Un’immigrazione “familiare” e sempre più integrata[1]
L’immigrazione in Lombardia è, come noto, un fenomeno in continua crescita e con una ormai consolidata stabilità, connessa in particolar modo al costante aumento della presenza di stranieri conviventi con i propri familiari.
Secondo la stima diffusa dall’Orim, al 1° luglio 2011, la popolazione straniera, regolare e non, presente in Lombardia e proveniente da Paesi a forte pressione migratoria è pari a 1.269.000 unità, con un incremento del 7% rispetto allo stesso periodo del 2010. Sempre secondo tale stima, la Lombardia detiene una quota pari al 23,7% del totale nazionale, confermandosi così la prima regione italiana per presenza di stranieri.
La consistenza numerica della componente irregolare di immigrati risulta essersi stabilizzata: il tasso di irregolarità del 9%, stimato per il 2011, è il più basso mai osservato nel corso degli undici anni in cui tale dato è stato oggetto di monitoraggio da parte dell’Osservatorio Regionale.
Continua a crescere il livello medio dell’anzianità migratoria: nel 2011 gli stranieri arrivati in Italia da almeno 5 anni ricorrono in oltre l’80% dei casi (+ 5% rispetto al 2010). La componente maschile di stranieri (655.000 unità) continua a superare quella femminile (614.000 unità) sebbene con una progressiva riduzione del differenziale numerico e relativo. Si conferma in costante aumento la presenza di stranieri conviventi con i propri congiunti: nel 2011 circa un soggetto su tre vive in coppia con figli.
In continuità con le precedenti indagini condotte, anche per il 2011 l’Orim propone un’analisi del livello di integrazione della popolazione immigrata attraverso il rispettivo posizionamento nell’indice di integrazione standardizzato[2]. Tra i fattori che si mettono in evidenza:
- Il livello di integrazione degli immigrati presenti in Lombardia è in costante miglioramento con l’aumentare degli anni di permanenza sul territorio italiano, sia per la componente maschile che per quella femminile.
- Chi ha costituito in Lombardia un proprio nucleo familiare classico, vivendo con coniuge e figli, ottiene un punteggio d’integrazione nettamente superiore a chi vive solo o con amici o conoscenti, un punteggio eccellente viene raggiunto da chi è riuscito a riunire in Lombardia l’intero nucleo familiare in emigrazione.
- Gli immigrati presenti in Lombardia nel 2011 hanno raggiunto in media condizioni migliori nella misura del 60% rispetto al collettivo di quelli presenti nel 2001, in particolare rispetto a stabilità residenziale, condizione giuridica, abitativa e lavorativa.
Immigrazione, crisi e partecipazione al mercato del lavoro[3]
I dati relativi alla disoccupazione tra gli stranieri presenti in Lombardia, dopo l’”esplosione” del 2009 e il successivo incremento del 2010, registrano per il 2011 una riduzione sia della componente di disoccupati (-2%) che di coloro in cassa integrazione e mobilità.
A fronte di un reddito familiare mediano (pari a circa € 1.500) sostanzialmente invariato nel 2011, cresce tuttavia, l’incidenza delle spese sostenute per l’acquisto di beni e servizi, con una forte incidenza dei costi legati all’abitazione. Relativamente alla parte di reddito non consumata, quasi 2 famiglie su 3 dichiarano di non riuscire ad accumulare risparmi mensili superiori a € 100; in sofferenza anche le rimesse inviate ai congiunti rimasti in patria.
Tra le dirette conseguenze del perdurare della crisi economica, l’indagine Orim mette in evidenza una maggiore rilevanza di strategie di composizione dei redditi familiari orientate al superamento della formula monoreddito, che ha visto finora un modello di partecipazione all’occupazione prevalentemente maschile. Assume così un nuovo significato, nell’ambito della divisione dei carichi tra i generi, la questione della conciliazione tra lavoro e impegni domestici e familiari.
