Premessa
Per una analisi statistica dell’evoluzione delle famiglia lombarde si rimanda al rapporto “Dossier Famiglie in cifre”. Per una descrizione e mappatura di alcuni dei cambiamenti e delle questioni che stanno caratterizzando l’evoluzione delle famiglie lombarde e che interrogano i decisori e i progettisti di politiche e servizi per le famiglie, si rimanda al contributo di Elisabetta Dodi, pubblicato nella sezione Dati e Ricerche .
La “morfogenesi” delle forme familiari
Diversi documenti e analisi statistiche sembrano evidenziare in modo sempre più evidente un insieme di fenomeni generativi di una veloce “morfogenesi” delle forme familiari più tradizionalmente intese: maggior articolazione dei tempi e dei modi di costituzione della famiglia, modesta crescita del tasso di natalità in decrescita, crescita dell’età media di procreazione, aumento dei nuclei familiari con storie migratorie e aumento del numero di famiglie miste…
Alla luce di questa molteplicità di fenomeni ed alla pluralizzazione delle forme familiari (famiglie senza figli, famiglie monoparentali, famiglie ricomposte, famiglie con figli adulti…), la definizione stessa di cosa sia “famiglia” si complessifica .
La definizione anagrafica di famiglia è molto limitata e in parte fuorviante. Da un lato non contempla le relazioni tra persone che non vivono sotto lo stesso tetto, dall’altro include nella definizione anche persone che vivono sole (“famiglie unipersonali”).
Quello a cui fa riferimento l’Anagrafe è più vicino al concetto di ”aggregato domestico”. Più saggiamente la lingua inglese distingue, infatti, tra family e household. Tutte le household possono essere destinatarie di politiche sociali, ma “family” è molto più del semplice vivere sotto lo stesso tetto e lo è anzi sempre meno. Questo ha implicazioni anche per le politiche e per le priorità da individuare.
Ad esempio, cresce il numero di persone che vivono sole. Ma quante, poi, di queste situazioni possono nascondere condizioni effettivamente di vulnerabilità? In tale categoria rientrano sia i giovani che escono conquistando una propria autonomia dalla famiglia di origine, spesso in corrispondenza con un’offerta di lavoro, ma sempre di più anche anziani. Ma anche tra gli anziani le condizioni possono essere molto diverse. La definizione anagrafica ci consente solo di vedere se l’anziano vive da solo, ma non se è o meno “isolato”. Non ci dice se vive in stretta prossimità con la famiglia di un figlio o una figlia, fornendo e ricevendo supporto emotivo e materiale. Manca ciò che davvero conta per misurare le vere condizioni di vita delle famiglie e per mirare l’azione delle politiche.
La famiglia va insomma intesa soprattutto come relazione alla base della quale sta l’azione del prendersi cura in modo privilegiato, sia sull’asse orizzontale, nel rapporto di coppia, sia su quello verticale, nel rapporto tra generazioni. E’ però questo secondo asse quello principale e imprescindibile.
Un altro punto importante è passare da una lettura statica ad una dinamica della famiglia e del suo corso di vita. Una giovane coppia appena formata e una coppia di anziani hanno caratteristiche molto diverse pur essendo catalogate sotto lo stesso gruppo di coppia senza figli. Ma la coppia giovane è in una fase di formazione della famiglia e di sua potenziale estensione e sviluppo in verticale che adeguate politiche potrebbero incentivare e favorire.
Per evitare controversie ideologiche che frenano l’azione nei confronti di obiettivi di benessere condiviso può allora essere utile adottare un approccio dinamico e child-centred. In quest’ottica le politiche per la famiglia mirano prima di tutto a ciò che va a favore della procreazione e a vantaggio dei bambini; intendono le nuove generazioni come un bene comune, dalla cui crescita solida e rigogliosa tutta la collettività ha da guadagnare. Questa impostazione è coerente anche con la crescente importanza riconosciuta all’investimento sul capitale umano. Un welfare “attivante” che va in questa direzione coniuga gli obiettivi di riduzione delle disuguaglianze con quelli dell’incentivo allo sviluppo. Cruciali diventano quindi le politiche attente alla prima infanzia, che si preoccupano della rimozione degli svantaggi di partenza e di promozione della crescita.
I fenomeni che interessano le famiglie di oggi
La pluralizzazione delle forme familiari a sua volta, nella relazione con il contesto socio economico presente, sembra generare alcuni fenomeni specifici (famiglie lunghe, generazioni sandwich, doppia presenza e conciliazione, solitudine e fragilità dei legami, nuove forme contrattuali e trasformazione delle forme di protezione e tutela) e nuovi bisogni.
Quali fenomeni sembrano maggiormente caratterizzare il sistema famiglia in questa fase storica? Quali bisogni specifici le famiglie lombarde esprimono oggi?
Il quadro dei cambiamenti familiari degli ultimi dieci anni e in corso è abbastanza chiaro e documentato. I fenomeni principali sono: le trasformazioni nei tempi e modi di formazione della famiglia, l’instabilità coniugale, le difficoltà dei giovani nel conquistare una propria autonomia, il crescente impegno femminile fuori dalle mura domestiche, l’invecchiamento della popolazione, l’immigrazione.
