A maggio la Regione ha annunciato l’intenzione di avviare un percorso di consultazione territoriale per arrivare alla declinazione di un patto per la riforma del  welfare lombardo.  A giugno sono iniziati gli incontri con i territori –  oggi ancora in corso – alla presenza diretta dell’Assessore Regionale Giulio Boscagli.
All’annuncio di questa proposta molte sono state le organizzazioni (enti locali, terzo settore, organizzazioni sindacali, gestori di servizi) che hanno fatto pervenire alla Regione primi commenti e spunti di riflessione utili all’avvio del dibattito.
LS, come di consueto, propone una sintesi dei principali aspetti posti a commento. Data  la particolare ricchezza e articolazione dei contenuti,  si rimanda al dettaglio del materiale raccolto (in allegato) e, per una migliore comprensione del pensiero regionale, all’intervista rilasciata recentemente dal dg Albonetti e ripresa anche sul nostro sito.
Va premesso che quelle qui sintetizzate rappresentano prime riflessioni riferite ad un documento regionale che avanza una proposta di lavoro ed enuncia alcuni principi ispiratori. Sarà interessante osservare gli esiti di questa consultazione, ovvero l’atto programmatorio che ne deriverà, per aprire un dibattito che si confronti su concreti aspetti di merito.

I sì

C’è unanime adesione ad un percorso di confronto finalizzato a costruire un sistema di welfare migliore. Un’azione partecipata che con coraggio, dicono in molti, sappia analizzare la situazione attuale e proporre percorsi e strategie nuove, più rispondenti alla complessità dei bisogni e delle domande poste dalla società attuale, era attesa e auspicata da tempo.
Sì anche alla declinazione di un accordo basato sulla responsabilità di tutti, cosa a cui diversi ribadiscono di non essersi mai sottratti.
Sì, infine, agli incontri diretti con i territori, a patto che non si trasformino in operazioni di pura forma, ma sappiano attivare una reale partecipazione; cogliere le peculiarità dei singoli contesti e dunque portare alla sottoscrizione di indirizzi, obiettivi e strategie realmente condivise e non, come qualcuno dice, la richiesta di adesione ad un “patto a priori”.

I no

Sui Tempi e sui Modi

Perplessità diffuse sono riferite ai modi e ai tempi della proposta: per avviare un confronto serio, che consenta analisi e valutazioni approfondite, come la complessità del tema merita, non possono bastare due mesi di consultazione, né singoli incontri apparentemente di stampo “convegnistico”.
Da più parti si precisa inoltre che un confronto, per essere tale, deve essere basato su dati concreti, e non – o per lo meno non solo – sulla declinazione di principi, cosa che invece sembra proporre il documento regionale. Come a dire: vanno bene i principi e le premesse, ma un patto deve basarsi su obiettivi programmatici chiari e precise strategie attuative, su cui misurarsi e misurare successivamente i risultati del proprio operare.
Un no deciso poi, se questa consultazione non apre ad un cambiamento radicale nelle modalità di gestione della governance da parte della Regione, riprendendo e attuando fattivamente quanto stabilito dalla l.r. 3/2008 sulla partecipazione delle autonomie sociali, e più ingenerale dei cittadini, nella definizione delle politiche e delle risposte ai bisogni delle persone, delle famiglie e delle comunità.
Detto più precisamente, diversi commenti hanno sottolineato come questa consultazione debba promuovere un’inversione di tendenza rispetto alla distorsione attuale, per la quale scelte di grande impatto sul sistema dei servizi, sulle organizzazioni e sui cittadini, vengono attuate per via amministrativa, attraverso delibere settoriali  (es. si fa riferimento alla delibera sui nuovi requisiti di accreditamento e sulla vigilanza ddgr 3540 e 3541, o ancora alle più recenti disposizioni sull’integrazione al Fondo Sociale Regionale e sulla voucherizzazione dei servizi per disabili). Si richiama alla necessità che l’intero processo di riforma venga perseguito per via legislativa, attraverso una riappropriazione da parte della politica dei compiti di indirizzo e governo che le sono propri. In questa direzione va la recente lettera aperta del Forum TS lombardo per  la convocazione urgente di un’audizione in terza commissione.
Un patto  infine che, più che dai principi, deve partire primariamente da una definizione chiara e condivisa dei diritti sociali che si vogliono rendere esigibili. A più voci si richiama quindi alla necessità di definire per il welfare lombardo livelli essenziali di assistenza omogenei (Liveas o Leps), quale primo passo imprescindibile per garantire universalismo ed equità al sistema. Altrimenti, dice qualcuno, è forte il sospetto che questa riforma sia unicamente intesa nella direzione del solo contenimento della spesa.