Sul tema specifico delle donne straniere, il rapporto Orim offre un approfondimento sul tema della conciliazione attraverso lo studio di un caso significativo a livello europeo: quello svedese. Questo l’interrogativo sullo sfondo: quale assetto di welfare è possibile (e sostenibile) per poter garantire una equa partecipazione al mercato del lavoro da parte di tutte le categorie sociali?
L’abitare[4]
La collocazione abitativa della popolazione immigrata è strettamente connessa alla scelta di vita familiare: l’incidenza delle famiglie con coniuge e figli cresce, infatti, al diminuire della dimensione del comune abitato, passando dal 29% nei centri con oltre 100.000 abitanti al 35% in quelli con meno di 10.000.
Le famiglie che scelgono di vivere nei piccoli centri sono in percentuale maggiore proprietari di casa o locatari con sistemazione alloggiativa indipendente, condizioni abitative generalmente caratterizzate da transazioni e da canoni immobiliari più vantaggiosi rispetto a quelli proposti dalle grandi metropoli, dove prevalgono i casi di coabitazione.
Gli indicatori reddittuali segnalano situazioni di maggiore benessere economico tra i percettori di redditi da lavoro che vivono nei comuni con meno di 10.000 abitanti. Seppur con minori entrate finanziarie rispetto ai nuclei familiari che vivono in città a maggiore ampiezza demografica, sono meno gravati dai costi connessi all’uso dell’abitazione, di entità più ridotta.
Rispetto alla rilevazione del 2010 si segnalano, tuttavia, degli scostamenti in negativo nelle carriere abitative: diminuiscono i dati connessi all’acquisizione di una condizione abitativa autonoma (ovvero l’accesso alla casa di proprietà e l’affitto con contratto) mentre al contrario cresce l’irregolarità locativa (senza contratto) così come il dato relativo all’ospitalità gratuita offerta dalla rete parentale e amicale, da interpretarsi come risposta transitoria alle difficoltà contingenti nel sostenere le spese per l’abitazione.
Relativamente alle situazioni di estrema precarietà abitativa, l’aumento più sensibile si registra relativamente al numero di soggetti che dichiarano di vivere in “baracche/luoghi di fortuna” (+ 4.000 unità) e al numero di occupanti abusivi (+ 3.000 unità).
Un terzo delle famiglie straniere in Lombardia nel corso del 2011 si è trovato in arretrato nei pagamenti collegati alla gestione e al costo dell’abitazione (34,1%).
I dati relativi alla capacità di sostenere i costi abitativi mostrano chiari segnali di sofferenza: l’incidenza della spesa per l’alloggio sul reddito familiare risulta particolarmente alta, si riduce la capacità reddituale delle famiglie immigrate di mantenere i costi relativi ad una sistemazione accettabile e, in parallelo, la possibilità di accedere alle risorse finanziarie necessarie ad un miglioramento della propria condizione abitativa.
La salute degli immigrati[5]
La salute della popolazione straniera presente in Lombardia è stata oggetto di approfondimento nel rapporto Orim a partire dai dati relativi all’accesso alle varie strutture ospedaliere dislocate sul territorio, nello specifico dall’analisi delle diagnosi di ricovero, ricavate dalle schede di dimissione ospedaliera.
Il progressivo invecchiamento della popolazione immigrata vede aumentare significativamente le problematiche legate alla salute. Emerge un aumento in particolare delle diagnosi per tumore: stili di vita errati, situazioni precarie e mancato accesso a screening medici sono i principali motivi per cui i casi di tumore tra la popolazione immigrata sono sempre più frequenti. I tumori inoltre vengono diagnosticati in tempi più lunghi, mediamente anche di un anno, rispetto alla popolazione italiana[6], diagnosi tardiva che ha come diretta conseguenza una maggiore difficoltà della cura ed il maggior numero di esiti sfavorevoli.
Il lavoro pubblicato dall’Orim mette in evidenza come per poter pianificare una politica sanitaria in grado di garantire equità di accesso alle cure anche per gli stranieri occorra lavorare ancora in particolare sulla comunicazione e l’informazione rivolte agli immigrati, penalizzate da differenze linguistiche e culturali oltre che da una carente politica dell’accoglienza.
