Secondo lei quale scenario aprono il libro verde e le ultime delibere rispetto alla conciliazione?

Mi sembra che il documento più interessante tra quelli prodotti da Regione Lombardia su questo tema sia il Libro Verde, da cui emerge una visione molto più organica, ampia, di largo respiro, che non invece dalla Deliberazione di Giunta

[1] che  invece mi sembra non sufficientemente approfondita in alcune aree specifiche d’intervento. Vedremo poi in cosa si traduce il Libro Verde, anche rispetto alla prossima uscita prevista del Libro Bianco.
Innanzitutto credo che la Lombardia sia da citare come buon esempio perché anche nell’adozione di questa prassi della consultazione di tutte le parti sociali interessate ha lanciato una via interessante, non mi è mai capitato di vedere un Libro Verde sulla conciliazione. Nel Libro Verde ci sono alcuni spunti molto interessanti, soprattutto l’ idea di considerare le politiche come un sistema che chiami in causa le imprese, i territori, e non solo l’attore pubblico o le famiglie, quindi di una molteplicità di attori chiamati a operare verso un’unica direzione con una pluralità di azioni concordate.
Questa è un’idea molto forte che si trova nel Libro Verde ma che nella DGR secondo me viene un po’ persa, in particolare rispetto ad alcune questioni chiave.
Rispetto ai tanti temi che investono la conciliazione nella DGR c’è un focus molto accentuato sulla maternità, quasi a voler dire che al di là dei tanti discorsi che si sono fatti in merito a questo tema il focus principale di intervento sono sempre le donne e la fase della maternità. C’è la parte del coinvolgimento delle imprese, c’è un riferimento al territorio, ma non in senso compiuto: ci sono pochi riferimenti per esempio al piano territoriale e agli orari delle città, al tema della diffusione dell’accessibilità e della qualità dei servizi di cura, che siano per la  prima infanzia o che siano per l’età anziana. Mi sembra che si sia voluta focalizzare la partenza di questa serie di interventi in materia di conciliazione solo sulla maternità, invece che sulla genitorialità o, in generale, sulla cura. I voucher per le imprese, ad esempio, hanno l’obiettivo chiaro di favorire un contatto più continuativo tra l’impresa e la dipendente: un aspetto interessante sarà vedere, attraverso le prossime delibere attuative, per esempio se il riferimento è al congedo parentale o solo al congedo di maternità.
Infatti se uno dei perni del sistema del welfare lombardo è il tema della libertà di scelta qui la libertà di scelta viene esclusivamente declinata al femminile e ci si dimentica che buona parte dei problemi di conciliazione (il reingresso, il ritorno sul mercato di lavoro o nel posto precedentemente occupato) sono dovuti a una mancata condivisione del compito di cura all’interno della coppia. E la  scarsa condivisione si lega proprio al modo in cui l’istituto del congedo parentale è strutturato nel nostro paese, anche perché l’indennità bassa spinge molto a un suo utilizzo da parte della donna  specie in una società come la nostra in cui l’uomo guadagna sempre più della donna.
Se si guarda qua e là nella Delibera si legge ogni tanto il riferimento alla paternità, ma è un elemento molto sfumato; c’è invece questa idea molto forte che la conciliazione sia un tema femminile e riguardi la maternità, dove l’altro problema  è capire rispetto a quale  periodo della vita del bambino è misurata la maternità.

Quindi secondo lei manca una spinta verso una maggiore condivisione del lavoro di cura?

