Qualche coordinata per comprendere il contesto in cui si è sviluppata questa esperienza
L’ambito di Desio – 8 comuni, 195.993 abitanti, area nord ovest della provincia di Monza e Brianza – pur in presenza di una gestione associata per i servizi alla persona, tra l’altro tra le prime sorte in Lombardia (Consorzio Desio-Brianza nel 1982), non annovera la tutela minori tra i servizi in delega. Non esiste un unico servizio di ambito, ma sono delegati all’azienda Consorzio Desio-Brianza da gennaio 2011 solo alcuni servizi specifici e il coordinamento delle attività sovraccomunali collegate alla tutela (affidi, spazio neutro, progetto appartamenti protetti, servizio psicologia d’ambito, consulenza legale, formazione…). I casi di tutela sono gestiti in autonomia dalle singole équipe comunali, in situazioni organizzative molto diversificate.
Le motivazioni del percorso e gli aspetti di maggior rilevanza
La definizione di linee guida comuni agli interventi di tutela nasce principalmente come tentativo di rendere più omogenee le prassi di lavoro delle otto équipe presenti sul territorio e, in parte, anche come occasione per cominciare a mettere a tema l’ipotesi di evoluzione verso un servizio unico di ambito.
L’avvio è stato un percorso formativo-laboratoriale, cominciato a metà 2011 ed è durato circa un anno, nel quale operatori dei servizi minori e famiglia del territorio, alla presenza di esperti esterni, si sono confrontanti su tutte le fasi del processo di lavoro in tutela, nelle diverse prospettive (clinica, sociale e giuridica).
Il percorso ha generato un documento, un protocollo molto articolato, che rappresenta concretamente linee guida di orientamento per le prassi di intervento in tema di tutela.
E’ un percorso, e un prodotto, che presenta una certa rilevanza sotto diversi aspetti:
- ha reso possibile uno spazio di pensiero e di confronto in cui creare condivisione e stimolare un senso di appartenenza. Spazio che, in questo preciso momento storico, all’interno delle singole amministrazioni rischia di essere un po’ in sofferenza, schiacciate come sono dalle pressioni di una domanda in crescita e dalla concomitante riduzione delle risorse a disposizione;
- ha consentito ai Comuni di riconoscere che dal punto di vista metodologico il territorio è più vicino di quanto si potesse pensare. E dunque anche quanto la condivisione di questi anni su tanti temi (supervisione, formazione, consulenze specialistiche ), abbia lasciato segni evidenti negli stili di lavoro e nei modi di agire degli operatori;
- infine ha reso evidente quanto nei percorsi di tutela siano importanti le procedure e i modelli ma soprattutto, come per tutte le professioni che hanno a che fare con la relazione d’aiuto, sia rilevante il pensiero delle singole persone (i valori, le rappresentazioni, i modelli di riferimento…. ) e dunque, connesso a questo, l’importanza di costruire spazi in cui questi modelli diventino espliciti e possano mettersi a confronto con la realtà del le famiglie e dei minori del territorio.
Gli aspetti significativi di questo protocollo
In primo luogo è costruito sulle peculiarità di questo territorio. E’ certamente diverso che prendere procedure già codificate da altri, in questo documento c’è tutta la nostra identità. I contenuti e la struttura rappresentano concretamente come noi abbiamo costruito le nostre pratiche in questi anni e le mediazioni che abbiamo scelto di fare a seguito del confronto avviato nel percorso formativo.
Abbiamo scelto di dare molta rilevanza alla fase di primo intervento – protezione, segnalazione dell’accertamento dell’accaduto – perché secondo noi il servizio di tutela deve saper lavorare in condizioni di emergenza, in tempi veloci, senza essere approssimativo. Abbiamo lavorato quindi su aspetti che sostenessero processi di valutazione rapidi, funzionali a definire i primi passi: come arrivare alla segnalazione, come costruire un contesto di protezione per il minore, come esplorare il contesto sociale, familiare e amicale del nucleo per poter arrivare a prendere delle decisioni.