Progettare l’integrazione[7]
Se la legge n. 40 e l’applicazione che ne è stata fatta da parte della Regione Lombardia hanno consentito di avviare un processo di sviluppo e consolidamento dei progetti locali per l’integrazione degli immigrati, è altresì da ricordare, come conferma il rapporto Orim, che dal 2004 le iniziative finanziate con le tradizionali risorse regionali (finanziamenti provenienti dalla L. 40, poi dal FNPS e dai contributi regionali connessi) sono progressivamente diminuite.
L’indagine più sistematica condotta nel 2011 attraverso la rete capillare degli Osservatori provinciali e finalizzata alla ricostruzione del quadro di interventi per l’integrazione realizzati sul territorio (per entità, tipologia, continuità, impatto e ruolo dei vari finanziamenti utilizzati), mette sempre più in evidenza una crescita, sia in termini assoluti che relativi, di finanziamenti alternativi con una crescente presenza del privato sociale come protagonista della progettazione locale per l’integrazione.
Alla guida di questo “welfare alternativo” sono principalmente le fondazioni bancarie (il 41,6% dei progetti realizzati nel triennio 2008-2010 ha potuto usufruire dei loro contributi). Il peso delle fondazioni appare ancora più importante se si guarda all’ammontare delle risorse erogate: da esse provengono, infatti, il 65,8% dei finanziamenti complessivamente assegnati nel triennio[8].
Il ricorso ad altre linee di finanziamento si è rilevato come abbia consentito di coprire una maggiore varietà di aree problematiche consentendo di rispondere ad esigenze altrimenti non evase, quali la domanda di accoglienza/alloggio ma anche questioni ai margini della problematica dell’integrazione (quali ad esempio le situazioni di povertà estrema).
I progetti finanziati in questi anni hanno contribuito alla realizzazione in molti territori di una dotazione minima di servizi (ad esempio di informazione, mediazione) che incontra tuttavia notevoli difficoltà di sedimentazione: nonostante trattasi di interventi sperimentati anche a lungo, faticano ad entrare in modo stabile nel sistema dei servizi e delle politiche locali mettendo in evidenza una precarietà che rimane tutt’ora irrisolta.
[1] Si rimanda nello specifico alla lettura del Capitolo 1. “La popolazione straniera nella realtà lombarda”, a cura di Gian Carlo Blangiardo.
[2] Per la metodologia di costruzione dell’indagine si veda Caria M.P. (2006), Una misura dell’integrazione degli immigrati, in G. C. Blangiardo (a cura di), L’immigrazione straniera in Lombardia. La quinta indagine regionale. Rapporto 2005, Fondazione Ismu, Regione Lombardia, Osservatorio Regionale per l’integrazione e la multi etnicità, Milano, pp.176-186.
[3] Si rimanda alla lettura del Capitolo 1. “La popolazione straniera nella realtà lombarda”, a cura di Gian Carlo Blangiardo e del Capitolo 2. “Famiglie immigrate e partecipazione al mercato del lavoro: la conciliazione come questione emergente”, di Francesco Marcaletti.
[4] Si rimanda alla lettura del Capitolo 5. “L’abitare” di Alfredo Alietti.
[5] Si rimanda alla lettura del Capitolo 4. “La salute degli immigrati in Lombardia” di Nicola Pasini, Armando Pullini, Lia Lombardi e Daniela Carrillo.
[6] Si veda www.aiom.it.
[7] Si rimanda alla lettura del Capitolo 13. “I progetti per l’integrazione degli immigrati nel territorio regionale” di Antonio Tosi, Roberto Cagnoli e Sara Tosi.
[8] A completezza dell’informazione si precisa che il dato rilevato dall’indagine Orim registra come tra il 2008 e il 2010 le risorse “non-Legge n.40” hanno finanziato 377 progetti per un ammontare complessivo di € 23.178.254.