L’esperienza rilevata a livello  internazionale dimostra che la condivisione del lavoro di cura avviene solo laddove fortemente incentivata e imposta per norma, e a mio parere il compito dell’attore pubblico è  proprio quello di proteggere la maternità ma anche di favorire culturalmente l’accettazione dell’idea che vi siano genitori sul mercato del lavoro.
Sarebbe stato interessante nella sperimentazione riprendere il tema della libertà di scelta, riprendere il tema del sostegno alla genitorialità e non alla maternità, che si legava bene ad altri obiettivi che erano già delineati nel Libro Verde. In questi documenti  non si fa mai riferimento alla libertà di scelta per gli uomini mentre tutte le ricerche documentano che chi subisce più discriminazioni legate all’utilizzo dei congedi e all’interesse per la cura sono gli uomini, che vengono ancor più penalizzati delle donne se utilizzano questi strumenti.
Nel Libro Verde si parla di pari opportunità di genere, e anche nella DGR si ha il riferimento da qualche parte ma mi sembra che la sperimentazione vada un po’ a limitare la questione, ed è un peccato perché il Libro verde per molti versi andava in una direzione molto più ampia e più lungimirante.
Poi tutto sta a capire perché sia stata fatta questa scelta e anche come si pensa di proseguire e quale sarà il contenuto del Libro Bianco. Questa è certamente una delle questioni, perché anche insistere di nuovo su un’idea di conciliazione esclusivamente femminile e legata alla maternità ha indubbiamente dei rischi molto elevati  in tema di pari opportunità, perché significa riaffermare una connotazione di genere che si voleva superata a livello europeo.

Quali sono gli elementi che caratterizzano  l’approccio di Regione Lombardia al tema della conciliazione?

Un elemento certamente interessante è quello degli strumenti proposti, e in particolare il riferimento ai voucher  e sarà interessante vedere in particolare il funzionamento dei voucher dedicati alle imprese, anche se alcuni di questi sono utilizzati sostanzialmente non in chiave conciliativa ma più come un contributo volto a incentivare l’assunzione di categorie svantaggiate, senza però risolvere le cause di inconciliabilità per le donne che vengono assunte.
I voucher di premialità, tuttavia, spingono molto rispetto all’acquisizione di una cultura della conciliazione da parte delle imprese e questo significa incoraggiare le imprese a organizzare il lavoro diversamente e fare in modo che valutino questa nuova organizzazione del lavoro e le sue convenienze.
La Regione, per questo, è molto attenta a coinvolgere le imprese, riconoscendo da un lato che le imprese hanno dei costi nel progettare dei piani di conciliazione, costi di natura amministrativa e anche economica, e dall’altro lato che è necessario attivare un intervento più complesso sul versante culturale.
Ma ripeto, se si va a impostare un piano di riflessione culturale e contemporaneamente si va ancora a sostenere che si tratta di un problema esclusivamente femminile si rischia di andare esattamente in due direzioni opposte, mentre invece molto più faciliterebbe il concepirlo, come peraltro sembrerebbe fare la Regione Lombardia in altri documenti, come problema della società, e dunque di un territorio che si fa carico dei problemi della propria comunità, il territorio che è fatto da famiglie, da servizi, da enti pubblici e da imprese.

Lei che cosa si aspetta dal punto di vista delle imprese? Questo tipo di premialità può effettivamente avere un impatto?

Un aspetto fondamentale è riconoscere che la struttura produttiva lombarda, così come quella italiana, ha un certo profilo che è fatto prevalentemente da piccole e medie imprese e che, proprio per questioni di natura strutturale, quindi economica, di disponibilità di risorse ma anche di competenze professionali, queste piccole imprese faticano a progettare degli interventi non solo rispetto all’introduzione di nuovi servizi ma anche alla gestione del personale.
Rispetto ai voucher per l’assunzione di donne valgono tutte le considerazioni e i problemi di qualsiasi forma di politica del lavoro rivolta a questo tipo di target: l’incentivo rischia di non essere sufficiente a risolvere il problema, perché le imprese hanno convenienza  ad assumere quando sono in grado di valutare i titoli di una persona e  la sua esperienza pregressa. Poi, come per qualsiasi forma di voucher, il rischio è la mancanza di informazione, perché bisogna fare in modo che le imprese, anche di piccola dimensione, molte delle quali non hanno una funzione già strutturata al loro interno,  vengano a conoscenza di questo strumento. Spesso nelle piccole imprese la gestione amministrativa è esternalizzata e dunque il problema  dell’ asimmetria informativa si ripropone moltiplicato rispetto ai normali fruitori di voucher o di temi sociali, proprio perché c’è anche un passaggio intermedio per molte delle imprese.
Io onestamente faccio fatica a quantificare se questo voucher copre per intero o in parte i costi, anche perché qui si fa riferimento a progetti molto diversi tra loro. Si parla però di un’introduzione in via sperimentale, a cui seguirà  una valutazione, però è bene considerare che un conto è costruire un piano del cosiddetto “Keep in touch”, come viene denominato, altro conto è vedere quanto costa un consulente per introdurre un contratto part time.

