Quali sono le idee forti che secondo lei Regione Lombardia ha proposto con la DGR 381 sulla conciliazione?

Una prima idea significativa è il fatto che anche la conciliazione dei tempi tra famiglia e lavoro si inserisce nel concetto di benessere e di salute. La connessione con l’attività dell’Asl è il fatto che si contempli all’interno del benessere della donna e della famiglia, quindi indirettamente nel concetto di salute, l’idea della conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, di poter vivere con serenità entrambi gli aspetti.  Quindi una delle idee forti è certamente che lavorare serenamente procuri benessere e che dunque questo faccia parte del diritto alla salute. In questa direzione ha senso che se ne occupino la DG Famiglia come regia, ma anche le Asl. Il fatto di aver messo un ruolo di coordinamento in capo alle Asl è un messaggio  rispetto alla collocazione di questo tema: non è più un tema che riguarda le industrie, i sindacati, quindi il settore produttivo e le parti sociali, ma la salute e il benessere con il coinvolgimento anche delle Aziende Sanitarie. Quindi mi sembra che sia in linea col fatto di aver chiamato il nuovo Assessorato Famiglia, Conciliazione, Integrazione e Solidarietà Sociale, che sono i quattro capisaldi su cui la Regione Lombardia pensa che si debbano  muovere il sociale e il socio-sanitario.
Un secondo elemento è quello della trasversalità e dell’interconnessone tra i vari soggetti  già presente nella l. 328/00 di riforma assistenziale e ripreso anche dalla Legge Regionale 3/08: l’assistenza alla persona non significa  solo fornire servizi e “salute” ma è anche scuola, settore produttivo, casa. Quindi c’è stata un’operazione di interconnessione di più titolarità. Credo che la strada che stiamo perseguendo sia questa e il Piano sulla Conciliazione si inserisce in questa realtà di pluri-titolarità.
Un terzo elemento infine è la facilitazione e la valorizzazione del lavoro femminile che costringe in qualche modo a ripensare il sistema dei servizi. Favorire la conciliazione, accompagnare il rientro al lavoro femminile anche precoce, costringe a rivedere il sistema, e la normativa sulla conciliazione fornisce delle indicazioni e dei supporti rispetto a possibili supporti come per esempio voucher per l’acquisto di posti nei servizi per l’infanzia, con particolare riferimento alla mamma che torna al lavoro con un bambino piccolo.
La necessità di fondo è quella di favorire l’occupazione femminile e mantenere più a lungo le donne nel mondo del lavoro, però non possiamo dimenticare che oggi come oggi la donna è il fulcro del lavoro di cura di minori ed anziani. Per rendere possibile questo, sempre più si rende necessario rivedere il sistema dei servizi in relazione al ruolo della donna nella famiglia e nei suoi compiti di cura..
È una tematica che non so se ha soluzioni a breve e così immediate.  Senz’altro il tema della conciliazione pone il focus sulla questione cruciale che riguarda il come riuscire a conciliare famiglia e lavoro.

E in questo senso la Delibera fornisce delle indicazioni?

La delibera fornisce indicazioni rispetto al tema della conciliazione e credo che la Regione in qualche modo stia provando a ridefinire il sistema dei servizi: ad esempio nella delibera delle regole 2011 si richiama l’evoluzione dei consultori a “centri per la famiglia”, punti di ascolto e d’intervento più mirato sulla famiglia.
Tenere presente come evolve tutto il sistema vuol dire anche ripensare alla tipologia della possibile utenza e riadattare i servizi alle nuove esigenze.

Avendo realizzato  il  lavoro di co-progettazione del Piano si è fatta un’idea di che cosa effettivamente stia introducendo operativamente di diverso rispetto a quello che già era presente nei territori?