L’immigrazione in Lombardia è, come noto, un fenomeno in continua crescita e con una ormai consolidata stabilità, connessa in particolar modo al costante aumento della presenza di stranieri conviventi con i propri familiari.
Secondo la stima diffusa dall’Orim, al 1° luglio 2011, la popolazione straniera, regolare e non, presente in Lombardia e proveniente da Paesi a forte pressione migratoria è pari a 1.269.000 unità, con un incremento del 7% rispetto allo stesso periodo del 2010. Sempre secondo tale stima, la Lombardia detiene una quota pari al 23,7% del totale nazionale, confermandosi così la prima regione italiana per presenza di stranieri.
La consistenza numerica della componente irregolare di immigrati risulta essersi stabilizzata: il tasso di irregolarità del 9%, stimato per il 2011, è il più basso mai osservato nel corso degli undici anni in cui tale dato è stato oggetto di monitoraggio da parte dell’Osservatorio Regionale.
Continua a crescere il livello medio dell’anzianità migratoria: nel 2011 gli stranieri arrivati in Italia da almeno 5 anni ricorrono in oltre l’80% dei casi (+ 5% rispetto al 2010). La componente maschile di stranieri (655.000 unità) continua a superare quella femminile (614.000 unità) sebbene con una progressiva riduzione del differenziale numerico e relativo. Si conferma in costante aumento la presenza di stranieri conviventi con i propri congiunti: nel 2011 circa un soggetto su tre vive in coppia con figli.
In continuità con le precedenti indagini condotte, anche per il 2011 l’Orim propone un’analisi del livello di integrazione della popolazione immigrata attraverso il rispettivo posizionamento nell’indice di integrazione standardizzato[2]. Tra i fattori che si mettono in evidenza:
- Il livello di integrazione degli immigrati presenti in Lombardia è in costante miglioramento con l’aumentare degli anni di permanenza sul territorio italiano, sia per la componente maschile che per quella femminile.
- Chi ha costituito in Lombardia un proprio nucleo familiare classico, vivendo con coniuge e figli, ottiene un punteggio d’integrazione nettamente superiore a chi vive solo o con amici o conoscenti, un punteggio eccellente viene raggiunto da chi è riuscito a riunire in Lombardia l’intero nucleo familiare in emigrazione.
- Gli immigrati presenti in Lombardia nel 2011 hanno raggiunto in media condizioni migliori nella misura del 60% rispetto al collettivo di quelli presenti nel 2001, in particolare rispetto a stabilità residenziale, condizione giuridica, abitativa e lavorativa.
Immigrazione, crisi e partecipazione al mercato del lavoro[3]
I dati relativi alla disoccupazione tra gli stranieri presenti in Lombardia, dopo l’”esplosione” del 2009 e il successivo incremento del 2010, registrano per il 2011 una riduzione sia della componente di disoccupati (-2%) che di coloro in cassa integrazione e mobilità.
A fronte di un reddito familiare mediano (pari a circa € 1.500) sostanzialmente invariato nel 2011, cresce tuttavia, l’incidenza delle spese sostenute per l’acquisto di beni e servizi, con una forte incidenza dei costi legati all’abitazione. Relativamente alla parte di reddito non consumata, quasi 2 famiglie su 3 dichiarano di non riuscire ad accumulare risparmi mensili superiori a € 100; in sofferenza anche le rimesse inviate ai congiunti rimasti in patria.
Tra le dirette conseguenze del perdurare della crisi economica, l’indagine Orim mette in evidenza una maggiore rilevanza di strategie di composizione dei redditi familiari orientate al superamento della formula monoreddito, che ha visto finora un modello di partecipazione all’occupazione prevalentemente maschile. Assume così un nuovo significato, nell’ambito della divisione dei carichi tra i generi, la questione della conciliazione tra lavoro e impegni domestici e familiari.
