Nel nostro paese come si è affrontato in questi anni il contrasto alle povertà?
Una delle anomalie che contraddistinguono il welfare italiano, soprattutto se inserito nella cornice di welfare europeo, riguarda l’assenza di uno schema unico di sostegno per chi è totalmente sprovvisto di mezzi.
L’ultimo e primo tentativo in questa direzione è stato nel fatto nel 1999, da parte del governo Prodi, con la sperimentazione del cosiddetto reddito minimo di inserimento che aveva adottato le indicazioni fornite dalla Commissione Onofri e si proponeva quale strumento di contrasto alla povertà e all’esclusione sociale. Uno dei primi effetti positivi di questo intervento è stato il sostegno economico dato a famiglie in condizioni di povertà e marginalità e la facilitazione allo sviluppo di processi di inserimento come la scolarizzazione, la formazione professionale, l’emersione del lavoro irregolare e l’inserimento lavorativo. Tuttavia il contesto in cui si avviò questa sperimentazione furono i Comuni del mezzogiorno, zone particolarmente sfavorevoli, svantaggiate e non rappresentative della realtà nazionale, così come la mancanza di una prospettiva di conferma pluriennale, l’assenza di direttive chiare sulla gestione della sperimentazione e soprattutto il mancato coinvolgimento delle Regioni, delle Province e degli altri Enti Pubblici.
Nel 2001 il governo Berlusconi pose la parola fine all’esperienza del reddito minimo di inserimento smantellandolo a favore del RUI (Reddito di ultima istanza). Solo nel 2008 il tema del contrasto alla povertà è stato parzialmente ripreso con l’introduzione della social card.
Come Acli fate parte di un gruppo di lavoro che ha recentemente avanzato una nuova proposta in questa direzione, qual è il senso?
L’obiettivo è la definizione di un livello essenziale di protezione sociale per la povertà assoluta da realizzarsi concretamente attraverso un piano nazionale contro la povertà.
Il piano prevede un miglioramento dell’attuale social card verso criteri di maggior universalismo, adeguatezza, equità territoriale e coinvolgimento del welfare locale. E’ un progetto triennale che ha un costo di circa 2,3 miliardi di euro e prevede, oltre ad un contributo economico più cospicuo rispetto alla social card originale e più adeguato al costo della vita, anche la presa in carico delle persone in stato di povertà a 360 gradi da parte dei soggetti del welfare locale, con il coinvolgimento attivo dei Comuni.
E’ un piano ambizioso poiché definisce azioni ed interventi graduali che, a partire dalle esistente, progressivamente ampliano la platea dei beneficiari e dei soggetti da coinvolgere nell’erogazione dei servizi e attivano contestualmente la vigilanza degli enti locali e delle realtà del terzo settore.
Altresì la definizione con e per ogni beneficiario di specifici piani di inserimento garantisce una stretta connessione tra diritti e doveri di ogni cittadino che, oltre a ricevere l’erogazione monetaria, è anche impegnato a seguire specifici percorsi di riqualificazione professionale.
Che reazioni ha suscitato la vostra proposta?
L’attenzione e l’importanza che è stata riservata alla nostra proposta ha generato nell’agenda politica un nuovo dibattito e un’ulteriore riflessione. Non è ancora stata condivisa ufficialmente dalle istituzioni ma diciamo che sta iniziando a destare interesse ed è necessario per questo riproporla con maggior forza e condivisione.
Il recente decreto mille-proroghe prevede che, al fine di acquisire i necessari elementi di valutazione per la successiva proroga del programma Carta Acquisti, nonché per favorirne la diffusione fra le popolazioni in condizioni di maggior bisogno, sia avviata una sperimentazione a favore degli enti operanti nei comuni con più di 250 mila abitanti. Questa la proposta da parte del governo.
Questa sperimentazione, in cui i decreti attuativi sono ancora in fase di definizione, dovrebbe colmare in via sperimentale diverse lacune presenti nella misura adottata dal Governo. Sembrerebbe infatti rivolgersi anche alle persone senza fissa dimora e agli stranieri residenti, mentre all’inizio tutti questi soggetti non erano inclusi tra gli ipotetici destinatari dell’erogazione, valorizzando così un tentativo di universalismo presente della nostra proposta. La proposta del Governo sembrerebbe includere nella gestione anche i soggetti del terzo settore, i quali svolgerebbero un ruolo di rilievo nella progettazione ed erogazione degli interventi.
Certo, nella proposta ACLI, i comuni interessati alla sperimentazione avrebbero un ruolo definito e specifico. Certamente la sperimentazione che stiamo proponendo avrà un senso e sarà utile se permetterà di procedere ulteriormente verso l’obiettivo del rafforzamento di un percorso di sviluppo del welfare italiano attraverso la copertura di tutte le famiglie di povertà assoluta entro il 2013.
E in Lombardia?
Sono d’accordo che in Regione Lombardia dobbiamo essere molto più determinati nel sostenere una linea comune che riduca l’eterogeneità nella disciplina degli accessi alle prestazioni, della valutazione della situazione economica dei soggetti potenzialmente beneficiari delle prestazioni, di diretto e indiretto sostegno al reddito, tutti aspetti che nella nostra regione non sono stati trattati in modo univoco.
E’ opportuno valorizzare l’integrazione tra i diversi attori sociali e i diversi comparti del welfare regionale che si occupano di povertà, avanzando una proposta comune. Io penso che sia un cambiamento culturale significativo perché siamo agli inizi di questa nuova legislatura e c’è ancora spazio per fare proposte. La capacità di fare una proposta al welfare lombardo capace di collegare le singole competenze e i diversi carismi e specificità, ritrovando una comunanza d’azione politica rispetto a questa dimensione del reddito minimo, penso che possa sicuramente essere un elemento di grande vantaggio.