Box 1 – Famiglie sempre più piccole
Le famiglie sono sempre più piccole per il calo della fecondità, l’aumento dell’invecchiamento della popolazione e l’aumento dell’instabilità matrimoniale.
Le famiglie di uno o due componenti sono il 55,4% del totale, erano il 51,1% nel 2002-2003.
In particolare il 28,1% sono persone sole, il 27,3% ha 2 componenti, il 20,8% ne ha 3, il 17,8% ne ha 4 e solo il 5,9% ne ha 5 o più.
Quasi la metà delle persone sole è anziana di 65 anni e più. Crescono le persone sole e senza figli, diminuiscono le coppie con figli.
Fonte “Dossier Famiglie in cifre”
Le indagini sociali ci dicono che la famiglia continua ad essere considerata il valore più importante e l’unione attraverso il matrimonio è intesa dalla grande maggioranza come la forma più solida sulla quale costruire una famiglia. Inoltre il numero di figli desiderato è in grande maggioranza di due o più, come conferma anche una recente indagine dell’Istituto Toniolo condotta tramite l’Ipsos.
Come in altri paesi anche nel nostro, seppur con più ritardo e in forme meno accentuate, è però aumentata la propensione nelle nuove generazioni a iniziare a vivere assieme in modo informale, almeno in una prima fase. Spesso il matrimonio arriva successivamente a formalizzare l’unione, quando la relazione di coppia e la condizione lavorativa sono considerate sufficientemente stabili. In molti casi ciò avviene in concomitanza o dopo il primo figlio, il che spiega anche la forte crescita di nascite extranuziali.
E’ aumentata anche la propensione a rimettere in discussione il matrimonio, anche in presenza di figli, nel caso la relazione di coppia non funzioni più e generi continui contrasti e sia diventata solo fonte di infelicità. La conseguenza è un aumento delle famiglie monogenitore e delle famiglie ricostituite. Ma anche dei cosiddetti LAT. La fattispecie dei LAT (Living Apart and Together) si pone in posizione intermedia tra la vita da single e quella a due, nel senso che esiste una relazione di coppia stabile, ma vivendo in due abitazioni distinte. Questo vale per due giovani che vivono per conto proprio o con i genitori, ma con legame affettivo stabile tra di loro, ma molto spesso, ed è la componente in maggior crescita, si tratta di persone con alle spalle un fallimento coniugale. Accade infatti che molte madri sole preferiscano vivere una appagante relazione senza forzare, almeno in una prima fase, una coabitazione tra i propri figli ed il nuovo partner. Una condizione sempre più rilevante che però le fonti ufficiali di base fanno fatica a misurare e rilevarne caratteristiche e implicazioni.
Se l’instabilità coniugale è in crescita, anche se su valori più bassi rispetto alla media europea, maggiore è invece la posticipazione dei tempi di formazione di una propria famiglia, assieme alle difficoltà di conciliazione tra lavoro e presenza di figli, è una delle cause principali della bassa fecondità. Bassa nel senso sia di inferiore rispetto agli altri paesi europei (soprattutto dell’area nord-occidentale) che rispetto ai desideri e alle intenzioni delle stesse coppie italiane e lombarde. E’ vero che la fecondità, dopo il minimo toccato nel 1995, è risalita negli ultimi quindici anni, ma la crescita è stata comunque modesta, in ampia parte dovuta all’immigrazione, ed è stata congelata dalla crisi economica.
Quali politiche per le famiglie?
Come il quadro complessivo descritto interroga le politiche per la famiglia in Lombardia? Quali indicazioni emergono secondo Lei, per le politiche lombarde per le famiglie per i prossimi anni?
Partiamo da quanto ho appena descritto, il divario tra il numero di figli desiderato e quello effettivamente realizzato. Questo divario è dovuto principalmente alla carenza delle politiche familiari. Molto rimane da fare, da un lato per favorire la formazione da parte delle giovani coppie di una propria famiglia in età meno tardiva, e dall’altro per consentire una maggiore conciliazione tra lavoro femminile (o meglio di entrambi i coniugi) e figli.
A sostegno dell’autonomia dei giovani è necessario un pacchetto integrato di azioni (con criteri il più ampi possibili, non restrittivi come spesso accade per politiche solo di facciata) che riguardano sia un più facile accesso al credito per l’acquisto di un’abitazione o l’avvio di un’impresa, sia un reddito di garanzia che protegga attivamente dai rischi di povertà in caso di disoccupazione o sottoccupazione.
Sul versante della conciliazione, oltre all’incentivo a part-time, congedi e flessibilità nella gestione dei tempi di vita, cruciali sono i servizi per l’infanzia e per gli anziani non autosufficienti, in assenza dei quali il carico sulle donne rischia di diventare eccessivo portando a scelte al ribasso nel campo del lavoro e della fecondità.
