolare per i servizi prima infanzia, e per tutti i gestori privati di unità d’offerta socio-assisitenziali in particolare rivolti ad anziani e minori. Sull’infanzia infatti qualche compensazione viene dai voucher del piano nidi, destinati solo alle unità d’offerta private.

In generale queste nuove regole che impatto hanno sulla programmazione?

Se sono positive per come abbiamo detto, per le compensazioni sulla spesa sociale dei comuni, dall’altra sono molto critiche per la programmazione locale.
Sostanzialmente con queste regole si salta un livello di governance. L’assemblea dei sindaci è di fatto impossibilitata a poter scegliere sulla destinazione di queste risorse.  Se venissero date all’ambito per gestire la spesa sulla disabilità dei comuni, potrebbero ad esempio essere utilizzate in maniera differenziata per agire sul sistema d’offerta, stimolando la nascita di nuovi servizi sul territorio, che qui non ci sono. Questa possibilità invece è preclusa, perché la modalità del rimborso non sostiene la programmazione locale.
Più in generale con queste nuove regole sembra definitivamente tramontare l’auspicio dell’attuazione dell’indirizzo regionale di un fondo indistinto. Da tempo ci troviamo  in presenza di una pluralità di fondi, finalizzati, che rispondono a criteri specifici, e su cui gli ambiti sono chiamati ad un ruolo di meri esecutori, avendone in aggiunta solo l’onere della gestione amministrativa, che, per altro, causa un dispendio considerevole di energie.
Avere dei fondi destinati e finalizzati impedisce di muovere le tre leve su cui stiamo cercando di lavorare come piano di zona per rendere il sistema dei servizi più sostenibile:

  • lavorare sulla revisione delle modalità gestionali dei servizi, anche con il diretto coinvolgimento degli enti gestori.  Se abbiamo fondi a disposizione possiamo pensare di fare dei ragionamenti con gli enti sulle tipologie di prestazioni, sul ripensamento dell’insieme dei servizi presenti sul territorio e anche lavorare sulla loro sostenibilità. Se i fondi non li abbiamo noi, ma arrivano direttamente in modalità di rimborsi ai comuni o alle famiglie, questa non è più una leva che possiamo usare, soprattutto a “0”risorse;
  • lavorare sulla prevenzione. Questo riguarda più che altro la parte della dgr riferita ai 24 milioni destinati ai minori. Anche qui, se c’è la possibilità di programmare le risorse, si può scegliere quale destinazione dare tra interventi preventivi e riparativi, e quindi orientare le linee di policy dei prossimi anni. Se invece le risorse sono  già assegnate, con quote specifiche, sulla riparazione allora anche questa leva viene meno;
  • lavorare sulla compartecipazione dell’utenza. Intervenire con una logica di rimborso all’utenza, senza poterne governare la connessione con regole di compartecipazione che si sono definite, ancora una volta affievolisce la possibilità di utilizzo di quest’altra leva.

C’è poi un ultimo aspetto, quello del passaggio da un finanziamento sulla spesa storica (e dunque sui servizi) ad un finanziamento procapite. Questo era un obiettivo dichiarato più volte dalla Regione, ma che da anni ormai è bloccato, per questioni prevalentemente politiche, sul 50%-50%. Il passaggio al procapite sarebbe invece l’occasione per usare il fondo sociale regionale non tanto come rimborso ai gestori delle strutture sul territorio  ma alle spese relative ai cittadini di quel territorio, anche di chi fruisce di servizi fuori ambito. Le regole della dgr 3850 in parte sembrano andare in questa direzione, ma il complesso del FSR è ancora regolato alla vecchia maniera, e quindi questa non è stata l’occasione per trovare attuazione definitiva all’obiettivo regionale.

 


[1] Bisognerà vedere i dati definitivi della regione se faranno emergere un numero consistente di utenza che  fruisce dei servizi fuori ambito e senza compartecipazione comunale, che potrebbe quindi rivedere la percentuale di distribuzione del fondo tra comuni e utenza.