La Caritas rappresenta certamente un osservatorio privilegiato sul fenomeno delle povertà, come leggete la situazione attuale e l’impatto della crisi che stiamo attraversando?

Da tempo avevamo la sensazione di una situazione che si stava mano a mano complicando e aggravando, soprattutto sul fronte delle povertà più estreme. I segnali della crisi li abbiamo avvertiti nei nostri centri d’ascolto con l’aumento delle richieste di aiuti economici e di sussidi da parte di famiglie che erano particolarmente indebitate ma progressivamente anche da parte di persone che mai avremmo immaginato di vedere.
Sicuramente la crisi ha portato ad un aggravamento delle situazioni di povertà che erano note ai nostri centri d’ascolto, ma ha fatto emergere in maniera drammatica anche l’incapacità da parte di famiglie che erano in bilico, che erano in equilibrio precario, che fino a ieri avevano quel tanto di reddito sufficiente per non dover chiedere aiuto e che, la spesa imprevista piuttosto che la perdita del lavoro, ha invece costretto a chiedere aiuto.
La povertà assoluta e la povertà relativa erano dati già di per sé preoccupanti che però oggi si sono aggravati con i dati di persone e famiglie cosiddette vulnerabili, quasi povere, fino a ieri appena al di sopra di questa linea.
Oggi stiamo osservando come il welfare attuale non solo non è stato capace di affrontare la questione della povertà di coloro che erano poveri e che facevano fatica già prima della crisi, intrappolandoli in una situazione di povertà, di precarietà, di insufficienza nell’affrontare i propri progetti di vita, ma non è stato in grado neanche di aiutare le famiglie povere a superare questa precarietà né di contrastare questo scivolamento da parte di coloro che erano vulnerabili.

Quali sono gli interventi che in questi anni le Caritas hanno messo in atto per contrastare le povertà?

Il più famoso è il “fondo famiglia-lavoro”, un aiuto temporaneo che abbiamo erogato a circa 6 mila persone con l’erogazione di contributo a fondo perduto, della durata di qualche mese, destinato a sostegni mirati. Certamente un intervento che possiamo dire assistenziale ma comunque “efficace” per la tempestività con cui è stato concesso, che ha consentito di offrire una “boccata di ossigeno” a queste famiglie permettendo loro, per diversi mesi, di non scivolare sotto la linea di povertà. Esperienze come queste sono partite anche in altre Diocesi: Bergamo, Lodi e Mantova hanno riprodotto a grandi linee questo tipo di schema.
Altre forme di aiuto sono state le attivazioni di prestiti, il più famoso è il “Prestito della Speranza” che mirava a dare sostegno sotto forma di prestito a coloro che erano disposti ad aderire ad un progetto di inserimento lavorativo – 6.000 euro da restituire in 5 anni – oppure di attivazione di micro-attività imprenditoriale – 25 mila euro da restituire nei 5 anni successivi.
C’è da dire che su questo filone, che sembrava più responsabilizzante e più promozionale, le banche hanno posto una serie di paletti che hanno reso difficile l’accesso al prestito per molte persone che non erano in grado di dimostrare una buona capacità di restituzione.
Poi ci sono stati altri filoni di aiuto e di iniziative che hanno potenziato strumenti che le Diocesi avevano già a disposizione come le piattaforme alimentari, la distribuzione di pasti, gli accompagnamenti ecc., ma anche più qualificate come gli inserimenti lavorativi, la riqualificazione della professione con borse di studio, tirocini ecc.
Uno dei più riusciti, secondo me, è quello della Parrocchia di Garbagnate Milanese che per diversi mesi ha fatto una colletta tra parrocchiani  e con il fondo creato ha dato la possibilità ad una cooperativa sociale di assumere, quindi di dare opportunità di lavoro a diverse persone.
Queste sono alcune delle principali iniziative che abbiamo attivato a livello diocesano. Si tratta di iniziative che non hanno certo avuto l’obiettivo di risolvere il problema del contrasto alla povertà in toto, dato il carattere di  eccezionalità e temporaneità che le connota, quanto piuttosto dare un contributo segnalando che il vero problema in gioco riguarda il lavoro, i servizi e le tutele. Ad esempio il fondo famiglia-lavoro ha volutamente scelto di non ricevere fondi dall’ente pubblico per “costringere” in qualche modo l’ente pubblico a fare la propria parte, quindi una collaborazione ma allo stesso tempo una distinzione di responsabilità. Queste iniziative possono avere un senso, un risultato solo se si inseriscono in un quadro di tutela e di misure di sostegno che affrontano il problema nella sua complessità.

Qual è la sfida più importante da cogliere in questo momento?

Certamente il lavoro, molte delle 6 mila persone che abbiamo aiutato col fondo famiglia-lavoro si sono ripresentate proprio perché non avevano trovato occupazione. La sfida vera però è “non un lavoro qualsiasi”, purtroppo oggi ci sono lavori non tutelati e mal pagati, molte delle persone che abbiamo incontrato sono persone precarie, che non hanno tutele e che vengono licenziate da un momento all’altro…questo non è lavoro.
L’altra sfida è quella dei servizi e delle misure di aiuto, di un welfare che non c’è e, quando c’è, che tutela i tutelati ma dimentica quelli che non lo sono ancora. Da queste osservazioni siamo arrivati alla convinzione che gli strumenti di aiuto e di sostegno, oggi troppo frammentati e molto legati a specifiche categorie, andrebbero rivisti in una logica più universalistica e condizionata a ciò che uno ha a disposizione, e quindi integrativa ad un reddito, e alla volontà di attivarsi.
Come Caritas, nell’anno europeo di lotta alla povertà, abbiamo lavorato insieme all’Università Cattolica ad una proposta per la Lombarda di Reddito di Autonomia, che è stata presentata ufficialmente lo scorso 7 giugno. Si tratta di una forma di integrazione al reddito selettiva e condizionata, che abbina il diritto alla protezione  e tutela sociale a politiche di welfare abilitanti. In questo modo è possibile consentire a soggetti e famiglie in condizione di povertà di conseguire una vita dignitosa, affrancarsi dal bisogno e  soprattutto recuperare padronanza e progettualità sulla propria esistenza.
Un dispositivo di questo tipo certamente non può essere solo regionale ma deve inserirsi in un quadro nazionale, o almeno di concorso di volontà delle varie Regioni ad adottare misure di questo tipo. Come Caritas italiana stiamo ragionando con le Caritas regionali al fine di arrivare ad un’idea comune.
Quello che mi sembra opportuno avere presente è di arrivare ad una situazione non di carità ma di giustizia, di affermazione dell’art. 25 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo che dice “ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire il benessere e la salute propria e della sua famiglia, con particolare riguardo all’alimentazione, al vestiario, alle cure mediche e ai servizi sociali necessari”. Se questi sono i diritti fondamentali, addirittura i diritti universali dell’uomo, dovremmo fare in modo che anche in Lombardia e in Italia non ci siano persone che si ritrovano da un momento all’altro senza tutele e soprattutto senza vita dignitosa. Penso che dovremmo fare di tutto per evitarlo.