È ancora un po’ presto per dirlo, però quello che abbiamo notato è che il fatto di aver messo intorno a un tavolo più attori diversi tra loro ha cominciato a fare in modo che si potessero ideare delle interconnessioni e delle reti non immaginabili prima. I presupposti perché si crei un reale lavoro di rete sono la reciproca percezione di esserci e la reciproca conoscenza, da cui deriva la possibilità di un pensiero comune e rende possibile identificare obiettivi comuni e interessi condivisi. Attraverso un linguaggio più decodificabile uno per l’altro si esce dallo stereotipo e dal pregiudizio reciproco.
Il vantaggio della rete inoltre è che il lavoro di ciascun soggetto viene valorizzato di più se connesso a quello altrui e ne deriva certamente una maggiore originalità e la possibilità di innovazione: i progetti più innovativi nascono sempre da più parti insieme. Inoltre, grazie alla rete, vai ad aumentare le risorse del territorio, perché i soggetti si sentono coinvolti in un progetto comune in cui si identificano ed è più facile che introno a questo progetto si raccolgano le loro disponibilità.
Infine c’è il tema dell’appropriatezza, qualsiasi progetto in cui c’è interconnessione e integrazione tra le parti  certamente è un progetto più efficiente e indirettamente anche più efficace. Sul Piano Conciliazione questo aspetto è stato proprio evidente, anche perché è stato realizzato con soggetti con cui come ASL non avevamo rapporti, soggetti per esempio del settore produttivo (imprese e parti sociali) all’interno dei quali i progetti del Piano dovranno essere realizzati.
Un ultimo aspetto è relativo al ruolo della Asl come facilitatore nella connessione tra gli enti e come promotore delle buone prassi già esistenti. La conciliazione non è nata ieri, abbiamo trovato tante esperienze sia nei settori produttivi sia nelle Pubbliche Amministrazioni. È centrale il fatto che, interconnettendo meglio buone prassi e risorse, si produca valore aggiunto. Infatti buona parte del Piano è orientato a consolidare e sviluppare esperienze che sono già attive nel nostro territorio. Una parte sperimentale e una parte di consolidamento, perché  vogliamo farle conoscere dando l’idea della loro fattibilità e stimolando così la loro riproducibilità..

Questi sono punti di forza della Delibera che siete riusciti a tradurre nel piano territoriale.  Ci sono invece delle criticità che avete già affrontato o degli ostacoli che temete di incontrare nella sua attuazione?

La prima criticità è rappresentata dalla necessità di suscitare cultura su questo argomento e di far seguire però velocemente  progetti concreti; il rischio è quello di perdere la rete nell’attesa, soprattutto per quella parte della rete che è abituata a produrre beni con tempi contenuti e quindi non è affatto abituata all’attesa. Noi nelle Pubbliche Amministrazioni siamo abbastanza abituati ad avere un tempo, talvolta lungo, tra la progettazione e la concreta  attuazione di una misura, senz’altro le parti sociali e i settori produttivi meno.
Una delle prime difficoltà che abbiamo dovuto affrontare noi è stata la necessità di scendere rapidamente ad un livello tecnico e rapidamente trovare degli obiettivi e dei progetti per cui lavorare. Da lì è nata l’idea condivisa di fare dei sottogruppi di lavoro, quindi una sorta di tavoli tecnici che potessero essere  funzionanti in tempi brevi. Questo ha favorito l’aspetto della conoscenza reciproca e contemporaneamente ha permesso ai rappresentanti tecnici di riportare al proprio livello decisionale l’idea che il lavoro in sottogruppi non fosse un’operazione di forma ma bensì di sostanza.. Occorre ora continuare su questa strada però il rischio molto forte è che alcuni dei partner pensino che si tratti di solo un’operazione di forma e non ci stiano più. Questo è il rischio più forte: una rete teorica che non sa diventare operativa.
L’altro tema è la promozione del tema a livello culturale necessaria. I progetti, piccoli o grandi che siano, nell’arco dei due anni si realizzeranno. La cosa più complicata è l’operazione culturale da attivare su tutto il territorio e  con  tutti i soggetti che possa mantenere alta l’attenzione sul tema della conciliazione, tanto da poter continuamente produrre progettualità e innovazione.
In questo senso un ruolo di accompagnamento al tavolo da parte di esperti di conciliazione è significativo, perché l’impegno principale del tavolo della conciliazione è certamente elaborare i progetti ma anche continuare ad attivare iniziative, formazione, sensibilizzazione,  pubblicizzazione, comunicazione, per fare in modo che tutti questi soggetti coinvolti, e quindi il territorio tutto, mantenga l’attenzione su questa tematica così che in qualche modo rientri tra i compiti abituali propri di ciascun ente, occuparsi di conciliazione. La conciliazione è un pezzettino di cui abbiamo cercato di capire l’utilità, che potrebbe essere interessante, che potrebbe procurare benessere, ma che non appartiene in maniera esclusiva alla titolarità propria di ciascun soggetto.
Per questo è fondamentale tenere alta l’attenzione operativamente e strategicamente, fino a quando diventerà uno degli ambiti e degli strumenti che fanno parte del bagaglio di tutti gli enti coinvolti in un contesto di normalità e non più di eccezionalità o di innovatività. Questo Piano è una spinta iniziale, che dura due anni e che poi deve andare a sistema, ma perché questo accada bisogna che sia vissuta come una parte integrante del lavoro di ciascuno. I progetti del Piano diventano quindi degli studi di fattibilità e delle sperimentazioni che danno indicazioni, diventano una sorta di bagaglio per il futuro, ma l’importante oggi è volerli attivare, ovvero che ci sia volontà, che questa volontà sia molto alta e che rimanga molto alta nel tempo.

