Qual è il senso di questa proposta?
Abbiamo voluto fare una proposta da sottoporre al decisore regionale che fosse in accordo con i capisaldi del welfare lombardo, riconoscendo le peculiarità di questo sistema e immaginando una misura di tipo strutturale che potesse apportare un miglioramento rispetto a politiche che già ci sono e che hanno una loro efficacia, ma che sono frammentate e prevalentemente emergenziali.
Il Reddito di Autonomia (RdA) è una piattaforma di confronto di partenza e di discussione comune, riteniamo che sia una proposta che obbliga ad interrogarsi sul significato della lotta alla povertà oggi.
Le ragioni della proposta sono in primo luogo legate alla presenza della povertà. Sembrerà una costatazione banale ma non lo è, e non lo è nemmeno in una Regione prospera come la Lombardia dove oltre il 4% delle famiglie sono in condizioni di povertà relativa e oltre 3,2% – più di 130mila famiglia – di povertà assoluta. E in questo scenario il dato caratteristico della nostra regione non è tanto l’incidenza della povertà, che come sappiamo è inferiore alla media del paese, ma nell’intensità che la connota. Laddove la povertà colpisce, colpisce in modo particolarmente duro e la crisi conferma questa tendenza. Questo significa che c’è una divaricazione all’interno della società, che allontana la parte che gode di maggior benessere da quella parte in condizione di maggior deprivazione, quindi una divaricazione sociale che non può non interrogare rispetto alle misure da mettere in campo.
Un secondo ordine di ragioni risiede nella esigenza di valutare quello che si fa, di valutare come si alloca la spesa sociale e di valutare l’efficacia delle misure messe in campo. L’Italia è l’unico paese europeo, oltre alla Grecia, a non avere uno strumento di contrasto alla povertà come il reddito minimo. Sappiamo anche che la capacità dei trasferimenti economici, che pur ci sono, di far uscire le persone dalle condizioni di povertà è piuttosto bassa, anche in questo caso siamo tra gli ultimi della graduatoria europea. La scarsa efficacia di questi trasferimenti non si lega soltanto alla poca generosità di questi dispositivi ma anche alla debole capacità di integrare le diverse politiche, aspetto fondamentale che abbiamo ripreso nella nostra proposta. Questi sono tratti che caratterizzano anche la situazione lombarda. La Lombardia è certamente una regione che investe e ha dispositivi anche innovativi di contrasto alla povertà ma, come detto e come molte ricerche hanno messo in evidenza, ha un sistema frammentato, per lo più tipo emergenziale e residuale. Dunque in questo quadro, che pur è ricco di risorse, un sistema come il RdA si propone come un intervento di tipo strutturale, di carattere universalistico.
Il terzo ordine di ragioni è di tipo culturale, valoriale sociale. Con questa misura si vuole richiamare la volontà di mettere al centro i poveri, così come la Caritas ci invita a fare, nella convinzione che la lotta alla povertà sia una questione “costituente” nel senso proprio del termine. Dice del modo in cui concepiamo il welfare, il patto di cittadinanza, la solidarietà; dice del modo in cui rispondiamo al diritto di ciascuna persona a una vita dignitosa.
Perché una proposta regionale, quando la competenza è nazionale?
Sappiamo bene che l’introduzione di uno schema come quello del RdA sarebbe compito dello Stato, starebbe tra quei compiti a cui lo Stato è chiamato dalla legge quadro 328 con la definizione del Liveas – livelli essenziali uniformi per l’assistenza sociale. Ma sappiamo anche che la definizione dei Liveas è rimasta incompiuta e che oggi l’unica misura nazionale esplicita a contrasto della povertà è la social card, o carta acquisti. Misura che in questo momento è in fase di revisione e che, nonostante questa revisione, ci pare conservi un impianto categoriale e residuale. Pertanto lo spazio per uno schema di Reddito Minimo resta aperto e merita quanto meno di rilanciare seriamente il dibattito.
Inoltre c’è una ragione di tipo normativo e istituzionale. E’ vero che la 328 riconosce allo stato la competenza sui Liveas, ma riconosce anche la competenza delle Regioni in materia di assistenza sociale e la riforma costituzionale ha chiarito che questa è una competenza esclusiva, per cui non è affatto improprio che siano le Regioni a farsi carico di una riforma di questo tipo. Un’altra ragione è specificatamente legata alle caratteristiche delle nostra Regione: una Regione che ha svolto un ruolo di innovazione in molti campi e anche nel welfare ed è stata il traino nazionale rispetto a temi quali la sussidiarietà, la devolution e il federalismo. Quindi è una Regione da cui ci possiamo aspettare che possa permettersi di osare questo passo innovativo. Non da ultimo ci pare che proprio dal livello regionale possiamo affermare concretamente l’idea del federalismo solidale, che tanto spesso viene richiamato, in cui però la diversa velocità delle Regioni non sia una frattura ma l’occasione per le Regioni che hanno più risorse di fare da traino e portare innovazioni di cui poi anche altri possano beneficiare.
Quali sono i tratti distintivi del Reddito di Autonomia?
