La relazione con la Regione sta cambiando

Come Terzo Settore siamo stati chiamati nel 2008 a lavorare, insieme ad altre realtà che compongono il Forum Regionale, alla scrittura della  L.R.3 sul governo della rete del territorio e delle unità d’offerta, realizzando un lavoro  che ha rappresentato veramente un modello di sussidiarietà, in particolare nel processo di definizione dell’atto e nel coinvolgimento partecipativo delle organizzazioni del Terzo Settore (TS).
Le cose però sono rapidamente cambiate. Nel novembre 2010, a poco tempo dunque dalla legge regionale,  sono state emanate le Regole di Sistema per l’anno 2011 che, diversamente dalle precedenti, intervenivano pesantemente sul sistema dei servizi e della programmazione sociosanitaria; abbiamo cioè assistito ad una prima modifica sostanziale nell’organizzazione dei sistemi e servizi di welfare attraverso un  provvedimento amministrativo e non attraverso un percorso “politico” simile a quello che aveva caratterizzato la scrittura della Legge 3/2008. Il ruolo fino ad allora riconosciuto alle rappresentanze del Terzo Settore, ruolo peraltro continuamente ribadito in tutte le normative, documenti, seminari o dibattiti pubblici da parte della Regione è stato quindi completamente disatteso.
Da allora si è verificata un’inversione di tendenza, ratificata dalle Regole di Sistema 2012 che hanno spostato il focus dall’offerta – cuore della L.R. 3 – alla domanda, con l’obiettivo di dare centralità al cittadino e libertà di scelta di prestazioni e servizi. Trasformazione che in questi mesi abbiamo progressivamente vissuto con la contingentazione del budget alle strutture accreditate, con la sperimentazione di voucher e che si prospetta continuare per il futuro con l’ipotesi della dote welfare.
Questa generale inversione di tendenza è stata via via accompagnata da sperimentazioni (es. ADI) di cui non ci è dato di conoscere gli esiti e da ulteriori DGR, quali le più recenti relative ai requisiti di esercizio e accreditamento delle UdO socio-sanitarie ( DGR n 3339) e dell’ADI (DGR n. 3340) nelle quali ci pare di intraverdere una sorta di “furore regolamentativo”, di  “accanimento” nel normare e regolamentare addirittura oltre quello che è previsto dal codice civile stesso.

Le preoccupazioni del TS

La prima preoccupazione è legata alla comprensione delle ragioni reali di questo mutamento repentino.
L’impressione  è che  Regione Lombardia, nonostante dichiari l’interesse a porre il cittadino al centro per dare allo stesso capacità di scelta tra i servizi migliori, sia spinta più che altro da preoccupazioni legate alla regolazione della spesa, a fronte di tendenze demografiche future che ne fanno prevedere un’impennata (aumento degli anziani e grandi anziani, aumento della non autosufficienza, bassa natalità e disgregazione del tessuto familiare…).
Se questa fosse l’ottica, il punto di vista sottostante e dominante da cui muove la Regione, diventa  difficile interloquire spostando il ragionamento sul riconoscimento del ruolo che il TS ha svolto in questi anni nel concorrere a produrre un tessuto di servizi, di relazioni e di qualità all’interno delle comunità locali.

Un’altra preoccupazione è legata agli obiettivi propri del TS. La cooperazione sociale, in particolare, è nata proprio per rendere i servizi più flessibili, più prossimi alla domanda e facilmente modificabili al mutare dei bisogni. Siamo nati destrutturando i grandi istituti pubblici, che per loro natura invece erano rigidi, strutturati, standardizzati, eccessivamente regolamentati e indifferenziati. Il rischio è che questa regolamentazione stringente porti il TS a costruire strutture di servizio estremamente rigide, poco flessibili e dunque che minino l’attuale vicinanza  ai bisogni delle persone. Rigidità che per altro risultano molto onerose dal punto di vista degli adempimenti, oltre che a rischio di inefficacia.

Preoccupa quindi la sensazione che interesse della Regione sia quello di ridurre il numero di interlocutori e di gestori dei servizi, privilegiando le grosse realtà, con l’obiettivo primario di ridurre la spesa, ma con il rischio di perdere tutto il lavoro che le cooperative hanno svolto in questi anni grazie al radicamento e alla prossimità al bisogno, modulando proprio in base ad esso, le risposte.

Da ultimo, preoccupa la netta separazione tra l’aspetto sociosanitario e l’aspetto sociale che la Regione conferma anche con questi ultimi atti. Cosa che invece è assolutamente contraria a quello che, come cooperazione sociale, abbiamo sempre cercato di fare e che facciamo sul territorio: non scindere i bisogni della persona, perché  la persona non è scissa. C’è bisogno cioè di un disegno e di una politica capace di integrare le varie politiche di welfare (quelle dei servizi di cura e assistenza insieme con quelle della casa, del lavoro, dell’istruzione e della cultura); c’è bisogno di aumentare tutti quei servizi e quelle azioni di promozione e di prevenzione che tanta parte giocano nell’evitare la cronicizzazione o il peggioramento delle condizioni di disagio o di malessere e quindi agiscono anche sul contenimento della spesa. Con questa separazione si afferma una prevalenza del sociosanitario, pensato soprattutto per rispondere al disagio grave o alla cronicità, con un rafforzamento del ruolo centrale e verticistico delle Asl e invece una grossa sofferenza dei comuni, impoveriti sulla capacità di spesa e  “scippati” della funzione di  governo.

Cosa può fare il TS

  1. A livello Regionale continuare a cercare un dialogo costruttivo e critico con la Regione, a partire dalla partecipazione al confronto chiesto per il patto per un nuovo welfare (dgr 3481 del 16 maggio 2012) in cui ci faremo promotori diretti di una proposta.
  2. Accelerare il processo di irrobustimento dell’impresa cooperativa, in termini di capitale sociale, di patrimonio, di capacità gestionali e di strutture organizzative. Più saremo capaci di essere cooperative vere dal  punto di vista imprenditoriale, meglio sapremo rispondere a queste modifiche organizzative e porci come interlocutore forte nei confronti della Regione.
  3. Insieme a questo, continuare nel lavoro di crescita consapevole e di  partecipazione dei nostri soci, rafforzando la parte cooperativa, societaria della nostra identità, che ci conduca ad affrontare insieme l’attuale  momento di difficoltà. Essere cioè vere imprese e vere cooperative.
  4. Essere nei territori, vicini ai comuni nella battaglia verso la continuità dei servizi, convincendoli che siamo alleati e non solo manodopera gestionale, seppur di altissima qualità.
  5. Essere tempestivamente presenti su tutte le opportunità che si aprono promuovendo accordi tra cooperative. Ad esempio le indicazioni regionali porteranno alla dismissione della gestione diretta dell’ADI (o almeno così dovrebbe essere, stante l’indicazione già di alcuni anni fa, che le ASL non devono più gestire direttamente servizi) e dunque le nostre cooperative devono essere pronte a costruire proposte su questo, valorizzando sperimentazioni, partenariati, accordi  anche con soggetti che appartengono all’area sanitaria.
  6. Costruire patti con cittadini delle nostre comunità, dei nostri quartieri e delle nostra città, soprattutto con quelli che rischiano di non essere considerati, che rischiano di essere tagliati fuori dal sistema.