Il modello lombardo è giunto a compimento?

Il pensiero regionale sul welfare era già definito anni fa. Io fui ammesso a partecipare ad un ciclo di seminari che il Presidente della Regione Lombardia dedicò tra il 2005 e il 2006 ai dirigenti e direttori generali delle direzioni regionali e a pochi altri, a cui erano stati invitati i consulenti di Tony Blair.
Durante questi seminari venne presentata quella che Formigoni definiva la “lombard way”, ovvero il disegno complessivo in cui si sarebbe sviluppato negli anni a venire il modello lombardo di welfare.  Rivedendo oggi quei documenti, ci vedo  dentro in maniera completa tutti i passaggi che stiamo vivendo e il percorso fatto, oggi osservabile con grande chiarezza: semplificazione amministrativa, finanziamento della domanda e non più del sistema d’offerta, liberalizzazione degli accreditamenti e affermazione del sistema dotale a largo raggio. All’epoca, noi del terzo settore, abbiamo pensato che fosse una forzatura, una boutade, pensando che fosse poco plausibile portare in Lombardia un sistema come quello anglosassone:  noi figli del welfare state pensavamo fosse impossibile. E invece si è dimostrato che la precisa volontà politica di costruire un modello di welfare su matrice anglosassone si sta realizzando.
Questo dimostra che l’implementazione di questo modello di welfare discende da una precisa volontà politica, non dobbiamo dare per scontato ciò.

Quali sono oggi le criticità prevalenti vissute dal terzo settore all’interno di questo modello?

Sicuramente, a livello macro, quella principale è di essere spettatori di fronte ad un modello di welfare che non sentiamo come davvero e pienamente corrispondente alle aspettative, soprattutto degli addetti ai lavori. Nonostante il dichiarato sulla partecipazione e sulla sussidiarietà, ci sembra che alcune cose ci passino sopra la testa. La maggiore rivendicazione di questi anni infatti è stata quella di avere  luoghi di effettivo confronto e di reale consultazione. Il passaggio alla semplificazione legislativa vuol dire che la Regione Lombardia ha scelto, dopo la riforma del titolo V della Costituzione,  e quindi dopo il ribaltamento del contenuto dell’art. 117 della Costituzione, di utilizzare fino in fondo la potestà legislativa esclusiva che ha sulle materie del 117. La semplificazione legislativa significa definire nella legge i principi e demandare ad atti amministrativi la regolazione del sistema. Questo frustra moltissimo l’aspettativa di partecipazione da parte dei cittadini, perché non esiste , o quantomeno risultano molto ristretti gli ambiti in cui ottenere un confronto nel merito rispetto all’approvazione di atti amministrativi.
Un altro rischio, forse il più pericoloso è quello che la Regione voglia costruire un’interlocuzione diretta con i cittadini, saltando a piè pari la sussidiarietà verticale, cioè saltando le competenze delle autonomie elettive. Le prove generali ci sono già state, ovvero la dote conciliazione. Lì la Regione ha fatto una scelta che apre chiaramente a questo rischio: per innovare e parlare direttamente con i cittadini,  si è identificata una grande multinazionale come intermediario che gestirà questa dote facendo a sua volta dei contratti con i soggetti erogatori. In questo senso parlo del rischio di saltare la sussidiarietà verticale, ed è un rischio che riguarda anche il Terzo settore. La sussidiarietà infatti non è solo orizzontale, ma deve essere almeno circolare se vogliamo parlare di una sussidiarietà virtuosa, e quindi che si realizza nelle due dimensioni, orizzontale e verticale, e quindi non si possono tagliare fuori i comuni.

E a livello territoriale, quali criticità vede?

A livello micro quello che vedo è una grande stanchezza ed un gran senso di frustrazione nei processi della programmazione partecipata, per tanti motivi. Sentiamo l’incombere del taglio economico, ma anche la fatica della partecipazione. In questi anni il TS ha compiuto un enorme salto di qualità in termini di strutturazione e di sviluppo di forme di rappresentanza adeguate, basti pensare che dal 2006 ad oggi i forum riconosciuti sono passati da 6 a 23, e questo ha richiesto investimenti ed energie importanti. A questo investimento corrisponde però  una frustrazione derivante talvolta dalla mancata connessione tra le attività di programmazione e l’erogazione dei servizi. Il terzo settore esprime una aspettativa che è molto chiara, quella che è scritta nella l.328, ovvero di essere coinvolto nella programmazione, progettazione e nella erogazione dei servizi, in quanto soggetti della sussidiarietà. Tutta questa fatica, per programmare, per fare l’analisi del bisogno, per individuare le priorità, la ricognizione delle risorse nel territorio, poi però di fatto permane molto forte nell’amministrazione il criterio di ricorrere all’esternalizzazione, e ciò penalizza il terzo settore che partecipa alla programmazione, perché rischia di escluderlo a vantaggio di grandi organizzazioni che non sono, se non a livello formale, parti del terzo settore.

Non parliamo solo di criticità, ci sono delle opportunità che oggi si presentano per il futuro? Ha dei suggerimenti in proposito?

Suggerisco di superare la frustrazione del sistema della programmazione partecipata con il rilancio di un lavoro comune. C’e’ bisogno di ridare fiducia, di far entrare aria fresca e questo è possibile farlo anche senza soldi. Per esempio, apriamo dei laboratori sulla DGR 1353 del febbraio scorso sulla valorizzazione del terzo settore negli affidamenti dei servizi. Non dice niente di particolarmente nuovo, prende alcuni strumenti già esistenti nel nostro ordinamento per l’affidamento dei servizi, li mette in fila e dà delle linee guida su come valorizzare il ruolo delle organizzazioni del terzo settore. A questa delibera  faranno seguito gli schemi di convenzionamento. Propongo di metterci a fare un lavoro comune tra soggetti pubblici e del terzo settore su questo.
Oppure, altra opportunità, riprendiamo in mano il dossier del TS che riguarda la relazione tra i progetti sperimentali e la programmazione dei servizi in ambito territoriale. Abbiamo lavorato ai fianchi la Fondazione Cariplo e le altre fondazioni comunitarie per elaborarlo. Il ragionamento è stato: se dobbiamo creare un luogo dove la programmazione abbia un senso, e quella programmazione veda il concorso di tutti i soggetti che hanno la vocazione alla partecipazione, che devono esserci, allora non possiamo più permetterci il lusso, con i tagli ai servizi e le risorse scarse, di avere il pianeta parcellizzato tra mille progettazioni fini a sé stesse. Che cos’ha suscitato questa parcellizzazione di finanziamenti? Una certa perversione dei soggetti del terzo settore, che si sono illusi di poter sopravvivere di bandi, bandini, fondi e finanziamenti di 15.000 euro… perché poi mascheri i servizi normali da progetto innovativo, è questo che succede! A mio avviso è decisamente poco utile disperdere le energie in questo modo avendo dato avvio ad un sistema di programmazione di tipo partecipato.