Qual è il suo giudizio, in termini di positività e criticità, rispetto alla costituzione e all’andamento della rete locale per la conciliazione nel territorio mantovano?
L’aspetto positivo è che questa iniziativa costituisce un passo avanti nella diffusione delle politiche di conciliazione e delle buone prassi: in questo senso la presa in carico regionale duplica lo sforzo e aumenta la possibilità che il Paese sia sempre più fertile su questo tema e pronto a ricevere stimoli.
Si tratta di passi importanti, anche se l’Italia rispetto ad altri paesi europei è un fanalino di coda: siamo ai primi interventi sistematici in termini di conciliazione. Tuttavia questo sforzo delle regioni si aggiunge a quanto promosso dal Legislatore nazionale nel 2000 con la Legge 53.
A livello regionale l’aver previsto dei Piani di progettazione territoriale ha l’indubbio vantaggio di far interloquire diversi soggetti che si occupano o che possono occuparsi di conciliazione e quindi a evitare lo spreco di energie e di risorse.
Tuttavia questa scelta, che è stata un pregio, non è stata esente da difficoltà sul territorio mantovano, che pure era già un territorio pronto e attivo su questo tema, grazie al grosso lavoro svolto dalla Consigliera di Parità a partire dal 2008 e alle esperienze di progettazione sulla legge 53/2000. Una disamina attenta dei dati riscontrati, ha evidenziato la scarsa risposta del territorio rispetto agli interventi messi a disposizione, e non poche difficoltà sono emerse anche nell’integrazione tra i diversi soggetti che compongono il tavolo.
Per quanto riguarda le criticità, credo innanzitutto che poteva essere meglio ponderata la scelta di affidare alla Asl il ruolo di capofila, e questo nonostante il profuso e costante impegno delle persone che hanno rappresentato l’azienda in questo progetto, che tuttavia, per definizione, si occupa di un’area d’intervento che è quella della sanità, appunto.
Al contrario, sono presenti sul territorio altri soggetti istituzionalmente deputati a occuparsi di politiche di “work life balance” che già da tempo conoscono criticità e problematiche del tema e ed al contempo hanno affinato soluzioni e tecniche efficaci, oltre ad avere costruito rapporti consolidati con le imprese.
I numeri dicono che non abbiamo raggiunto molte altre nuove imprese rispetto a quelle che già si conoscevano e che la dote è stata poco utilizzata.
Qual è il suo giudizio sulla sperimentazione delle doti per le persone e per le imprese?
La dote persona ha avuto inizialmente dei problemi logistici dovuti ai requisiti di accesso che erano troppo ristretti per rendere davvero funzionale e maggiormente fruibile questo strumento.
Poi la Regione ha recepito alcuni aggiustamenti proposti dal tavolo e così sono stati ampliati i requisiti di accesso. Questo è stato certamente un fatto positivo: perché la Regione sperimentando sul campo è stata aperta a modificare quanto avviato e disponibile a recepire i suggerimenti, ampliando il novero dei requisiti in senso migliorativo.
Per quanto riguarda la dote impresa , invece, i risultati sono molto esigui , anche perché va da sé che la premialità di 1.000 euro per l’assunzione di una persona reca troppo poco vantaggio per le imprese.
Su questo si sarebbe potuto intervenire diversamente creando dei meccanismi che rendessero la conciliazione più vantaggiosa per l’impresa in senso lato: per esempio offrendo all’impresa che sceglie di attuare politiche di conciliazione un’offerta variegata di “benefits” sul territorio.
Oltre a questo hanno contato i tempi stretti di realizzazione che non hanno consentito di raggiungere tutti i cittadini e le imprese con informazioni tempestive.
Probabilmente questo era lo scotto da pagare per il primo anno e il secondo anno andrà meglio, anche se per questo sarebbe necessario avere del tempo per ricalibrare le azioni in campo.
Crede che quanto avviato abbia qualche opportunità di continuità e mantenimento nel tempo oltre il biennio di sperimentazione?
Se penso ai finanziamenti della L. 53 ho visto molti progetti concludersi una volta terminati i finanziamenti.
In questo caso se l’azione riesce ad essere davvero sinergica il progetto può e deve andare avanti oltre i due anni. Bisogna però non fermarsi a invogliare l’impresa attraverso il beneficio economico ma riuscire davvero a cambiare la cultura, a realizzare quel mutamento culturale, che in tempi di crisi, quale quello che stiamo vivendo, è assolutamente improcrastinabile per il Paese, per le famiglie.
Se non si interviene con una campagna massiccia per cui gli imprenditori sono tempestati di strumenti e possibilità che facciano capire che attuare politiche di conciliazione può essere un business, un vantaggio per l’impresa, non si centra l’obiettivo, e bisogna farlo con uno sguardo attento alle risorse, avvalendosi delle competenze istituzionali.