L’idea promossa dal Libro Verde e dalle Delibere non è solo quella di incentivare le imprese, ma di un intero territorio che dovrebbe attivarsi…

L’idea fondamentale è che  la questione della conciliazione interessa lo sviluppo locale, laddove sviluppo locale significa parità di genere, significa investimento in servizi di cura di qualità, significa una maggiore partecipazione delle donne al mercato di lavoro ma anche degli uomini al lavoro di cura, significa anche riprogettare il welfare locale e riprogettare il sistema dei servizi e dei tempi del territorio. Riflettere sulla conciliazione significa sposare una prospettiva che tenga insieme tutte queste questioni, significa sposare una prospettiva che metta al centro il tema dello sviluppo locale e la sua progettazione.
L’idea forte sarebbe stata quella di territori che si mobilitano, con dietro una regia regionale che garantisce competenze e coordinamento; a me sembra invece che Regione Lombardia abbia dato delle direttive molto forti. Va benissimo creare delle condizioni anche vincolanti perché questi attori riconosciuti come centrali partecipino al tavolo o partecipino all’intesa, però altra cosa è riconoscere che il territorio ha determinati bisogni e fare in modo che progetti dal basso un modello fatto di concertazione e negoziazione, con l’idea di vedere insieme qual è la direzione che si vuole dare a un territorio, riconoscendone la specificità locale e le competenze degli attori presenti.
Tuttavia quest’idea del territorio, della dimensione locale è stata in buona parte tradita da questa impostazione e dal modo in cui stanno trovando attuazione le intese territoriali, che sembrano strutture calate dall’alto. Qui si parla di una rete tra attori e di una rete tra le imprese; sulla rete tra attori io sono fortemente critico per i modi in cui viene pensata. Nella rete tra aziende invece, vedo la spinta a condividere informazioni, competenze, risorse, che in una realtà di piccole medie imprese è fondamentale. Sarà interessante vedere come staranno insieme queste due reti.

La direzione verso cui è orientata questa legislatura è quella della spinta verso l’integrazione tra le politiche, qui questa spinta si può vedere?

La vediamo certamente nel Libro Verde, mentre nella DGR si parla innanzitutto di politiche di conciliazione come politiche del lavoro, mentre prima erano intese come politiche sociali, come dire che si allarga un attimo la visuale anche se comunque rimane un intervento di tipo settoriale.
Secondo me c’è ancora una riflessione poco sviluppata rispetto a quanto le politiche di conciliazione possano essere intese anche come azioni di contrasto alla povertà laddove vengono introdotti dei servizi di qualità, servizi socio educativi alla prima infanzia di qualità che favoriscono la rottura del rischio di riproduzione intergenerazionale delle disuguaglianze, promuovendo le chance di vita delle giovani generazioni.
Mi sembra che proprio quest’aspetto di tenere insieme servizi, e quindi opportunità di cura, opportunità di carattere socio educativo, la questione dell’occupabilità femminile e la questione del benessere familiare ci sia solamente in parte; per esempio, quello che non va dimenticato e che in realtà tutti i documenti dimenticano, è che la mancata conciliazione in molte famiglie lombarde è causata da difficoltà di spostamento sul territorio e dagli orari della città che non rispondono alle esigenze di nessuno. Questo è il vero nodo: nella DGR si fa riferimento a delle leggi che ci sono e che sono terminate ora, ad esempio la L.R. 28/2004 che favoriva l’associazione di comuni per la progettazione di un piano sugli orari, ma poi non c’è riferimento alcuno su questo tema e neanche al tema dei trasporti.
Il modello di riferimento molto valido, che forse è troppo avanzato per la situazione italiana, è quello della legge 53, dove c’era quest’idea di tenere insieme tutto, nell’articolo 22 si faceva riferimento agli orari del territorio, nell’articolo 9 al sistema delle imprese, poi al sistema dei congedi e della loro funzione all’interno della coppia… c’era questa prospettiva più ampia, che secondo me era un punto di riferimento che non andava abbandonato. Se si considerano le politiche di conciliazione come un sistema o con l’ottica di sviluppo locale di cui parlavamo, succede che se viene a mancare un tassello lo sviluppo è incompleto; quindi basta semplicemente che manchi la progettazione degli orari della città, e tutti gli interventi che possiamo fare, per paradosso, potrebbero essere invalidi o non sufficienti.
Inoltre bisogna considerare che per come sono strutturate oggi le politiche di conciliazione, chiamano in causa anche diverse competenze tra i livelli istituzionali, che sono difficilmente ricomponibili perché le Province intervengono sul tema del lavoro, i Comuni sulla fornitura dei servizi e la Regione in termini di programmazione e quant’altro, e quindi anche a livello territoriale è ben difficile creare appunto un’integrazione.

