Come valuta l’impianto che complessivamente Regione Lombardia ha messo in campo per intervenire sul tema della conciliazione dei tempi di vita (costruzione di reti territoriali, doti, bando progetti per le imprese)?
Complessivamente ne do un giudizio molto favorevole, perché si sono messe in atto parecchie attività e molte collaborazioni con il coinvolgimento di stakeholder anche molto diversi, partendo dalle Asl che sono riuscite a coinvolgere il terzo settore e le associazioni.
Faccio parte del Comitato Strategico e ho partecipato agli incontri di Brescia e della Val Trompia, dove c’è stata molta attivazione e molte realtà sono state coinvolte. Le associazioni sono state coinvolte e si sono date anche molto da fare, bisogna considerare però che ci vuole tempo perché tutti recepiscano le linee di indirizzo strategiche messe in atto da Regione Lombardia.
Se pensiamo anche ai questionari sulla conciliazione che sono stati compilati dalle famiglie, rispetto alle risposte ricevute sono stati messi in atto diversi interventi però non si è ancora arrivati dappertutto, c’è ancora molto da fare.
Pensando alle imprese a voi associate, credete che questo tipo di interventi stia raccogliendo l’interesse e abbia la possibilità di coinvolgere effettivamente le imprese in una logica di corresponsabilità?
Un dato positivo è proprio il coinvolgimento delle imprese. Evidentemente non tutte ancora stanno recependo ma alcune invece stanno rispondendo bene, perché anche nelle imprese ci si sta rendendo conto che una buona conciliazione dei tempi di vita porta sul posto di lavoro maggiore serenità e tranquillità.
All’ultimo bando regionale sono state fatte 60 richieste da parte di imprese, e ne sono state finanziate 33; alcuni di questi progetti coinvolgono un soggetto solo, ma c’è ad esempio un progetto che ne coinvolge addirittura 63, quindi tutta una rete sul territorio.
Poi ci sono territori più o meno sensibili , questa è una fase di sperimentazione, bisognerà vedere se poi i progetti verranno attivati anche al di là dei contributi.
Le imprese che denotano maggiore interesse per questo tema sono sicuramente quelle con percentuali molto elevate di dipendenti donne e ci sono diverse imprese che già hanno attivato misure di conciliazione, ad esempio asili nido aziendali o convenzioni con asili esterni per i propri dipendenti.
Bisogna poi considerare che tante di queste iniziative non vengono neanche portate alla luce perché tante aziende artigiane le praticano senza inquadrarle come “politiche per la conciliazione” ma come buone pratiche organizzative, soprattutto se sono aziende a maggioranza femminile e a titolarità femminile.
Il lavoro che stiamo portando avanti come Confartigianato sulla Responsabilità Sociale di Impresa mette proprio in evidenza anche le politiche per la conciliazione, e si tratta di iniziative che noi già realizziamo anche senza finanziamenti. Ad esempio nella mia azienda, come in molte altre, è automatico l’ottenimento del part time dopo la nascita dei figli, e questo è più facile soprattutto nelle grandi aziende.
Pensando specificamente alla misura della dote imprese (premialità e consulenza), quale interesse/impatto vede sul mondo dell’impresa dall’avvio della sperimentazione ad oggi? Crede possa portare un’utilità concreta nel mondo produttivo?
Rispetto alla misura dotale è stata diffusa l’informazione, anche se c’è stata una richiesta bassa delle doti perché in ogni caso in questo periodo le assunzioni sono molto difficoltose.
A me sembra importante che la diffusione e la comunicazione rispetto a queste misure sia capillare e mi sembra che, se inizialmente la comunicazione è stata lenta e limitata, adesso stia funzionando bene e speriamo che porti i suoi frutti grazie anche alla proroga fino a maggio data alle doti visto che erano disponibili ancora dei fondi.
Bisogna comunque considerare che per un’impresa non sono tanto importanti i 1.000 euro della dote, nel senso che non riescono a fare la differenza, mentre è importante il fatto di diffondere consapevolezza rispetto all’importanza di questo tema.
Forse le doti persona sono maggiormente incisive, perché è vero che le donne spesso rimangono a casa dopo la nascita dei figli un po’ per la crisi e l’assenza di misure di conciliazione, ma anche per il costo dei servizi e degli asili nido, quindi in questo senso 1600 euro possono fare la differenza, o comunque sono sempre un aiuto in più.
Soprattutto se consideriamo i dati: ad esempio nella provincia di Brescia nell’anno 2010 800 donne dopo la maternità non sono rientrate al lavoro.
Io credo che mettendo in atto tutte queste misure il maggior risultato sia che tante aziende possano cominciare a considerare queste possibilità, ad esempio il telelavoro, e a considerare il fatto che sia possibile realizzarle anche al di là dei voucher.
Cosa vi sembra che manchi, o cosa avreste fatto di diverso, per intervenire efficacemente su questo tema?
Non avrei pensato niente di diverso, anche perché queste misure sono state messe in atto in base alle consultazioni che sono state realizzate da Regione Lombardia.
L’unico elemento che vorrei sottolineare è che in questa fase si è data molta attenzione alle necessità di conciliazione connesse alla prima infanzia, meno alla non autosufficienza, quindi a come sostenere le famiglie nell’assistenza di persone anziane e disabili.
Credo comunque che si stiano già facendo grandi passi e che un passo alla volta si arriveranno a comprendere anche questi bisogni: mi sembra che Regione Lombardia abbia fatto molto e che abbia messo a disposizione diverse opportunità per tutti quelli che sono disposti a coglierle.