Che cosa comporta questo in prospettiva per la Asl? Anche sul fronte organizzativo e interno che cosa vuol dire prendere in mano questa partita?

Fondamentalmente due cose: da una parte il fatto che anche l’Asl in quanto azienda partecipa a tutti gli effetti alle sperimentazioni connesse alla conciliazione, dall’altra la necessità di una trasversalità anche all’interno della Asl.
Il primo fronte significa che anche la Asl deve essere chiamata in causa rispetto a come agisce in tema  di conciliazione nei confronti dei propri dipendenti e dei lavoratori. Non è dunque solo una questione di servizi  attivati all’esterno, ma anche di livelli all’interno. In fondo è  il ruolo che ci siamo assunti all’interno del tavolo di conciliazione: non chiediamo l’adozione di qualche buona prassi solo agli altri, ma chiediamola prima di tutto a noi stessi perché diventi trainante anche per gli altri.
Il secondo fronte riguarda il nostro modello organizzativo: trattandosi di una materia trasversale ci costringerà nel tempo a ragionare con moduli lavorativi diversi. La prima considerazione che abbiamo già fatto col Direttore Sociale è che questa è una materia dipartimentale, del Dipartimento ASSI,  e non può essere materia solo del servizio anche se il tema richiama immediatamente la competenza del servizio famiglia, del servizio disabili o del servizio domiciliarità. Ci si è anche detti che non può essere solo di Dipartimento, ma potrebbe coinvolgere anche tutta la Direzione e forse anche altri settori. Di questo passo è chiaro che la tematica non può che essere affrontata  trasversalmente coinvolgendo tutta l’azienda.
La seconda è legata al livello operativo: per la prima volta abbiamo costituito un’équipe di lavoro integrata, con operatori di diversi servizi interni all’Asl e con caratteristiche utili al progetto, valorizzando al meglio le competenze già esistenti. Non sempre nella Pubblica amministrazione si ha questa opportunità. La criticità forse è che non si tratta più di un ufficio, non è più un’unità operativa che lavora e quindi si ha la necessità di trovare delle forme di coordinamento diverse rispetto a quelle gerarchiche che esistono normalmente. Si tratta di un aggregato temporaneo, a ore e non a tempo pieno, che sperimenta una forma di telelavoro interno, perché non c’è neanche un luogo fisico comune. Il lavoro risulta più di soddisfazione per gli operatori, un po’ più impegnativo per chi lo coordina e per chi lo dirige perché si esce dagli schemi abituali. Mi è sembrato di tornare negli anni ’70 quando si distingueva tra catena di montaggio e lavoro a isola, un modello che si trova molto nelle società private che costituiscono i gruppi di progetto. Nella Pubblica Amministrazione si sono sperimentati i gruppi di lavoro, ma il gruppo di lavoro difficilmente diventa un gruppo che poi conclude operativamente un progetto, è quasi sempre un gruppo di pensiero o di sperimentazione  e poi  gli esiti vengono riportati nell’attività abituale dei titolari.
Queste trasversalità ci porteranno a ragionare di più su modelli lavorativi di gruppi progettuali che non pensano solo il progetto ma lo realizzano nelle sue diverse fasi.

Si tratta secondo lei di una spinta della Regione in questa direzione o è stata una vostra lettura e una vostra scelta rispetto a come mettere in atto la Delibera a livello organizzativo?

Il tema della conciliazione propone necessariamente l’impiego di risorse che appartengono ad ambiti diversi, richiedendo così la formulazione di un progetto gestito trasversalmente tra soggetti diversi.
Rispetto alla trasversalità interna alle Asl, la vedo come necessaria nella prassi, però sarebbe interessante sentire che cosa hanno fatto le altre Asl. Per noi, che pure abbiamo anche  progetti trasversali a diversi servizi, questa è un’esperienza diversa: creare progettualità ad hoc e team ad hoc e coagulare intorno a quei team delle risorse adatte.