In conclusione…

Innanzitutto sarà interessante riprendere in mano questo tema dopo l’uscita del Libro Bianco, e vedere anche come Regione Lombardia prosegue su questa strada, perché questa potrebbe essere una delle tante Delibere, quindi un tassello a cui ne seguiranno altri. In questo senso allora qui c’è questa idea di tenere insieme le imprese e focalizzarsi sulla condizione femminile, e poi si passerà  ad altri tasselli.
Sicuramente l’idea vincente promossa è quella di chiamare tutti gli attori in gioco a confrontarsi sulle misure possibili, però con l’attenzione a non perdere di vista le azioni che è necessario implementare. Il rischio è sempre quello di perdere di vista questa dimensione sistemica, e di avere quindi un risultato incompleto e parziale, anche perché la conciliazione fino ad oggi ha sofferto soprattutto di questo, veniva progettata da parte dell’ente pubblico come politica sociale, da parte delle aziende più illuminate come politiche del lavoro verso determinate fasce, l’ente pubblico non interveniva in altre direzioni (piano degli orari, sistema della mobilità), ognuno andava per la propria strada.
La grande innovazione poi è il coinvolgimento delle imprese, che già c’era nella legge 53, soprattutto il fatto di chiamare le imprese a farsi carico di questo problema e quindi ad adottare le politiche di conciliazione come politiche anch’esse di sviluppo dell’organizzazione. Non più politiche che interessano solo l’attore pubblico o solo qualcuno dei dipendenti, ma come una chiave o una leva che l’impresa può utilizzare per generare profitto, per generare appartenenza a sé e per generare anche un ritorno in termini di responsabilità sociale. L’idea è quella di chiamare l’impresa a essere parte del sistema di welfare insistendo sui potenziali benefici che essa stessa può trovare; questa è un’idea vincente molto seguita ad esempio nel Regno Unito o negli Stati Uniti, dove è molto presente una cultura dell’impresa che si fa prima di tutto lei stessa carico dei propri dipendenti.
Dall’altra parte il rischio di questa direzione di sviluppo è quello di produrre ulteriori disuguaglianze, tra chi è impiegato in un’impresa che ha possibilità di fornire servizi e supporto ai dipendenti e  chi invece è impiegato in imprese, che sono la maggioranza, che queste possibilità non le hanno. Ad oggi, per come sono progettate le politiche di conciliazione, alcuni interventi sono talvolta dei benefit per certe fasce qualificate della forza lavoro; il che significa che le altre fasce non sono tutelate, e questo è un altro tema.
È un’ottima cosa l’idea delle imprese come tassello del welfare, ma attenzione  che non venga meno l’intervento del pubblico, perché se viene meno l’intervento pubblico, quello che si crea è una profonda disparità tra chi è dipendente di un’impresa che ha certe capacità e chi è invece l’operaio della meccanica di Lecco, che ha cinque dipendenti e che non ha certo le stesse opportunità. Si rischia di creare nuove fratture. Per cui bene il coinvolgimento delle imprese ma attenzione che la composizione del tessuto produttivo lombardo e i termini del piano ci avvertono di questo rischio, per cui sarà lì che si dovrà progettare e rafforzare l’intervento finanziario, amministrativo e di supporto informativo.

 

 


[1] DGR n° IX/ 381 del 5 agosto 2010. Determinazione in ordine al recepimento e all’attuazione dell’intesa sottoscritta il 29/04/2010 tra Governo, Regioni, Province autonome di Trento e Bolzano, Anci, Upi e Uncem per favorire la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro