Nel  valutare i dati  che  vengono proposti dalle tabelle elaborate dal Sindacato Pensionati e dalla Regione Lombardia  e su cui mi si chiede un commento, la  cosa che maggiormente “balza agli occhi” è il grande divario che esiste tra il costo medio delle RSA a carico degli ospiti nelle varie province. E’ ovvio che un commento approfondito richiederebbe la possibilità di accedere a diverse informazioni  che le tabelle non espongono,  come ad es. il  minutaggio assistenziale settimanale per ospite erogato  dalle varie strutture; la presenza in min/sett/ospite delle varie figure professionali (quanto OSS, quanto medico, quanto FKT, quanto infermiere, quanto animatore); le attività eventualmente “in più” offerte nelle strutture dove il costo è maggiore (es. artiterapie, pet therapy, percorsi  di riabilitazione cognitiva, “spazi” multisensoriali,  terapie occupazionali, spazi/percorsi “dedicati” per la demenza, ecc. ); i dati sugli indicatori assistenziali  che il SOSIA ben valuta (cadute, contenzione, incontinenza, lesioni da decubito,  mortalità, ecc.);  le percentuali di classe SOSIA  della RSA; la formazione degli operatori (tempo dedicato, programmi); logistica, spazi, arredi delle strutture; sistemi di qualità adottati dalle RSA (es. ISO 9001:2008, accreditamenti all’eccellenza, ecc.).
E’ solo attraverso l’elaborazione del rapporto tra questi dati e il costo della retta che  può scaturire un commento ad hoc, calibrato sulla realtà dei fatti.

Infatti se i dati  confermassero  sostanziale eguaglianza in merito alle notizie di cui sopra,  risulta evidente  che  gli unici fattori  in grado di spiegare la discrepanza di costi tra le varie RSA sono il luogo di ubicazione delle stesse (costi alti a Milano, costi bassi nella bassa padana, ecc.) e la disponibilità di strutture nella zona. Fattori sul piano economico logici, un po’ meno su quello etico e sociale.
Questo mio pensiero vale soprattutto per i posti accreditati, meno per i posti solo autorizzati, laddove tutta la spesa è carico del cittadino, sulla base di una libera scelta.

Venendo ad un paragone con  l’accreditamento delle strutture dell’ Emilia Romagna, attualmente in fase di  completo sviluppo, indipendentemente dalle varie problematiche che questo propone, credo che vi sia un aspetto che garantisce equità: l’imposizione sui posti accreditati (laddove la regione interviene nella compartecipazione della spesa con il fondo della non autosufficienza) di un tetto massimo di onere per il cittadino utente.

Credo che tale prassi dovrebbe diffondersi ovunque, soprattutto oggi che la crisi sta facendo sentire i suoi effetti in modo sempre più pesante. Tutto il sistema sociale è in difficoltà: le famiglie non ce la fanno più, i comuni non ce la fanno più, i fondi nazionali e regionali sono sempre più ridotti.

Un altro commento, strettamente collegato  a quanto appena detto,  riguarda una prassi che di fatto ha sempre caratterizzato “l’anziano lombardo” che va in RSA, ovvero la migrazione dall’hinterland milanese, ove i prezzi a carico degli utenti sono alti, verso luoghi  dove i costi sono in alcuni casi addirittura dimezzati. Tale prassi, immagino, si amplificherà; coloro che sono “bisognosi di ricovero in struttura” ma incapaci di affrontare il costo di alte rette,  sono costretti ad andare in strutture fuori provincia, con un ovvio sradicamento totale dal proprio ambiente. E’ vero che questa “migrazione” è stata da sempre la fortuna di RSA, anche grandi, ubicate in zone dove l’offerta supera la potenziale domanda locale ( ad es. le strutture cremonesi).

E’ anche vero, però, che tale sistema non è proprio “profondamente” giusto. Se fosse garantito un tetto massimo di spesa a carico dell’utente sui posti accreditati, a determinare la migrazione  sarebbero altri fattori, verosimilmente più equi poiché basati sulle liste di attesa laddove le stesse, nella loro formulazione potrebbero utilizzare criteri condivisi e trasparenti basati su più fattori/indicatori (sistema cronologico, indicatori sociali, indicatori sanitari, mix del tutto, classe SOSIA, altro).

Personalmente credo  che  il momento attuale imponga, ovunque, alle strutture che  offrono posti letto accreditati di pensare un po’ meno al profitto (dei gestori) e un po’ più all’equità nei confronti dei cittadini, considerando ovviamente che costi e qualità dell’offerta devono correre parallelamente.  Un po’ provocatoriamente, si poterebbe proporre che, per dare il loro contributo in tempo di crisi, i gestori che si qualificano come ONLUS  accettassero l’imposizione di un tetto di spesa a carico del cittadino sui posti accreditati. Viceversa si può  essere profit,  sostenendo ovviamente  un’imposizione fiscale maggiore e partecipando in tale modo al sostentamento dello stato sociale, offrendo con la fiscalità pagata  una mano alle casse dello stato (che ci dicono oggi  un po’ vuote…).

Concludendo,  ritengo che questa discrepanza di retta media  a carico dei cittadini nelle RSA  tra  provincie lombarde, fatti salvi per le singole strutture i correttivi di rapporto retta/modello assistenziale indicati all’inizio, sia un aspetto da considerare, disquisire e discutere a più livelli,  oggi più che mai.  Di strutture in Lombardia ce ne sono tante, l’organizzazione del sistema delle RSA imposto dall’accreditamento lombardo è molto valido,  i posti  disponibili sono tutti da utilizzare e  verosimilmente da non incrementare,  è  verosimile che sia necessario un adeguamento dei costi sanitari a carico del fondo regionale da tempo abbastanza stabile,  è fondamentale che al centro debba sempre esserci il cittadino che ha necessità di intraprendere un percorso, quello dell’istituzionalizzazione in RSA, in cui equità e qualità devono rappresentare una garanzia.