In relazione al modello valutativo, ci siamo basati sulla struttura ormai consolidata dei fattori di rischio e di protezione proposta da Di Blasio e dal gruppo dell’Università Cattolica, al cui interno però abbiamo inserito nostri indicatori. E nel far questo abbiamo incluso, tra i fattori, anche elementi esterni, che non dipendono dalle caratteristiche del nucleo familiare. Ad esempio il contesto sociale svantaggiato, le difficoltà di accesso a risorse e a servizi del territorio, i tempi lunghi dell’Autorità Giudiziaria, le difficoltà organizzative dei servizi (carenza di risorse, difficoltà ad attivare servizi esterni) ecc… Tutti fattori che, indipendentemente dalle capacità trasformative della famiglia, possono incidere pesantemente nel cronicizzare la situazione o nel rendere difficili i rapporti con i servizi.
Abbiamo poi dedicato una sezione specifica alla visita domiciliare, all’interno dell’indagine psicosociale, poiché la riteniamo un momento molto significativo e molto soggetto a quella discrezionalità di cui si diceva in apertura.
Da ultimo è per noi rilevante il fatto che in alcuni passaggi specifici, come la fase diagnostica, hanno partecipato dando preziosi contributi operatori di altri servizi, nella piena valorizzazione delle prassi esistenti (es. Uonpia).
Certamente questa deve essere intesa come una mappa che aiuta la progettazione e l’assunzione delle scelte. Non deve essere assunta in modo rigido, ma usata appunto come strumento.
Definito il protocollo…e ora? quali rischi si corrono e quali prospettive si aprono?
In primo luogo, questo lavoro ha un senso se viene sperimentato, ovvero se ogni comune, ogni équipe, comincia ad applicarlo concretamente nel lavoro quotidiano. Altrimenti è stato un bel percorso, ma rimane lettera morta.
Cercheremo di sostenere questo passaggio. L’intento è quello di andare avanti con il gruppo intercomunale per approfondire alcuni temi, e verificare l’applicabilità del modello nelle varie fasi. L’intento è anche la costruzione di due gruppi intercomunali di soli psicologi, su strumenti operativi clinici, per metterli in condivisione tra Comuni.
Dal punto di vista istituzionale però, il protocollo deve essere ufficialmente formalizzato dalle amministrazioni. Al momento ci sono situazioni molto diverse: Comuni che l’hanno portato in Giunta e approvato, altri in cui è stato oggetto di confronto con dirigenti e singole équipe, altri in cui la questione non è ancora stata affrontata. Ci pare però importante e imprescindibile che ci sia una validazione istituzionale
La nostra realtà presenta una grande differenza con quella di altre esperienze lombarde (aziende e consorzi), in cui la gestione associata è nata proprio dall’esigenze di gestire i servizi di tutela, una volta tolta la delega all’asl. Il Consorzio Desio-Brianza ha una storia lunga – trent’anni quest’anno – ma è riconosciuto dalle amministrazioni comunali prevalentemente per la gestione dei servizi riferiti alla formazione, alla disabilità e all’inserimento lavorativo. La grande scommessa per il prossimo futuro è capire quanto questo contenitore possa essere funzionale per offrire al territorio servizi di qualità (non necessariamente più economici), anche su quest’area di servizi.
Dunque, per sintetizzare, il protocollo è una buona partenza, ma solo una partenza. Deve avere un punto di arrivo, anche organizzativo: si condividono procedure, modalità, modelli di lavoro, ma il passo conseguente è arrivare a modelli organizzativi comuni. Non sappiamo se questo significherà la gestione dell’intero servizio a livello di Ambito o si svilupperà in altre formule, quel che è certo è che l’integrazione delle professionalità e dei servizi necessari alla tutela deve trovare modi e forme più avanzati in questa direzione.