Le difficoltà di conciliazione portano a scegliere tra rinunciare al lavoro o ai figli. Meno figli significa maggior invecchiamento della popolazione con i costi pubblici che ne conseguono. Maggior invecchiamento, in assenza di adeguato welfare, implica un maggior carico sulle famiglie della cura degli anziani non autosufficienti e quindi, soprattutto, compressione della partecipazione femminile. La minor occupazione fa aumentare il rischio di povertà e produce, quindi, anche maggiori disuguaglianze di partenza per i figli.
Box 2 – La conciliazione lavoro femminile e figli
Il 19% delle donne lombarde è passato da una condizione di occupazione a una condizione di inattività dopo il parto. La media nazionale si attesta sul 13,5%.
In Lombardia quindi emerge un’elevata partecipazione al mondo del lavoro prima della maternità, ma al contempo un’elevata riduzione dopo il parto.
Fonte “IRER – Determinanti sociali e culturali della maternità”
Un aspetto cruciale riguarda il ruolo strategico del pubblico. I nidi privati, generalmente, costano di più e non tengono conto del reddito familiare. Sono quindi accessibili solo a chi ha un reddito medio-alto. La conciliazione va, invece, soprattutto favorita per le donne con istruzione medio-bassa perché è la loro scarsa partecipazione al mercato del lavoro che spiega in larga parte la più ridotta occupazione femminile italiana rispetto agli altri paesi sviluppati.
Inoltre, come osservato da molti studi, quando la rete si sviluppa significativamente, si verifica anche un aumento della domanda che a sua volta stimola l’offerta. Si mette quindi in moto un processo virtuoso che a partire da una offerta pubblica solida di base incentiva anche un utile e prezioso ruolo del privato, del terzo settore e dell’imprenditoria femminile. Ma precondizione perché tale processo si inneschi e si consolidi è cruciale che l’asse portante sia pubblico. L’azione dell’operatore pubblico, deve produrre un’azione positiva non limitata solo all’offerta di base, ma capace di essere un riferimento per gli standard di qualità e per il coordinamento, esercitando un ruolo di regia e garanzia del sistema nel suo complesso.
L’asilo nido è uno strumento indispensabile per una coppia di lavoratori che non voglia rinunciare ad avere figli non avendo nonni vicini e disponibili. Non solo, la qualità stessa del servizio diventa anche il mezzo attraverso il quale attivare un nuovo rapporto di fiducia tra le famiglie e lo Stato, superando alcune resistenze di fondo che non costituiscono un destino immutabile. Chi, poi, ha i nonni a disposizione potrà continuare a preferirli, ma almeno non sarà costretto a condizionare le proprie scelte di vita alla loro prossimità abitativa e alla loro salute. Senza un welfare pubblico adeguato, efficiente e di qualità, le alternative non ci sono e gli aspetti più deteriori del familismo sono destinati a perpetuarsi. Molti studi, inoltre, dimostrano chiaramente come la disponibilità di servizi pubblici non riduca l’intensità dell’impegno e delle responsabilità di cura informale, consente invece alla solidarietà familiare di svolgersi con minor sovraccarico e stress, migliorando nel complesso anche il benessere relazionale.
Due ultimi punti riguardano i due grandi processi in atto dell’immigrazione e dell’invecchiamento della popolazione. La crescita e la coesione sociale della regione dipenderà sempre di più nei prossimi anni dalla capacità di favorire l’integrazione delle famiglie straniere e di investire su una adeguata formazione delle seconde generazioni. Serve una particolare attenzione verso politiche inclusive.
Box 3 – Famiglie straniere e miste
I flussi migratori stanno modificando le famiglie lombarde: crescono matrimoni e nascite in famiglie straniere o miste.
Nel 2008 il 10% dei matrimoni totali sono matrimoni misti.
Il tasso di fecondità delle donne straniere è in diminuzione tanto che sempre più si parla di adattamento delle donne immigrate al modello riproduttivo italiano progressivo e accelerato.
Riguardo all’invecchiamento, la crescente presenza di famiglie di anziani nella popolazione lombarda richiede risposte adeguate. Nella logica dell’invecchiamento attivo va favorita la possibilità di mantenere una propria autonomia e continuare a vivere nella propria abitazione, potenziando però i servizi di assistenza e le reti di aiuto sociale. Una risposta ai bisogni arriva però anche dalla sperimentazione e dagli investimenti in ricerca e sviluppo. Un esempio è quello della progettazione di abitazioni “intelligenti” (smart home), caratterizzate da un ambiente monitorato e sicuro, grazie alla tecnologia digitale, che si adatta alle esigenze di chi la vive e ne facilita le attività.
Infine, le politiche familiari lombarde se vogliono essere all’altezza delle migliori esperienze europee e del compito a cui sono chiamate, devono sempre più prevedere, già in fase di progettazione, un monitoraggio attento della loro implementazione e una valutazione rigorosa e trasparente del loro impatto. Questo al fine di verificare le ricadute effettive degli interventi messi in atto rispetto agli obiettivi prefissati e nello specifico sulla qualità dei servizi offerti, all’interno di un processo di miglioramento continuo.