Il primo tratto certamente è il fatto di essere contestualizzato all’interno della specifica situazione lombarda che ha alcuni punti di forza ormai ampiamente riconosciuti: un sistema devoluto che riconosce le competenze degli enti locali, sussidiario e plurale, che valorizza il contributo della società civile, del terzo settore e delle stesse famiglie nella costruzione del welfare. Un welfare promozionale, preventivo e non assistenzialistico, orientato alla domanda e capace di una governance di tipo multi livello in cui cioè i diversi soggetti concorrono alla produzione del benessere sociale. Ed è un welfare che ha adottato un approccio attivo ed attivante, centrato sulla persona, sulla sua libertà di scelta e sulla sua responsabilità. Un welfare centrato sul lavoro come forma di inclusione attiva, sulla formazione come strumento di occupabilità e di sviluppo di competenze di cittadinanza attiva. Infine un sistema centrato sulla famiglia quale attore responsabile e autonomo nelle scelte, come attore che produce benessere. Nel complesso dunque un sistema teso a favorire l’autonomia della persone combinando insieme diritti e responsabilità ed questo è il nodo centrale. Questi sono proprio i due elementi al centro della nostra proposta, che ci dicono di un nuovo modo di fare welfare e della sua delicatezza, della difficoltà di trovare il giusto equilibrio tra queste due parti (diritti e responsabilità), perché non vogliamo un welfare che si ripieghi in modo assistenzialistico e passivo solo a riconoscere i diritti, ma non possiamo nemmeno immaginare un welfare che enfatizzi la responsabilità individuale dimenticando di presidiare il piano dei diritti e di sostenere in modo opportuno le persone con misure e servizi di attivazione. Su questa capacità di tenere insieme i due piani si gioca l’efficacia della nostra proposta e la sua sostenibilità.
Altri tratti li indichiamo schematicamente:
- L’RdA attiva le responsabilità e le capacità individuali quindi non è una misura di tipo assistenzialistico, ma è promozionale ed emancipante, centrata sulla persona e costruita a partire dai bisogni e dalle risorse dei destinatari, chiamati in prima persona a perseguire un percorso di uscita dalla condizione di bisogno.
- E’ uno strumento di tipo preventivo, ha un orientamento di tipo capacitante, mira a rafforzare la capacità delle persone perché non si possono assumere responsabilità se non si hanno le capacità e le condizioni per farlo.
- Tutela e valorizza la famiglia, non a caso è la famiglia la destinataria principale della misura che presentiamo. Questo vuole dire anche coinvolgerla nel suo insieme intercettando e attivando tutti i suoi membri sollecitandone l’assunzione di responsabilità, abbinando e condizionando l’erogazione del trasferimento monetario alla partecipazione ad un programma di inclusione socioeconomica e agendo anche con dispositivi di contrasto alla povertà mirati a sostenere soprattutto gli effetti di tipo intergenerazionale. Sappiamo che la povertà si tramanda di generazione in generazione, quindi questo dispositivo va ad agire anche in questa direzione.
- Riconosce l’inserimento lavorativo, l’istruzione e la formazione come elementi centrali di questo percorso di inclusione attiva, come opportunità di empowerment e di recupero di capacità di cittadinanza attiva.
- Coinvolge il welfare comunitario e territoriale nella sua dimensione plurale. Si pensa proprio che i diversi attori del welfare possano concorrere alla definizione di percorsi di reinserimento sociale e lavorativo e di valorizzazione della capacità.
- Riconosce la necessità di una politica di contrasto alla povertà che sia una politica di tipo integrato in un insieme di policy più ampio in modo che le diverse misure concorrano a determinare la possibilità di uscita reale dalla condizione di bisogno.
- Valorizza la libertà di scelta considerando il RdA come una chance per le persone di recuperare padronanza sulla propria vita, di poter progettare responsabilmente un percorso esistenziale dotato di valore e significato. Questo significa riconoscere a questa libertà un valore sostanziale, che riconosce alle persone la libertà di scegliere come progettare la propria esistenza.
Se doveste sintetizzare la proposta in poche parole come la definireste?
Il termine inglese – Capability Income – con il quale preferiamo chiamare il RdA potrebbe chiarire bene il senso. Purtroppo la traduzione italiana non rende molto (ci troveremmo a parlare di “reddito di capacitazione”). Questo termine però secondo noi evoca efficacemente il cuore della proposta, ovvero che il trasferimento economico è solo un aspetto del dispositivo, una componente certamente ineludibile, ma non esclusiva. È un termine che forse aiuta meglio a capire il tema cruciale che abbiamo voluto includere nella proposta ovvero la necessità di contemperare il binomio “diritti e responsabilità”… aggiungendo però anche il termine capacità e riconoscendo quindi che quadrare il cerchio tra diritti e responsabilità richiede che si investa nelle capacità delle persone perché esse abbiano la possibilità reale di essere responsabili. E questo vuol dire che le politiche pubbliche hanno il compito primario di introdurre misure “capacitanti”. E’ questo il senso con cui abbiamo inteso il RdA.