Sul tema specifico delle donne straniere, il rapporto Orim offre un approfondimento sul tema della conciliazione attraverso lo studio di un caso significativo a livello europeo: quello svedese. Questo l’interrogativo sullo sfondo: quale assetto di welfare è possibile (e sostenibile) per poter garantire una equa partecipazione al mercato del lavoro da parte di tutte le categorie sociali?
L’abitare[4]
La collocazione abitativa della popolazione immigrata è strettamente connessa alla scelta di vita familiare: l’incidenza delle famiglie con coniuge e figli cresce, infatti, al diminuire della dimensione del comune abitato, passando dal 29% nei centri con oltre 100.000 abitanti al 35% in quelli con meno di 10.000.
Le famiglie che scelgono di vivere nei piccoli centri sono in percentuale maggiore proprietari di casa o locatari con sistemazione alloggiativa indipendente, condizioni abitative generalmente caratterizzate da transazioni e da canoni immobiliari più vantaggiosi rispetto a quelli proposti dalle grandi metropoli, dove prevalgono i casi di coabitazione.
Gli indicatori reddittuali segnalano situazioni di maggiore benessere economico tra i percettori di redditi da lavoro che vivono nei comuni con meno di 10.000 abitanti. Seppur con minori entrate finanziarie rispetto ai nuclei familiari che vivono in città a maggiore ampiezza demografica, sono meno gravati dai costi connessi all’uso dell’abitazione, di entità più ridotta.
Rispetto alla rilevazione del 2010 si segnalano, tuttavia, degli scostamenti in negativo nelle carriere abitative: diminuiscono i dati connessi all’acquisizione di una condizione abitativa autonoma (ovvero l’accesso alla casa di proprietà e l’affitto con contratto) mentre al contrario cresce l’irregolarità locativa (senza contratto) così come il dato relativo all’ospitalità gratuita offerta dalla rete parentale e amicale, da interpretarsi come risposta transitoria alle difficoltà contingenti nel sostenere le spese per l’abitazione.
Relativamente alle situazioni di estrema precarietà abitativa, l’aumento più sensibile si registra relativamente al numero di soggetti che dichiarano di vivere in “baracche/luoghi di fortuna” (+ 4.000 unità) e al numero di occupanti abusivi (+ 3.000 unità).
Un terzo delle famiglie straniere in Lombardia nel corso del 2011 si è trovato in arretrato nei pagamenti collegati alla gestione e al costo dell’abitazione (34,1%).
I dati relativi alla capacità di sostenere i costi abitativi mostrano chiari segnali di sofferenza: l’incidenza della spesa per l’alloggio sul reddito familiare risulta particolarmente alta, si riduce la capacità reddituale delle famiglie immigrate di mantenere i costi relativi ad una sistemazione accettabile e, in parallelo, la possibilità di accedere alle risorse finanziarie necessarie ad un miglioramento della propria condizione abitativa.
La salute degli immigrati[5]
La salute della popolazione straniera presente in Lombardia è stata oggetto di approfondimento nel rapporto Orim a partire dai dati relativi all’accesso alle varie strutture ospedaliere dislocate sul territorio, nello specifico dall’analisi delle diagnosi di ricovero, ricavate dalle schede di dimissione ospedaliera.
Il progressivo invecchiamento della popolazione immigrata vede aumentare significativamente le problematiche legate alla salute. Emerge un aumento in particolare delle diagnosi per tumore: stili di vita errati, situazioni precarie e mancato accesso a screening medici sono i principali motivi per cui i casi di tumore tra la popolazione immigrata sono sempre più frequenti. I tumori inoltre vengono diagnosticati in tempi più lunghi, mediamente anche di un anno, rispetto alla popolazione italiana[6], diagnosi tardiva che ha come diretta conseguenza una maggiore difficoltà della cura ed il maggior numero di esiti sfavorevoli.
Il lavoro pubblicato dall’Orim mette in evidenza come per poter pianificare una politica sanitaria in grado di garantire equità di accesso alle cure anche per gli stranieri occorra lavorare ancora in particolare sulla comunicazione e l’informazione rivolte agli immigrati, penalizzate da differenze linguistiche e culturali oltre che da una carente politica dell’accoglienza.