Sui Principi

I diversi documenti aprono ad alcune puntualizzazioni sui principi di riferimento proposti dalla Regione. Si tratta, più che di aperte contrapposizioni, di attenzioni che si auspica di vedere considerate nell’intendimento degli stessi e nella conseguente declinazione della riforma. Indichiamo i principali, rimandando ancora una volta alla ricchezza e articolazione degli allegati.

Centralità della famiglia
Una sottolineatura comune è riferita al fatto che non si possa parlare di centralità della famiglia senza prima partire dalla centralità della persona – certo intesa nel suo contesto di vita – in quanto titolare di diritti soggettivi, civili e sociali. E questo per diverse ragioni.
Una prima questione è riferita al rischio di una sottrazione della responsabilità di cura e tutela costituzionalmente assegnata alle istituzioni. Si chiede pertanto di porre attenzione a che questo principio non induca ad addossare alla famiglia responsabilità rientranti nelle funzioni pubbliche di soddisfacimento dei diritti soggettivi della persona. Cosa che la aggraverebbe, più di quanto oggi stia già accadendo, di ulteriori e aggiuntivi oneri di cura, penalizzando per altro in modo particolare l’universo femminile, già fortemente esposto a questa pressione.
Si sottolinea poi l’inappropriatezza dell’affermazione rispetto all’unicità del riferimento (la famiglia e non le famiglie) e la scarsa considerazione di alcuni dati di realtà che parlano, invece, di un incremento considerevole delle persone sole, più che dei nuclei familiari tradizionalmente intesi, e dell’indebolimento delle relazioni intrafamigliari.

Dall’offerta alla domanda
Rispetto a come questo principio viene declinato nelle poche righe del documento regionale – competizione tra erogatori, corresponsabilizzazione e libertà di scelta del cittadino – il commento è unanime: non senza  un governo e un accompagnamento nell’accesso e nella presa in carico della persona. Come a dire che la vera questione da mettere a tema è la strutturazione di una presa in carico della persona, che sappia governare l’accesso al sistema, accogliere le domande, valutare in modo efficace i bisogni e dunque delineare percorsi di intervento personalizzati e rispondenti alle reali esigenze. Se non si parte da qui, il rischio è di esporre le persone e le famiglie ad una logica strettamente commerciale e mercantilistica e alimentare la frammentazione e il disorientamento.

Integrazione
Il riferimento regionale a questo principio è la dote welfare, quale “strumento strategico per il raggiungimento della massima integrazione”.
Le perplessità su questo tema sono riferite al fatto che un aspetto così cruciale non possa essere sintetizzato e perseguito con un unico strumento di carattere “erogativo”. E’ necessario dunque considerare i molteplici livelli che interessano il perseguimento dell’integrazione (professionale, funzionale, organizzativa, orizzontale e verticale…) e la sua attuazione deve pertanto passare da una tematizzazione più articolata anche di questi aspetti.
Il richiamo esplicito alla dote apre inoltre a considerazioni riferibili all’idea di un welfare futuro a totale voucherizzazione. Su questo molti sottolineano come di fatto il sistema di accreditamento e l’erogazione di titoli, sperimentato in questi anni, abbia portato ad un progressivo ingessamento del sistema, attraverso un’eccessiva standardizzazione delle risposte. A questo proposito quindi si richiama la Regione a porre adeguata attenzione al fatto che il modello che si vuole oggi rilanciare, ha una responsabilità diretta nell’attuazione di quella deriva prestazionale, che si dice invece di voler superare.  Si intravede quindi un serio problema di coerenza.

Semplificazione
Il principio in sé non può che trovare adesione. Tuttavia si sottolinea da più parti come, proprio le recenti disposizioni sui requisiti di accreditamento e sulle procedure di vigilanza e controllo, vadano esattamente nella direzione opposta, procurando un aggravio di costi e di oneri, e, ancora una volta, un’eccessiva standardizzazione del sistema.

Fattore Famiglia Lombardo
Su questo tema sono riprese da più parti perplessità ampiamente esposte anche dai contributi raccolti in questi mesi da LombardiaSociale, in particolare: il conflitto possibile con la concomitante riforma dell’Isee nazionale, l’opposizione all’applicazione del ffl ai Lea sanitari, e, in alcuni casi, la messa in discussione della  diversificazione di trattamento tra anziani e disabili.

Da questa sintesi, e ancor più dai singoli documenti proposti dalle varie organizzazioni, si può certamente osservare come nei territori la proposta regionale abbia attivato una grande attenzione e  propositività nel voler contribuire in modo fattivo al confronto sul futuro del welfare.
Le consultazioni sono ancora in corso, LombardiaSociale continuerà a seguirne l’evoluzione e, in attesa di conoscere l’esito del processo consultivo, procederà nel proprio lavoro di analisi e di riflessione, funzionale ad alimentare il dibattito e far crescere la discussione intorno al futuro del welfare lombardo.