Progettare l’integrazione[7]
Se la legge n. 40 e l’applicazione che ne è stata fatta da parte della Regione Lombardia hanno consentito di avviare un processo di sviluppo e consolidamento dei progetti locali per l’integrazione degli immigrati, è altresì da ricordare, come conferma il rapporto Orim, che dal 2004 le iniziative finanziate con le tradizionali risorse regionali (finanziamenti provenienti dalla L. 40, poi dal FNPS e dai contributi regionali connessi) sono progressivamente diminuite.
L’indagine più sistematica condotta nel 2011 attraverso la rete capillare degli Osservatori provinciali e finalizzata alla ricostruzione del quadro di interventi per l’integrazione realizzati sul territorio (per entità, tipologia, continuità, impatto e ruolo dei vari finanziamenti utilizzati), mette sempre più in evidenza una crescita, sia in termini assoluti che relativi, di finanziamenti alternativi con una crescente presenza del privato sociale come protagonista della progettazione locale per l’integrazione.
Alla guida di questo “welfare alternativo” sono principalmente le fondazioni bancarie (il 41,6% dei progetti realizzati nel triennio 2008-2010 ha potuto usufruire dei loro contributi). Il peso delle fondazioni appare ancora più importante se si guarda all’ammontare delle risorse erogate: da esse provengono, infatti, il 65,8% dei finanziamenti complessivamente assegnati nel triennio[8].
Il ricorso ad altre linee di finanziamento si è rilevato come abbia consentito di coprire una maggiore varietà di aree problematiche consentendo di rispondere ad esigenze altrimenti non evase, quali la domanda di accoglienza/alloggio ma anche questioni ai margini della problematica dell’integrazione (quali ad esempio le situazioni di povertà estrema).
I progetti finanziati in questi anni hanno contribuito alla realizzazione in molti territori di una dotazione minima di servizi (ad esempio di informazione, mediazione) che incontra tuttavia notevoli difficoltà di sedimentazione: nonostante trattasi di interventi sperimentati anche a lungo, faticano ad entrare in modo stabile nel sistema dei servizi e delle politiche locali mettendo in evidenza una precarietà che rimane tutt’ora irrisolta.
[1] Si rimanda nello specifico alla lettura del Capitolo 1. “La popolazione straniera nella realtà lombarda”, a cura di Gian Carlo Blangiardo.
[2] Per la metodologia di costruzione dell’indagine si veda Caria M.P. (2006), Una misura dell’integrazione degli immigrati, in G. C. Blangiardo (a cura di), L’immigrazione straniera in Lombardia. La quinta indagine regionale. Rapporto 2005, Fondazione Ismu, Regione Lombardia, Osservatorio Regionale per l’integrazione e la multi etnicità, Milano, pp.176-186.
[3] Si rimanda alla lettura del Capitolo 1. “La popolazione straniera nella realtà lombarda”, a cura di Gian Carlo Blangiardo e del Capitolo 2. “Famiglie immigrate e partecipazione al mercato del lavoro: la conciliazione come questione emergente”, di Francesco Marcaletti.
[4] Si rimanda alla lettura del Capitolo 5. “L’abitare” di Alfredo Alietti.
[5] Si rimanda alla lettura del Capitolo 4. “La salute degli immigrati in Lombardia” di Nicola Pasini, Armando Pullini, Lia Lombardi e Daniela Carrillo.
[6] Si veda www.aiom.it.
[7] Si rimanda alla lettura del Capitolo 13. “I progetti per l’integrazione degli immigrati nel territorio regionale” di Antonio Tosi, Roberto Cagnoli e Sara Tosi.
[8] A completezza dell’informazione si precisa che il dato rilevato dall’indagine Orim registra come tra il 2008 e il 2010 le risorse “non-Legge n.40” hanno finanziato 377 progetti per un ammontare complessivo di € 23.178.254.